I venerdì che cambiano il mondo

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È un paese blindato quello che decine di migliaia di giovani iracheni anche oggi sfidano: copertoni bruciati, assalti a uffici pubblici, slogan che riprendono quelli già simbolo delle primavere arabe del 2011. I problemi sollevati sono ancora tutti lì: mancata ricostruzione, disoccupazione radicata, corruzione strutturale, servizi assenti.

Contro i limiti persistenti del disfunzionale Stato iracheno da tre giorni esplodono manifestazioni a Baghdad e da Bassora a Nassiriya, il sud ricchissimo di petrolio che di quella ricchezza non è mai stato partecipe: né sotto forma di lavoro per tutti, né di servizi pubblici per tutti.

«Il popolo vuole la caduta del regime», si sente gridare tra i manifestanti, richiamo palese alle rivolte arabe di otto anni fa. «Sacrificheremo le nostre anime e il nostro sangue per te, Iraq»: queste le urla che salgono tra lo sventolio delle bandiere irachene, mai di partito.

In Algeria, questo venerdì sarà il trentaduesimo, da quando, il 22 febbraio il popolo algerino ha cominciato a scendere in piazza, per chiedere la fine del regime. 8 mesi di lotta senza sosta. Ogni settimana milioni di persone sono uscite di casa. In ogni stagione, in ogni condizione. Di venerdì, si esce tutti. Durante la settimana, ci sono presidi diversi: quelli degli studenti, degli avvocati, dei pensionati, quelli per la liberazione dei detenuti, etc.

Una lotta unitaria, non violenta, senza concessioni, che ha fatto sue due evidenze, ormai note a tutti i più giovani: 1. il cambiamento vero chiede tempo, pazienza e unità, 2. la violenza non può risolvere i problemi, perché va sempre a favore dei potenti.

Finora la protesta ha ottenuto risultati tangibili. Il presidente Abdelaziz Bouteflika è caduto insieme alla sua famiglia e a tutto il suo clan, organizzato come un vero e proprio clan mafioso. In carcere sono finiti: il fratello del presidente, alcuni ex ministri, alcuni tra i più grandi imprenditori del paese, e alcuni pezzi grossi dell’esercito e dei servizi.

Il generale Ahmed Gaid Salah, rimasto solo al potere ha riportato l’esercito in primo piano nella vita politica del Paese, come negli anni della guerra civile, e concentrando tutti i poteri tra le mani di un solo uomo. Un uomo che lontano dall’essere senza macchie, è considerato uno tra i più corrotti del “sistema Bouteflika”.

A Hong Kong, dopo mesi di marce pacifiche e scontri violenti il governo locale ha deciso di riallacciare il dialogo con i cittadini, promettendo misure volte a rilanciare la mobilità sociale e ridurre il costo della vita, arrivando persino a ventilare l’introduzione di riforme politiche una volta ristabilito l’ordine. Una proposta, però, a cui i giovani manifestanti hanno risposto esponendo le cinque dita della mano. Cinque come le richieste finora disattese, prima tra tutte l’avvio di un’indagine sull’operato della polizia e l’introduzione del suffragio universale, per cui si erano battuti invano i marciatori con gli Ombrelli nel 2014.

A Mosca, dopo l’accertamento di brogli a favore di Putin nelle recenti elezioni amministrative, decine di migliaia di giovani e meno giovani hanno manifestato al grido di «Liberateli»: slogan con cui un ampio spettro di forze dell’opposizione aveva invitato a manifestare, per la liberazione di tutti i detenuti politici del paese: liberali, comunisti, attivisti di sinistra e femministe, ecologisti e movimenti contro la speculazione edilizia, uniti nel chiedere la chiusura dei procedimenti contro i manifestanti e la revisione dei processi che hanno già inflitto a molti attivisti (decine di anni di reclusione).

C’era un po’ di apprensione tra gli organizzatori perché le manifestazioni a causa delle repressioni sono sempre le più difficili. Ma le decine di migliaia di persone scese in piazza (20.000 secondo la questura, il doppio secondo gli organizzatori) hanno dimostrato che ormai i russi si sono scrollati di dosso molte paure.

Extintion Rebellion. Il suo motto: «Il tempo di agire è adesso ! Non puoi contare su di noi o su Greta, affinché qualcuno lo faccia. Devi guardarti dentro e ribellarti !».

Si tratta di un movimento asceso agli onori delle cronache mondiali il 17 novembre 2018, quando migliaia di «ribelli» paralizzarono Londra, bloccando per ore i cinque ponti principali che scavalcano il Tamigi. Circa due settimane prima, il 31 ottobre, oltre mille attivisti si erano radunati davanti al parlamento britannico in una grande assemblea, per proclamare la «Dichiarazione di ribellione».

Ora é attivo a Wellington, Sidney, Varsavia, Berlino, Vienna, Roma, Parigi, Londra.

Nasce e cresce contestualmente con il successo dei “Fridays for Future” promossi e organizzati dalla più conosciuta Greta Thunberg. Quest’ultimi il 27 settembre hanno visto imponenti manifestazioni in tutta Italia e in tutto il mondo, che non aveva ancora partecipato ai raduni dei venerdì precedenti.

La mobilitazione di gran parte di giovani e giovanissimi ha assunto ovunque una dimensione mondiale, i cui aspetti unificanti possono essere riassunti in:

1 – Quale futuro per masse popolari asservite al capitalismo di rapina delle risorse di tutto il pianeta ?

2 – Terrorismo e guerre pilotate sono armi spuntate, usate dai possessori dei grandi capitali, per seminare morti e orrori tra le popolazioni colpite e dominate con la forza.

3 – Governi falsamente democratici e dittature non possono più separare le etnie, anche con respingimenti dei naturali flussi migratori. Essi nascondono mostruose cecità e preoccupanti miopie, generate dall’asservimento al sistema capitalistico mondiale.

4 – La disinformazione, come strumento di devastazione culturale di massa, volge al termine, giacché le fonti energetiche di cui si nutre sono destinate a finire.

5 – Il solo possibile futuro é affidato all’uso delle rinnovabili, usate in modo ecologicamente intelligente, ovvero poste al servizio delle compatibilità ambientali e demografiche di tutto il mondo.

6 – Il futuro nasce adesso e tutti sono chiamati a collaborare nel proprio piccolo, per un cambiamento reale e globale.