I porti chiusi e lo stillicidio di umanità. Fermiamo Salvini

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Le trattative per il governo non cambiano nulla nel Mediterraneo. Due navi Ong con decine di profughi a bordo restano in mare, per effetto di un’ordinanza che chiude i porti. Non bisogna meravigliarsene, d’altronde, il Ministro dell’Interno è sempre Salvini e lo sarà ancora, se non dovesse accadere qualcosa di nuovo. D’altra parte, con una campagna elettorale incombente, è difficile che muti l’atteggiamento dell’attuale capo del Viminale, anzi. La competizione per le urne semmai accentuerà la politica antiimmigrati e incentiverà la patente disumanità espressa in questi mesi.

Se davvero vogliamo che mutino le cose è necessario che intervenga una discontinuità, che il centrosinistra possa entrare di peso laddove si decide e invertire l’attuale andazzo. Zingaretti ha spiegato, a proposito delle navi di cui si impedisce lo sbarco, che si lavora a “un nuovo governo che abbia tra i suoi obiettivi prioritari la modifica dei decreti sicurezza”. Ha fatto bene a specificarlo, di modo che questo sia un punto posto come inderogabile. Andare a elezioni vorrebbe dire accentuare, semmai, la protervia salviniana.

I corpi degli immigrati diverrebbero materia di contenzioso elettorale ben più di adesso, la chiusura dei porti un feticcio da esibire al ‘popolo’, la disumanità sarebbe l’incudine su cui batterebbe incessantemente il martello della propaganda. Vogliamo questo? Io dico di no. Se una svolta (una vera svolta) è necessaria per fermare questo stillicidio di umanità, allora venga il prima possibile. La si provochi. Una delle caratteristiche della politica (ma io direi della vita) è che non lascia tempo. O meglio, trasforma il tempo in un lusso. Meglio ancora, incorpora il tempo nelle idee e viceversa. Obbliga le idee a impegnarsi dinamicamente, a montare il flusso, a cimentarsi giorno per giorno nel compito di pensare soluzioni ai problemi che toccano da vicino i meno fortunati, la condizione dei più sofferenti e chi vive profondi disagi sociali e personali.

Mi riferisco ai poveracci che tentano il mare per una vita migliore, a chi vive di flessibilità e precarietà, a chi è alla base della piramide sociale senza la possibilità di scalarla né quella di vedere riconosciuto nella misura dovuta il proprio lavoro. Umanità variamente afflitta, che attende risposte e vorrebbe percepire vicinanza, prossimità oggi, non domani, non dopodomani, magari al termine di un lungo e astratto contenzioso.