I filamenti e lo specchio

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di Alfredo Morganti – 4 luglio 2014

Se c’è una cosa che rappresenta l’essenza della politica renziana è la sua ricerca di ‘fili diretti’. Tra Capo e Popolo, ad esempio. Tra il leader di maggioranza e quello di opposizione, anche. Tra il Capo e i Media. Pure il web è interpretato come lo spazio per parlare ‘direttamente’ al popolo internettiano. Meglio se con twitter: un ‘social’ rapido, veloce, sintetico, striminzito, una specie di ‘suntino’ telematico che riduce all’essenziale parole, caratteri e analisi. E poi si fanno i selfie, che sono un modo per circoscrivere ancora di più il rapporto con gli altri: tutti chiusi in una cornice dove la mediazione è ridotta a zero. Il disprezzo per i corpi intermedi è un tassello di questa smania per i fili diretti. Quello per chi argomenta la propria opposizione è un altro tassello. Meglio parlare a braccio, inoltre, non c’è la mediazione del testo, ma c’è una rappresentazione del sé quasi istantanea. La fretta, il dinamismo, gli annunci, le scadenze sono ennesimi mattoncini di questo edificio renziano, altri pezzi che puntano a demolire tutto ciò che rassomigli, anche solo vagamente, al senso e alla pratica della mediazione oppure si confonda con gli incastri tipici della complessità del linguaggio.

Anche in politica estera il copione è lo stesso. A proposito della baruffa di questi giorni tra Italia e Germania, il nostro Paese, secondo il ministro Mogherini, “sta esercitando un peso europeo nuovo, che apre interessanti possibilità”. Non contano le polemiche. L’importante è avere un “filo diretto” con Berlino. Ecco, appunto. “C’è un filo diretto tra Italia e Germania, tra me ed il ministro degli Esteri Steinmeier e tra Matteo e Angela Merkel” ha ribadito. Poco importa che il dibattito possa estendersi ad altre istituzioni italo-tedesche. Va, invece, salvaguardato il ‘filo diretto’ tra pari, lo schema a specchio: tra i due premier, tra i due ministri degli esteri, tra Padoan e Schaeuble. In fondo è uno schema logico facile facile: si parla tra eguali e ci si specchia a vicenda. In sede interna il Capo diventa il vertice di una trama comunicativa molto lineare, che diparte sempre da lui o per lui, e che scavalca tutto e tutti per giungere ancora vergine al Popolo o agli esecutori. La comunicazione è una sorta di impulso diretto che trapassa come una saetta il reale (intermedio) per colpire seccamente i referenti (finali). La rete e la complessità dei flussi sono semplicemente ignoratI, attraversatI, trivellatI dai fili diretti o dai messaggi diretti. Il concetto di leadership è portato agli estremi, quello di Popolo pure. Estremi che cancellano i medi. La complessità degli apparati di mezzo, i quali garantiscono equilibrio alle istituzioni e ai processi democratici (sottolineo: democratici), è semplicemente scansata. Diviene indifferente se non concepita come dannosa. Nel giubilo generale, ovviamente. Perché al Popolo non sembra vero che tutto si diradi e il Capo si rivolga a esso con dolce eloquio e lo lusinghi.

narciso

Quanto può durare una cosa così? Quanto può proseguire questo allegro e rischioso galleggiamento sul pelo della realtà reale, complessa per natura? Posso capire l’illusione comunicativa di una trama semplificata alla maniera scolastica, prima che ci addentri necessariamente nella molteplicità dei piani e delle strutture. Ma in politica, nel governo di una società tutt’altro che semplificabile, quanto può durare un giochino così? Davvero basta scivolare a specchio sul magma dei corpi intermedi e illudersi che, eliminandoli o ignorandoli, la nave continui ad andare? Questa smania di semplificare sembra pervadere i nuovi filosofi al governo. Ma non si stratta di una semplificazione virtuosa (che elimina le ridondanze, che asciuga i testi, che isola meglio i concetti). No. Si tratta di un semplificare che sfronda, taglia linearmente e soprattutto cambia verso allo schema linguistico, lo ribalta, riducendolo a poche linee di collegamento, pure rudimentali, e a pochi e striminziti ‘fili diretti’ (che nascondono, però, un gran ciarlare nelle segrete stanze, laddove i cittadini non occhieggiano nemmeno, altro che streaming). Non solo: il filo diretto è sempre tra eguali, o tra enti che tendono all’eguaglianza: i due premier, oppure il Capo e il SUO Popolo. Il molteplice (ossia il diverso, il differente, l’oppositore, la voce discorde, stonata) non rientra nello schema lineare. Il modello resta lo specchio (Renzi di fronte alla Merkel), che è pure simbolo di un ‘Io’ spropositato. Sovrabbondante. Generazione Narciso, insomma, altro che Telemaco.