I motivi per votare ancora NO

per Fabio Belli
Autore originale del testo: Fabio Belli

Il prossimo 20 settembre, a quattro anni dalla bocciatura della proposta di revisione costituzionale Renzi-Boschi, saremo di nuovo chiamati ad esprimerci sulla conferma o meno di una riforma di legge: quella cosiddetta del “taglio dei parlamentari”.

Questa volta gli articoli della Costituzione oggetto del quesito referendario saranno soltanto tre: 56, 57 e 59 (1).

Per l’articolo 56, che fissa i criteri di composizione della Camera, è prevista la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e, più o meno proporzionalmente, da 12 a 8 i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

Per l’articolo successivo, relativo al Senato, si prospetta un taglio degli eletti da 315 a 200, intervenendo anche in questo caso sugli esteri (da 6 a 4) e correggendo l’assegnazione da base regionale a Provincia autonoma ove previsto (è il caso del Trentino Alto Adige).

Per l’articolo 59 viene proposto un paletto sulla nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica. Al momento possono essere 5 per ogni settennato, con la riforma i senatori in carica di nomina presidenziale passerebbero a 5 totali (2).

Per quanto personalmente sia difficile obiettare sulla modifica dell’articolo 59 che, tra l’altro, avrebbe un impatto irrisorio sulla composizione del Senato, molto si può dire sugli articoli che riguardano la defalcazione numerica dei rappresentanti eletti in Parlamento che passerebbero da 945 a 600: una riduzione di oltre un terzo.

In un articolo dell’anno scorso esprimevo la mia opinione in merito a questa legge ancora in fase di approvazione, ritenendo che non fosse affatto prioritaria per la nostra democrazia. Oggi come un anno fa credo che se l’obiettivo deve essere quello di risparmiare, si potrebbero tranquillamente ridurre gli stipendi dei parlamentari che sono decisamente più alti rispetto alla media europea. Inoltre il numero attuale di deputati e senatori in rapporto alla popolazione non è affatto smisurato e il problema lo avremmo proprio con l’approvazione di questo taglio perché finiremmo agli ultimi posti in Europa tenendo conto di questa proporzione (3).

Nella Costituzione nel 1948, il testo degli articoli 56 e 57 era diverso da quello attualmente in vigore: il numero dei parlamentari da eleggere non era fisso, ma in proporzione agli abitanti, precisamente un deputato su ottantamila abitanti dell’intero territorio italiano e un senatore su duecentomila abitanti per ogni Regione (4).

Per effetto dell’incremento della popolazione dal 1948 ad oggi, se fosse in vigore questo testo (modificato con Legge costituzionale del 1963 (5)) il numero di deputati sarebbe di circa 750 invece di 630, cioè quasi il doppio dei 400 previsti dalla riforma.

Tagliare 330 parlamentari non significa ottenere un rinnovamento ed un beneficio automatico per la democrazia, avremo sicuramente una riduzione dei nostri spazi di rappresentanza.

La giustificazione di tutto questo starebbe nell’abbattimento dei costi della politica, ma il risparmio stimato annuo si aggirerebbe sui 57 milioni che equivalgono a circa lo 0,007% della spesa pubblica (6). Tanto per avere un’idea, lo stesso onere annuale che risparmieremmo con il taglio, la spendiamo AL GIORNO per appartenere alla NATO (7).

Ma ammettiamo che questo beneficio sia economicamente opportuno ed accettabile, che vantaggio avrebbe per la nostra democrazia?

Il risparmio ad ogni costo non è sempre un indicatore attendibile per il funzionamento di uno Stato; per analogia possiamo pensare ai tagli nella sanità pubblica degli ultimi anni e agli effetti catastrofici che hanno prodotto di recente negli ospedali lombardi.

Nel nostro caso, chi ci assicura che la ridotta composizione del nuovo Parlamento funzioni meglio in termini di efficienza e contenga figure più affidabili e competenti?

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a leggi elettorali che hanno progressivamente limitato la scelta dei candidati con risultati tutt’altro che incoraggianti sulla qualità della classe dirigente.

Uno dei pochi errori (in assoluta buona fede) dei nostri padri costituenti è stato quello di non inserire in Costituzione i principi e i paletti sul sistema di votazione dei due rami del Parlamento. Essi approvarono solo a parte la legge proporzionale con la facoltà di esprimere le preferenze, metodo che è rimasto in vigore fino al 1993.

Le norme elettorali rimasero nel rango delle leggi ordinarie anche per dare libertà ai futuri parlamentari di adeguarle alle evoluzioni del panorama sociale postbellico e neo-repubblicano, ritenendo scontato che i principi di proporzionalità, utilizzati anche per la composizione dell’Assemblea Costituente, rimanessero inalterati in quanto pienamente compatibili con l’architettura costituzionale.

La riduzione dei seggi del parlamento proposta da questa riforma, implica un allargamento dei collegi e di conseguenza dei territori di riferimento dei candidati, che saranno sempre più difficili da identificare da parte del cittadino anche perché spesso non hanno nessun legame col territorio stesso in quanto ogni nominativo sulla scheda elettorale proverrà da una pluralità di collegi ed andrà formando in ognuno di essi dei listini bloccati di persone sconosciute o, nella migliore ipotesi, note solo per popolarità mediatica.

Abbiamo più volte constatato che la ricerca schizofrenica della governabilità, motivo ingiustificato di continue proposte di modifica dei meccanismi elettorali, non è garanzia di buona politica, tuttavia ultimamente si sta assistendo anche ad una squallida e pericolosa demonizzazione delle istituzioni democratiche.

Ultimamente il caso dei parlamentari che hanno percepito i 600 euro del bonus Inps ha sollevato un feroce dibattito e fomentato un prevedibile sentimento “anti-casta” che rischia di essere catalizzato con una scelta referendaria prettamente “di pancia”.

Slogan del tipo “Mandiamoli tutti a casa!” possono essere utili a scuotere le coscienze, ma anche generare facili strumentalizzazioni finalizzate a produrre reazioni e soluzioni controproducenti per i nostri diritti.

In un recente evento pubblico, che ha ricevuto adeguata copertura da parte del panorama informativo, diversi politici di tutti gli schieramenti hanno discusso sull’utilità del Parlamento, ponendolo in maniera retorica come centrale per la democrazia, ma al tempo stesso inadeguato per l’esigenza delle recenti decretazioni d’urgenza (8).

VOTARE NO al prossimo referendum del 20 e 21 settembre non significa soltanto valorizzare l’importanza delle istituzioni democratiche, ma anche pretendere che questi spazi di rappresentanza vengano migliorati in qualità ed in efficienza.

VOTARE NO significa anche difendere la stessa Costituzione che è spesso usata come capro espiatorio per l’impossibilità di perseguire fini apparentemente benefici, ma subdolamente nocivi per la collettività e per la dignità umana.

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