Il tortello magico e il giro dei rognoni

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Che poi tutta questi coglioni neanche sanno di che parlano. A parte i signori che se li facevano fare dalle serve, ll tortellino era un cibo ricco riservato alle grandi depences: le nozze, la Pasqua, il natale, qualche importante ricorrenza. Attorno al tortellino le tribù di campagna, amicali e parentali, si riunivano in grandi e interminabili bandighe. Il ‘gusto’ era determinato dalla rarità dell’opulenza gastronomica. Vera e propria insorgenza sovrana, il lusso commensale come rovesciamento simbolico di una vita grama dominata dalla fame e dalla fatica.

Nella famiglia operaia il menu domenicale non comprendeva i tortellini, ma i tagliolini o i quadrettini in brodo di carne. Il lesso era poi servito in tavola con la salsina a base di prezzemolo e peperone. Le rimanenze erano riproposte per tutta la settimana fino all’esaurimento e alla putrefazione.

Sino a venti anni fa, ma forse ancora più in là, chi capitava in un condominio la domenica mattina poteva assaporare con l’olfatto tutta la fragranza di quella cucina. L’intera città era pervasa nel dì di festa dagli stessi odori. Dietro di essi c’era un tipo specifico di società e di famiglia: la città industriale di matrice rurale e famiglia nucleare operaia. Tenuta in forma, quest’ultima dall’amorevole saggezza amministrante, della donna casalinga.

Per fare i tortellini, del resto, cosi come altra pasta all’uovo, occorrevano mani fini. Quella callose dei maschi adulti erano totalmente inadatte. Mentre perfette erano quelle delle donne e dei bambini. Più il tortellino era piccolo e più era speciale.

Oggi di tutto questo non è rimasto un accidente di nulla e sfido chiunque si avventuri di domenica in un condominio popolare ad annusare quegli odori. Semmai gli odori dominanti sono altri, di cucine per nulla casarecce. Spesso puzzoni speziati. E c’è pure chi fa la morale sull’invasione dei nuovi odori come se essi non si propagassero, in realtà, nel vuoto pre-esistente. Quel certo tipo di consuetudine alimentare è venuta meno cambiando la base sociale che la sorreggeva. Ogni identitario difensore della tradizione che sviluppa il suo humus polemico è per definizione un imbecille o un lestofante che sfrutta l’imbecillità dilagante..

Il ritorno della tradizione, persino con pretese di perfezione filologica, che oggi imperversa, nella ristorazione urbana e in televisione, ben distinta nel crogiolo della cucina globale e nel melting pot di tutte le tradizioni, è una pura reinvenzione industriale-commerciale. Anche quando si avvale di autentico lavoro vivo, come le sfogline esibite front desk, essa è una mera operazione di mercato. Il mercato propone come fiction ciò che è stato ormai espunto dalla vita e dalle consuetudini reali. Con tutta la prosopopea salutista della filiere agro-alimentare e i vari kilometri zero biologicamente certificati. Per quanto gradevoili al palato questi nuovi tortellini non valgono molto di più di un hamburger da McDonald. L’unica differenza veramente sostanziale è il prezzo. L’industria e il mercato danno alla gente quel che non sa nè vuole più fare da sola, illudendola di riappropriarsi di una identità perduta. La famiglia è uscita dalla ri-produzione alimentare ed è entrata nella sfera della consumazione pura. Del resto mangiare i tortellini spesso ne abbassa la fragranza di rarità.

Quando sento parlare i Roversi e altri chiaccheroni sull’autenticità o meno della ristorazione mi girano i coglioni. Anzi: i rognoni.

E sia detto per inciso: quel tortellino di pollo reinventato dall’acume ecumenico del cardinale Zuppi è un vero potlach, un dono, un atto di rispetto che ne realizza il senso, una grande operazione egemonica. Quale solo la chiesa può concepire nella sua immensa aderenza alla vita. In fondo l’unico vero tortellino in circolazione in tutta questa pantagruelica merda…..