Lucrezia Reichlin: “Rischiamo una crisi globale su energia e mercati finanziari”
L’economista: «In Italia inflazione sopra il 3%. Serve una risposta europea. La Cina si prepara a reagire»
Nel giorno in cui in Italia il prezzo della benzina supera di nuovo i due euro Donald Trump annuncia un «D-Day economico» contro l’Iran. Paragone dunque iperbolico, alla sua maniera, con lo sbarco in Normandia per minacciare un’offensiva totale di sanzioni e altre misure. Obiettivo: strangolare l’economia del regime degli Ayatollah colpendo non soltanto le esportazioni di petrolio ma anche i Paesi che continuano a commerciare in qualunque forma con Teheran.
Quanto rischiamo di pagare tutti per questa escalation, Europei in testa? «Se alle parole Trump farà seguire interventi mirati, ad esempio sulle transazioni finanziarie iraniane, si rischia un nuovo choc come quello del 2022 dopo l’attacco all’Ucraina, sia sui prezzi dell’energia che sul sistema finanziario globale» commenta da Londra Lucrezia Reichlin, economista, docente alla London Business School, una nutrita serie di riconoscimenti internazionali e di incarichi in istituzioni finanziarie, compresa la Banca centrale europea. «Sul fronte dell’energia questo prolungato braccio di ferro nel Golfo accentuerà quanto già visto nell’ultimo anno – continua Reichlin– Non è tanto il prezzo del Brent a preoccupare, quanto l’indotto, cioè tutta la filiera a valle. La capacità produttiva degli impianti di raffinazione è infatti stata molto ridotta, la logistica disarticolata. Il gas costa il doppio di un anno fa. Non è solo questione di prezzi ma anche di scorte, tanto più andando verso l’inverno».
Non a caso proprio ieri la Commissione europea ha cercato di tranquillizzare. La portavoce Eva Hrncirova ha detto che non ci sono rischi immediati ma dipende dalla situazione nel Golfo «che rimane volatile». La guerra economica totale di Trump minaccia dunque anche tutti i Paesi che ancora commerciano o hanno relazioni finanziarie con l’Iran. Il convitato di pietra in questo caso è la Cina, tuttora maggiore importatore di greggio iraniano. Non a caso da Teheran hanno commentato: «È una forma di terrorismo che minaccia l’economia globale».
«Le sanzioni secondarie hanno effetti a largo raggio — commenta Reichlin —. Basta l’annuncio: le banche rallentano pagamenti e operazioni in valuta prima ancora che la misura entri in vigore, per timore di ripercussioni americane. Ma il freno morde soprattutto dove l’esposizione è rimasta — banche cinesi, indiane, turche, del Golfo. Per l’Europa il canale principale è l’assicurazione e la riassicurazione marittima, dove Londra e il continente restano il fornitore mondiale e quindi il braccio operativo delle sanzioni altrui. Il rischio di fondo è la frammentazione: la costruzione di sistemi paralleli come assicurazione contro l’esclusione. La Cina l’infrastruttura l’ha già costruita: oggi pesa poco, ma è pronta. L’Europa e la Bce devono fare lo stesso — un’infrastruttura di pagamento in euro che non dipenda da un’autorizzazione americana». Di fronte a questi scenari geopolitici la preoccupazione più immediata rimane comunque quella del peso sulle nostre tasche. Cioè su noi cittadini dei Paesi che maggiormente dipendono dalle importazioni di prodotti energetici dell’area del Golfo.
«Gli Stati Uniti sono esportatori di energia, possono dunque anche beneficiare di questa crisi. A pagarne di più le conseguenze sono i Paesi importatori di energia, cioè appunto quelli asiatici ed Europei – prosegue l’economista –. Maggiore inflazione, contrazione della domanda, tasso di crescita in calo. Effetti che vanno a braccetto in questa tempesta perfetta che arriva dal Medio Oriente. «Purtroppo l’Italia è il Paese più esposto in Europa – ricorda Reichlin –. È noto che gli altri hanno un mix energetico più equilibrato del nostro. La Spagna, ad esempio, grazie alle rinnovabili o la Francia grazie alla scelta sul nucleare. Per esempio, nei primi mesi del 2026, in Spagna e in Portogallo il gas ha fissato il prezzo dell’elettricità nel 15 per cento delle ore; in Italia nel 90 per cento». Eppure – obiettiamo – per ora l’impatto del costo dell’energia non si è fatto sentire sull’inflazione in Italia, che rimane più bassa della media dell’Eurozona. «È vero ma solo per un motivo tecnico che andrà ad esaurirsi – risponde l’economista –. L’intervento dell’ARERA (Autorità di regolazione Energia Reti e Ambiente ndr) ha spalmato infatti gli aumenti, rallentando l’impatto sulle statistiche. Lo schock è ritardato ma le previsioni della Commissione europea parlano chiaro: entro il 2026 l’inflazione italiana andrà al 3, 2 per cento, sopra dunque la media europea e ben al di là del target virtuoso del 2 per cento».
Difficile anche sperare in interventi fiscali o di finanza pubblica per attutire questo aumento: «È facile piuttosto prevedere che la Banca centrale europea aumenterà i tassi di interesse già a settembre – spiega Reichlin –. Vincoli di bilancio dunque ancora più stringenti, margini di manovra per il governo italiano ancora più ridotti».
In questo quadro preoccupante, legato a crisi internazionali che ci coinvolgono nei danni, non nelle scelte, che possibilità dunque di intervento abbiamo come Paesi europei? «Serve uno strumento europeo per le interconnessioni e regole europee che sblocchino autorizzazioni e allacciamenti. Il resto — accumuli ed eolico, al ritmo almeno con cui li installa la Spagna — dipende da noi».


