Pensiero della notte. Il ritorno delle poor laws

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di Fausto Anderlini – 7 gennaio 2o19

Non vorrei esagerare, ma ho l’impressione men che vaga che questo reddito di cittadinanza assomigli come goccia d’acqua, e non solo come filosofia, alle poor laws che in Inghilterra, come in Francia, accompagnarono la lunga transizione al capitalismo. Quella che Marx chiamava l’accumulazione originaria (trattata nell’ultimo capitolo del libro I del “Capitale”). Un complesso sistema di interventi che nel mentre elargiva provvidenze ai poveri perseguitava il vagabondaggio (fino all’impiccagione) e disciplinava la popolazione sbandata espulsa dalla terra attraverso il lavoro coatto nelle workhouses.

Il paragone viene immediato quando si leggono i dispositivi punitivi (fino a sei anni di carcere) per chi deroga dai regolamenti previsti e le norme capestro relate alle ‘chiamate’ del collocamento. O ancora ai limiti ‘morali’ (come il gioco d’azzardo) nei modi di impiego del sussidio. Al di là dell’efficacia di queste norme l’indirizzo generale (la filosofia) è di quel tipo. Lo stesso sconto fiscale concesso alle imprese che assumono i beneficiati sembra una diretta filiazione dello speenhamland system. Una misura adottata alla fine del ‘700 che voleva integrare il reddito dei salariati, ma che in realtà interagiva perversamente col mercato del lavoro permettendo ai capitalisti di tenere i salari sotto la sopravvivenza. Come nella mancia data ai camerieri. E che qui invece corrisponde al diretto trasferimento all’impresa del sussidio prima concesso al disoccupato. Nei fatti una contribuzione dello stato, che trae i suoi proventi essenzialmente dalla tassazione del lavoro dipendente, al profitto dell’imprenditore. Una mancia data brevi manu al ‘datore di lavoro’ per aver provveduto a togliere dalla strada un fannullone preso in carico dallo Stato..
Misure di sostegno all’impresa (e prevedibilmente al settore ‘nero’ dell’economia) più che ai ‘cittadini’ con lo Stato evolvente in guisa hobbesiana (ordine, sicurezza, persecuzione dei migranti, trattati come i vagabondi sotto Enrico VII) che vorrebbe estendere sulla popolazione povera una specie di controllo panottico. Rieducandola.

Il tutto senza alcuna redistribuzione del reddito e del gravame fiscale fra le classi, se non a carico del lavoro dipendente e dei pensionati appena sopra la decenza. Chiamati a sborsare da sè, peraltro impoverendosi e vedendo ulteriormente sfilacciarsi l’universalità del welfare, il salario sociale di sussistenza per i più diseredati. Non a caso queste misure sono state adottate senza alcuna concertazione con le parti sociali e le organizzazioni del terzo settore che operano sul disagio sociale.

Giova ricordare che le poor laws furono abbandonate non solo entrando a regime il sistema salariato ma soprattutto per il rafforzamento contrattuale della classe operaia con le trade unions, le organizzazioni mutualistiche e cooperative, aprendo la strada al welfare state: un sistema di sicurezza sociale, esso sì, basato sulla dignità del cittadino-lavoratore e alimentato a scapito dei profitti e delle rendite.

Sicchè queste misure che vorrebbero ritonificare l’azione sociale dello Stato e la cittadinanza sotto il cappello di una ritrovata ‘nazione proletaria’ sembrano piuttosto una regressione a forme primitive (per quanto in ipotesi inefficaci e con conseguenze sicuramente perverse) di surroga del mercato e di controllo sociale. Un depauperamento di dignità. Più che nell’epoca della democrazia diretta stiamo rientrando in una epoca di sottomissione. Anzichè il liberismo globalista e compassionevole uno statal-liberismo dalla faccia feroce in un paese solo. E senza neppure despoti illuminati ma governanti antropologicamente degradati. Loro sì veri poveri. Poveri di spirito.