D’Alema: Nel 2070 non solo la Cina sarà saldamente la prima economia del mondo ma la seconda è l’India e gli Stati Uniti saranno terzi; dopodiché segue un elenco che a noi può apparire surreale, con l’Indonesia, la Nigeria, il Pakistan, il Brasile e per trovare un europeo devi voltare pagina, ecco questo è il mondo nel quale ci stiamo avviando. Io credo che sia inutile pensare di opporsi al cambiamento del mondo perché avverrà lo stesso e ci passerà sopra»

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Daniele Mastrogiacomo
Fonte: L'Espresso
D’Alema: Nel 2070 non solo la Cina sarà saldamente la prima economia del mondo ma la seconda è l’India e gli Stati Uniti saranno terzi; dopodiché segue un elenco che a noi può apparire surreale, con l’Indonesia, la Nigeria, il Pakistan, il Brasile e per trovare un europeo devi voltare pagina, ecco questo è il mondo nel quale ci stiamo avviando. Io credo che sia inutile pensare di opporsi al cambiamento del mondo perché avverrà lo stesso e ci passerà sopra»
Intervista a Massimo D’Alema: l’Occidente va difeso sui valori
Domanda: Ci sono nove guerre in corso, tra Medio Oriente e Ucraina. Mai, come negli ultimi 60 anni, la pace è stata così a rischio.P
«Viviamo quella che Papa Francesco definì una guerra mondiale a pezzi ma potremmo definirla un multipolarismo confuso e conflittuale. La realtà si è rivelata un paradosso: il disordine arriva dalle due grandi potenze che hanno garantito l’ordine bipolare del dopoguerra. Da una parte la Russia, dall’altra parte gli Stati Uniti d’America».
Cosa è cambiato?
«La Russia sotto la guida del nazionalismo aggressivo di Putin si è illusa di poter invadere l’Ucraina e ha impantanato se stessa e l’Europa in una tragica guerra senza fine. Gli americani si sono affidati a una leadership che è la più disastrosa della loro storia. Li ha trascinati al punto più basso di credibilità internazionale che abbiano mai raggiunto. Ma esiste anche una seconda causa: la lobby di Israele condiziona in modo determinante la politica americana. Non possiamo dimenticare che Israele è un Paese governato, stando alla Corte Penale Internazionale, da un gruppo di criminali di guerra. In questo scenario la spinta, il tentativo di porre un argine al caos, arriva proprio da quella parte del mondo che era passiva».
Il Sud del mondo.
«In questo momento appare l’unico che cerca di stabilire un ordine, una convivenza. Basta guardare Paesi come la Cina e l’India. Non c’è il minimo dubbio che da queste grandi potenze emergenti arriva un messaggio di pace, di stabilità; questo è anche il segno che dimostra dove si sta spostando l’equilibrio del mondo».
In questo scenario l’Europa è la grande assente. È debole perché divisa?
«Io penso che l’Europa continui ad avere un peso. Deve esercitarlo in un rapporto che necessariamente deve essere di collaborazione dialettica con gli Stati Uniti d’America. Nel 2006 c’era la guerra in Libano che era stato invaso da Israele. L’Unione Europea prese l’iniziativa di promuovere una conferenza per la pace. La organizzammo a Roma e aderirono 130 Paesi. Il governo di Israele, che pure era un governo democratico e non quello barbaro di oggi, si oppose».
Perché?
«Giustificarono questo rifiuto sostenendo che dovevano liquidare i terroristi e che non volevano fare alcuna conferenza per la pace. Di conseguenza, gli americani annunciarono che non si poteva fare. L’Unione europea riunì il Consiglio dei ministri degli Esteri dei paesi aderenti e approvò una dichiarazione coraggiosa, di peso: noi la facciamo lo stesso. A quel punto il Segretario di Stato americano, che era Condoleezza Rice, venne alla Conferenza che si svolse alla Farnesina perché aveva di fronte l’Europa. Quella conferenza si concluse dando un mandato internazionale molto forte all’Italia in rappresentanza dell’Unione europea e agli Stati Uniti d’America per andare nella regione e cercare di aprire un negoziato tra le parti».
Come andò a finire?
«Dopo un mese di trattative fu siglata la pace e venne creata una Forza internazionale di interposizione. Quindi se esistono delle possibilità, si possono ottenere gli obiettivi».
Si potrebbe agire allo stesso modo con Israele.
«Le darò una notizia interessante. Nel 2006 fui autorizzato dal Consiglio Affari Generali della Eu a riferire al primo ministro israeliano Ehud Olmert un messaggio chiaro: o accettava la risoluzione del Consiglio di Sicurezza e fermava la sua avanzata in Libano, oppure l’Europa avrebbe sospeso il trattato di associazione con Israele. Pensi a quello che è avvenuto in questi mesi e oggi l’esercito israeliano, su mandato del governo, ha deliberatamente massacrato decine di migliaia di civili, donne e bambini. Il Trattato tra Israele e l’Unione europea prevede all’articolo 2 la condizione del rispetto dei diritti umani. Neppure la Meloni potrebbe sostenere che Netanyahu rispetti i diritti umani. Ma l’Europa, anche a causa del No italiano non fa nulla. Questa è una vergogna enorme che toglie ogni credibilità a una Unione che si pretende fondata su principi e valori».
Israele è cambiato. È cambiata la sua società. Basta la strage del 7 ottobre 2023 per spiegare questa trasformazione radicale?
«In Israele una classe dirigente democratica che era disponibile a un compromesso con il mondo arabo-palestinese è stata sconfitta ed è stata soppiantata da una forma di nazionalismo, di fondamentalismo religioso, di razzismo antiarabo che messi insieme hanno generato la destra oggi al governo. Pensi che questo rischio l’aveva intuito sin dal 1948 un gruppo di intellettuali ebrei tra i più prestigiosi della storia. Spedirono una lettera al New York Times per chiedere al governo degli Stati Uniti di non ricevere il premier Begin dicendo che quella destra sionista era potenzialmente fascista. Era una bellissima lettera e fu scritta da Hannah Arendt e firmata da Albert Einstein, non certo antisemiti e figure di secondo piano. Denunciavano il rischio che in Israele prendesse il sopravvento un mix di razzismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso e che questo avrebbe potuto produrre un nuovo fascismo. Accusare Israele di una deriva fascista nel 1948 era un atto molto forte. Serviva coraggio».
Lei crede ancora nella soluzione due Stati per due popoli?
«È un mantra che viene ripetuto per giustificare il fatto che siamo immobili. Da un lato c’è una grande potenza, una potenza persino atomica; dall’altro, c’è un popolo disperso. Esiste una tale asimmetria tra le parti che non è pensabile che entrambe si mettano intorno al tavolo e trovino un accordo. L’intesa doveva essere imposta dalla comunità internazionale e nessuno ha mai avuto la forza di farlo. Gli americani hanno sempre impedito di farlo».
Come stava per accadere con l’invasione del Libano.
«L’Europa anche allora aveva delle difficoltà a decidere in modo unitario. Per uscire dalla situazione di blocco in cui ci trovavamo chiesi la sospensione del Consiglio europeo, presi un aereo e andai a Washington per cenare con la solita Condoleezza Rice. Ricordo che glielo dissi: ho capito cos’è la globalizzazione. La globalizzazione è un sistema nel quale io, per concludere il Consiglio europeo, devo venire a Washington, perché se non chiami tu i polacchi, gli ungheresi, non mi votano la risoluzione e tu per sapere se lo puoi fare devi telefonare a Gerusalemme. Così fece. E alla fine ci mettemmo d’accordo».
Il mondo è attraversato da una destra che avanza ovunque.
«Abbiamo pensato che la globalizzazione avrebbe portato a espandere ovunque il modello della liberaldemocrazia. Invece abbiamo scoperto che la globalizzazione ha favorito la crescita dei grandi antagonisti del mondo occidentale perché i figli della globalizzazione sono la Cina, l’India, domani l’Indonesia. Abbiamo scoperto che in questo secolo quello che è stato negli ultimi cinque secoli di storia umana, cioè il dominio dell’occidente, è destinato a finire».
Per essere sostituito da chi?
«Quando gli americani leggono che Goldman Sachs spiega che nel 2070 non solo la Cina sarà saldamente la prima economia del mondo ma la seconda è l’India e gli Stati Uniti saranno terzi; dopodiché segue un elenco che a noi può apparire surreale, con l’Indonesia, la Nigeria, il Pakistan, il Brasile e per trovare un europeo devi voltare pagina, ecco questo è il mondo nel quale ci stiamo avviando».
La paura di essere invasi e sopraffatti.
«Se chiudiamo le frontiere, come vogliono quelli della remigrazione, la nostra destra-destra, che io definisco i nuovi barbari, l’Unione europea di fine secolo avrebbe una popolazione di 350 milioni di abitanti, con un’età media di 61 anni. Quindi, se si chiudono i confini l’Europa finisce: non ha più industria, non ha più sistemi di welfare, non ha più sistemi pensionistici. Eurostat sostiene che l’unica condizione – non per crescere ma per mantenere i nostri livelli di ricchezza – si basa sulla capacità di accogliere tra 180 e 200 milioni di immigrati».
Manca una classe dirigente capace di leggere una realtà inevitabile.
«Io credo che sia inutile pensare di opporsi al cambiamento del mondo perché avverrà lo stesso e ci passerà sopra».
La gente pensa al presente.
«La vera preoccupazione è il prossimo futuro dove nel mondo l’equilibrio delle forze si sposterà a favore di una parte a scapito dell’altra. Questa Europa di 350 milioni di vecchietti avrà di fronte un’Africa di 4 miliardi e mezzo di persone con un’età media di 19 anni. Pochi si rendono conto che cosa significa questo. La sola Nigeria avrà più abitanti di tutta l’Unione europea. Allora è chiaro che un mondo di 4 miliardi e mezzo di persone emana un’energia rispetto alla quale non ti difenderà Vannacci. Oltre a essere indegno dal punto di vista dei valori, è pietoso sul piano politico e culturale».
Come difendere l’identità dell’Occidente?
«Non confondiamo dominio per difesa. Il nostro problema è evitare che l’inevitabile declino dell’egemonia occidentale travolga i nostri valori. Sono un patrimonio dell’umanità e noi dobbiamo cercare di comunicarli al mondo che cambia. Cioè, dobbiamo fare in modo che quel mondo in trasformazione coltivi i valori della libertà, della democrazia, della centralità della persona, che sono il grande patrimonio che ci appartiene. Il rischio è che invece il mondo occidentale si chiuda in un nazionalismo aggressivo e razzista, così nell’illusione di difendere la sua egemonia finisce per calpestare i valori e i principi che la nostra civiltà ha prodotto. Questa è la vera tragedia dell’Occidente in questo momento».
Babelezon bookstore leggi che ti passa

Articoli correlati

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.