Gli intellettuali di oggi e la politica che perde colpi

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di Alfredo Morganti – 8 febbraio 2019

A sinistra ormai ci sarebbero solo i benestanti perché i nullatenenti sarebbero altrove, magari a destra. Questa la dicotomia che un noto filosofo della politica ci ripropone. I primi sono quelli che alle nove di sera entrano all’Auditorium, gli altri sono quelli che alle sei di mattina escono di casa. Lui non se la sente di stare coi primi contro gli altri. Tutto qui. Davvero non c’è altro nell’intervista che dà a Repubblica. Il resto sono semplici deduzioni da questa premessa. I benestanti esprimono solo una ‘melassa di buoni sentimenti’, una mentalità democratico-progressista” che non capisce il ‘popolo’, oppure enunciano semplici ‘rivendicazioni umanitarie’, nella totale ignoranza di cosa sia lo ‘sfruttamento’ e di chi siano i ‘lavoratori’. Facile no? Sin troppo, direi. In questo ciarlare di #élite#popolo#periferie, centri, umanitarismo e gilet gialli, anche le menti migliori si perdono. Non basta vivere in periferia (come avviene per questo filosofo) per migliorare la percezione che si ha del Paese, a quanto pare.

Al contrario, se le élite vivono in periferia, delle due l’una: o sono schifate dalla folla attorno che si tatua, è sempre piegata sullo smartphone e fa il tifo per la Roma, oppure restano abbacinate dallo spettacolo che vivono, totalmente infatuate dal mito del ‘popolo’ che le circonda, pronte a immolare persino l’intelligenza dinanzi a questo idolo. Chi sono e che fanno oggi gli antichi intellettuali? Quelli a cui abbiamo demandato il compito dell’egemonia, che dovevano garantire una dialettica anche conflittuale ma viva tra governanti e governati, tra le cosiddette élite e il cosiddetto popolo? Che dovevano svolgere un ruolo essenziale di cerniera, e produrre una ‘forma’ capace di garantire un rapporto e magari una tensione positiva tra lavoratori e istituzioni? Be’, ho come l’impressione che perdano colpi e siano più disorientati di noi esseri mortali. Altrimenti non si spiegherebbe questa intervista, né le tante chiacchiere spaesate che hanno sostituito le analisi e il lavoro #intellettuale, anche militante, di una volta.

Il tema vero, a mio parere, è la paura dell’impoverimento da parte di chi si percepiva benestante. Tema antico, a pensarci. Vogliamo chiamare ‘popolo’ questa massa di individui terrorizzati dalla povertà? Ok, facciamolo pure. Ma questo è. Venendo sempre più a mancare l’armatura del #welfare, crescendo di dimensioni il settore autonomo, aumentando la massa dei precari, dei flessibili, delle piccole imprese individuali, di chi vive sull’abisso quotidiano a causa di profondi mutamenti sociali, è evidente che crescano anche i fenomeni di disorientamento, distacco, se non di rivolta, ribellione, critica aspra a chi è ritenuto il responsabile di questa incertezza, non il famoso 1%, ma le istituzioni democratiche e tutti coloro (soggetti individuali e organizzati) che operano a progetti sociali e politici di prospettiva, o almeno dicono di farlo. All’incertezza si dovrebbe rispondere con messaggi che indichino un progetto di lunga lena, altrimenti quell’incertezza si alimenta ancora di più, e chi ci rimette sono sempre gli ultimi, mai i primi. Tanto più se le disuguaglianze si accrescono, e l’abisso si allarga, e quelli in bilico diventano sempre più numerosi.

Il ‘popolo’ di cui si parla è composto da questi individui terrorizzati dalle prospettive e dalla possibile perdita di status. La proletarizzazione fa più paura di un film horror, diciamolo, perché comporta rinunce e decremento del tenore di vita (vacanze in meno, vestiti in meno, l’utilitaria invece del SUV). Poi ci sono i poveri veri, i lavoratori sfruttati, i periferici storici, ma questi sono sempre esistiti, costituendo la base di massa della sinistra storica. Venendo a mancare quest’ultima, anche questi ceti e classi ‘ultime’ hanno perso un orientamento, maturato un distacco, e si sono rivolti ai padroni. Senza i partiti, tutto questo magma sociale diventa un abisso di piazza, un grido insultante, un terrore politico e culturale, ove pesca la destra più cattiva. Senza gli intellettuali (che si rifugiano nelle accademie o subiscono l’idolatria delle periferie e del popolo) l’impegno egemonico diventa l’opposto, e tutto si frantuma.

La sinistra è sempre stata lo sforzo tremendo di tenere assieme gli ultimi e coloro che occupavano il settore sociale intermedio, il partito e i lavoratori, le istituzioni democratiche e il disagio sociale. Tenere assieme nei conflitti che pure non mancavano, anzi tanto più. Si è cominciato a parlare di élite e popolo quando è venuta a mancare questa funzione ‘propulsiva’, questa tenuta politica, culturale dinanzi alla crisi e alle diseguaglianze crescenti. Capisco che non è facile mantenere il cervello in funzione dinanzi alle lusinghe del Capitale, alle TV che ti chiamano, alla globalizzazione che ti rapisce, alla forza e alla potenza dell’avversario neoliberale, che ha confuso e slabbrato la nostra rappresentazione del mondo. Ma vivaddio, mi rivolgo al fior fiore degli studiosi, non a cittadini qualsiasi, a nocchieri che dovrebbero tener salda la barra, non perdere colpi come un ‘benestante’ qualsiasi.

Io chiedo allora a chi studia, a chi fa lavoro intellettuale, vive nell’accademia o si limita all’esercizio militante, a chi scrive sulle riviste o si cimenta in ponderosi saggi, ai professori, ai giornalisti, ai cultori della materia, agli scrittori, alle persone intelligenti, a chi occupa funzioni chiave nelle istituzioni culturali, chiedo a tutti costoro di non ripetere a pappardella quel che dicono gli altri, i nostri avversari di destra, i populisti da quattro soldi, i nemici dei lavoratori, ma di tornare a tessere una trama di pensiero, una fucina di idee, a cucire un tessuto di argomentazioni, e a ricomporre una trama egemonica che oggi non c’è più e che serve come il pane alla politica. Senza idolatrie, senza cedere al paganesimo dei feticci che i media esibiscono, che la stampa borghese enfatizza, fuori dall’immagine disgustosa del mondo che ci divide tra ‘benestanti’ (chi, un insegnante elementare?) e ‘popolo’ (chi, il padroncino che teme per il suo SUV?), che non è un’immagine nostra, al contrario. Tocca anche a voi, che avete dedicato una vita ai libri e allo studio, il compito di togliere un velo dai nostri occhi e presentare un lessico e delle idee più rispondenti ai fatti e ai rapporti sociali correnti, e più utili alla nostra causa.

PS, a me capita di andare all’Auditorium (o a teatro a Tor Bella Monaca, o al cinema a Roma Est con la tessera punti) e poi di uscire di casa l’indomani alle sei e trenta del mattino da una #borgata ultra periferica. Sono benestante, oppure sono popolo periferico? Oppure entrambi, con il mio stipendiuccio da impiegato? Vedete che non torna? Che c’è bisogno di sgomberare la testa da tanta nebbia?