I produttori e il prodotto. La rappresentanza sbagliata

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di Alfredo Morganti – 5 dicembre 2018

Nulla da dire che le principali associazioni imprenditoriali italiane convergano attorno alla richiesta di sbloccare investimenti anche copiosi (53 miliardi di euro, pare, equivalenti a molti posti di lavoro). Anzi. Si parla così tanto di disintermediazione, che vedere un tale sollevarsi di ‘mediazioni’ quasi rincuora. Sarebbe bello che anche la sinistra politica muovesse tanta rappresentanza e avesse contenuti condivisi da sollevare all’interno di specifiche piattaforme, invece di affidarsi a capi e capetti insediati in un loft o sui social. Sarebbe bello. Quello che colpisce invece è la rappresentazione orgogliosa che quelle imprese danno di se stesse (o che poi ne danno i giornali), ossia il fatto che esse rappresentino il 65% del PIL italiano. Qui il concetto di ‘rappresentanza’ non è riferito a persone in carne e ossa oppure, in seconda battuta, alle imprese confederate, ma alla produzione, ossia a un puro dato economico. La cosa mi ha colpito. È vero che Zatterin della Stampa, dal palco, ha anche accennato a 3 milioni di imprese e a 13 milioni di dipendenti. Ma è stato il dato prepotente del PIL a colpire di più l’immaginario, e proporsi come vero claim della iniziativa.

Lo si dice da tempo che i numeri alla fin fine contano più delle persone, ed è esattamente così. Tant’è vero che il concetto di rappresentanza è stato brutalmente deviato a Torino verso un indice astratto, piuttosto che verso i produttori effettivi. La società dei ‘produttori’ oggi si è trasformata in quella del ‘prodotto’. La merce sopravanza chi la produce. L’alienazione è quasi certificata, nel modo più naturale, quasi lapalissiano. Tant’è che i quotidiani riportano senza obiezioni il dato del 65% del PIL, in una presunta (ideologica) naturalezza. Anche qui la natura appartiene alle merci, tutt’al più ai consumatori, ma mai ai produttori se non quando vestono i panni di chi si reca al mercato come acquirente. Almeno in questo il governo (con la sua manovra) e gli imprenditori (che enfatizzano il PIL) sono d’accordo, oltre le polemiche richieste di dimissioni da parte di Boccia: nel fatto che l’individuo di mercato viene prima di chi lavora, il singolo cliente prima della società nella sua interezza, gli indici economici prima delle vite di tutti. Così come il governo intende destinare a singoli cittadini molti miliardi di euro per potenziare la loro capacità di acquisto, invece che costituire una ricchezza sociale, così pure gli imprenditori (pur esigendo investimenti e opere) quando debbono indicare una base di riferimento, questa non si compone mai di chi lavora o di chi produce, ma è fatta dei numeri freddi dell’economia.

Cosa accade d’altronde ai corpi neri che approdano (o vorrebbero approdare) sulle coste italiane? Ai poveri che cercano speranza? Ai produttori sfruttati? Diventano anch’essi cifre da valutare a fini statistici, e in quanto tali oggetto di polemica politica. È così che avviene la definitiva espulsione della pietas dai confini della politica, la definitiva cacciata delle considerazioni umane da quelle sociali ed economiche più generali. Chi professa realismo politico, ovviamente, controbatterà che quel PIL o questi numeri legati all’immigrazione sono la vera sostanza dello sviluppo, quella su cui è necessario ‘calcolare’ le strategie politiche, il benessere di tutti e le vicende dello Stato. Potrei rispondere che se i produttori scompaiono per far posto al prodotto-merce e gli uomini svaniscono per far posto alle statistiche, il realismo (o supposto tale) è come se accettasse in toto questa trasformazione del concreto in astratto, della vita in schemi, ed escludesse in via definitiva la possibilità di tornare a considerare a pieno l’umanità piuttosto che il suo opposto alienato. Eterogenesi dei fini, insomma. A dimostrazione che la pietas è una componente essenziale della politica, il vero gancio che la connette sapientemente e sentimentalmente alla vita delle donne e degli uomini in carne e ossa. Fuori di essa c’è sempre e solo la merce, sempre e solo il mercato. E tutto il resto è costretto in un angolo e dimenticato, nell’illusione di cambiare il mondo senza cambiarlo davvero.