I tanti dischi rotti della stanca polemica italiana

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di Giovanni La Torre – 22 novembre 2018

Ciclicamente tornano affermazioni e situazioni già verificatesi in passato con effetti non positivi. Riportiamo alcuni esempi:

1) Alesina e Giavazzi tornano sullo slogan, che è stato già titolo di un loro libro di qualche anno fa, “Il liberismo è di sinistra”. Lo hanno fatto in un editoriale sul Corriere della Sera del 17 novembre dove gli autori si prodigano in sforzi dialettici per dimostrare il loro assunto, il quale per contro non risulta affatto dimostrato. Per dirne una, l’invito a una ancora maggiore libertà nel mercato del lavoro, perché tanto poi il “mercato” in generale, secondo loro supremo e razionale regolatore delle vicende dell’economia, farebbe in modo che tutte le cose si sistemino per il meglio, comprese la piena occupazione e la massimizzazione dei salari. Purtroppo i nostri autori non si rendono conto che proprio l’essere andati dietro a queste favole, ha determinato il suicidio della sinistra e la vittoria delle forze populiste e antisistema. Intestardirsi in queste ricette vuol dire essere un po’ duri di comprendonio e far giungere queste forze a livelli elettorali mai visti prima;

2) Il presidente della Confindustria Veneto, Matteo Zoppas, nei giorni scorsi ha minacciato di far scendere in piazza gli imprenditori se il governo non cambia la sua politica nei confronti delle imprese. Ora, lungi da me l’idea di difendere la politica economica di questo governo, la quale non mi pare sia all’altezza della situazione, però vedere degli imprenditori ribellarsi, quando invece dovrebbero recitare un mea culpa perché sono tra coloro che questa situazione hanno determinato, è veramente troppo. Uno dei mali cronici dell’Italia è la scadente produttività, e di questo gli imprenditori portano la maggiore responsabilità per la latitanza del capitale negli investimenti. Questo dato di fatto risulta da diverse ricerche, ed ecco per esempio cosa scrive l’Istat in un report del maggio scorso: “la riduzione dell’input di capitale, accentuatasi dal 2013, si è tradotta in una riduzione significativa del contributo del capitale per ora lavorata alla crescita della produttività del lavoro”. Più chiari di così? (mi permetto di ricordare che quello della scadente produttività e delle sue cause, è uno dei capitoli del mio ultimo libro “Chi e cosa ci hanno ridotti così”);

3) Il giornale la Repubblica ha ripreso a far la vittima, come già fece ai tempi di Berlusconi. Si sente minacciato dai nuovo governanti e teme addirittura per la libertà di stampa. Anche in questo caso non voglio difendere gli attuali politici della maggioranza, i quali danno prova di immaturità da parvenu del potere attaccando la stampa, però che anche Repubblica debba recitare un mea culpa per la situazione attuale, mi sembra altrettanto evidente. Il giornale romano quando prende di mira qualcuno o qualcosa effettivamente è ossessivo, lo fece anni addietro con Craxi, poi lo ha fatto con Berlusconi, ora lo fa con i pentastellati. Nulla da ridire in proposito, è nel suo diritto, anzi forse è anche meritorio, se non fosse che spinge a una considerazione: se avesse usato, non dico molto, la decima parte della veemenza che ha impiegato verso i predetti, nei confronti dei leader che si sono avvicendati nella sinistra italiana, tipo D’Alema, Veltroni, Renzi, che invece sono stati coccolati, molto probabilmente oggi sarebbe la sinistra a governare il paese;

4) Continua il tiro al bersaglio contro i “burocrati di Bruxelles” quando invece ad accanirsi contro il bilancio italiano sono i governanti “politici” stranieri, soprattutto quelli che Salvini considera propri alleati. La ragione è evidente e scaturisce dal “sovranismo nazionalista”, e fa capire cosa diventerebbe l’Europa se l’Ue si dissolvesse: tutti contro tutti, con le conseguenze che è facile immaginare.