I quarantanove e un piccolo Paese

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di Alfredo Morganti – 7 gennaio 2019

Salvini aveva detto ‘niet’ alla Sea Watch. Di Maio aveva corretto il tiro, solo donne e bambini, di fatto spaccando le famiglie. Adesso Conte tenta l’ennesima mediazione: possiamo arrivare fino ad accogliere quindici persone compresi i padri. Quindici su quarantanove. Gli altri trentaquattro non ci interessano, ma se interessano agli altri Stati europei facciano pure. Quindici. Come dire che Malta ne doveva prendere quarantanove, ma a noi quindici son persino troppi. Mi sono chiesto: cosa sposta a un grande Paese come l’Italia accogliere quindici persone invece di quarantanove? Che equilibri salterebbero se fossero accolti tutti? Quale escalation provocherebbe? Quale tremenda apocalissi?

A forza di dire che quarantanove sono troppi, va a finire che non ci credono più che siamo un grande Paese, e si convincono che le ‘dimensioni’ dell’Italia non dipendano dalla superficie totale, né dal numero degli abitanti, tanto meno dalla sua storia o cultura. Ma dall’immagine che offre di sé. Perché, se non puoi accogliere quarantanove persone, se questo ‘niet’ è credibile, allora non sei grande ma angusto, altrimenti non si capirebbe il rifiuto. Meno accogli, insomma, e più mostri di essere piccolo – e più, quindi, sei piccolo davvero. Come dire che le dimensioni di una nazione, di un popolo, di una cultura, di un’etica non dipendono oggettivamente dai beni che possiedi, dalla tua superficie, dal tuo PIL, ma da un gesto, un gesto di accoglienza, di ospitalità, di sostegno o di aiuto. Da due braccia tese.

Sei un grande Paese se accogli chi ha bisogno, chi è ultimo, chi bussa alla tua porta. La grandezza è qualità, non quantità. Un Paese che chiude i porti a Natale, che sbarra le porte agli ultimi e che si limita a esibire un rosario per raccogliere un po’ di consenso elettorale ai comizi, un Paese di atei devoti, è un Paese piccolo, piccolissimo. Specchio del suo governo, riflesso della sua classe dirigente e riverbero di un popolo incattivito.