La longevità non può essere un privilegio

per mino dentizzi
Autore originale del testo: MINO DENTIZZI

Se vivere più a lungo diventa un lusso, il progresso rischia di trasformarsi nella più grande disuguaglianza del XXI secolo.

Nel settembre del 2025, durante la parata militare di Pechino, un microfono rimasto aperto ha registrato una conversazione tra il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin su un tema che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza: la longevità, e perfino l’immortalità. Il traduttore di Putin ha evocato i progressi dei trapianti e la possibilità di prolungare radicalmente la vita; Xi ha osservato che, secondo alcune previsioni, in questo secolo si potrebbe arrivare a vivere fino a 150 anni.

Al di là del carattere quasi surreale della conversazione, colpisce che due tra i leader più potenti del pianeta ne discutano con tale naturalezza. È il segno di un cambiamento profondo: la longevità non è più soltanto una questione medica. È diventata un tema economico, strategico e persino geopolitico.

Non sono solo i governi a guardare in questa direzione. Da anni alcuni protagonisti della rivoluzione tecnologica investono nella ricerca sull’invecchiamento. Jeff Bezos figura tra i finanziatori di Altos Labs, società che studia la riprogrammazione cellulare e i meccanismi biologici dell’invecchiamento. Peter Thiel ha investito da tempo in iniziative e aziende impegnate nella ricerca sulla longevità. Elon Musk si è detto convinto che l’invecchiamento sia un problema biologico destinato, prima o poi, a trovare una soluzione.

 Non sono più soltanto suggestioni futuristiche. Attorno alla longevità sta crescendo una vera industria globale.

Si moltiplicano i cosiddetti Longevity Center, che propongono diagnostica avanzata, programmi personalizzati di prevenzione e test epigenetici presentati come indicatori dell’età biologica. Interventi fondati su solide evidenze scientifiche convivono con procedure e trattamenti la cui efficacia è ancora oggetto di studio. Si tratta generalmente di servizi offerti nel mercato privato, spesso con costi elevati.

È qui che si apre la questione più delicata.

La longevità rischia di trasformarsi da conquista collettiva a bene di lusso, da risultato del progresso sanitario a prodotto da acquistare. Il pericolo non è soltanto quello, già noto, della disuguaglianza tra ricchi e poveri. Potrebbe aprirsi una nuova frattura: tra chi avrà accesso alle conoscenze, alle tecnologie e agli interventi capaci di prolungare gli anni vissuti in buona salute e chi continuerà a invecchiare portando con sé il peso delle malattie, della fragilità e delle disuguaglianze accumulate nel corso della vita.

E non è soltanto un problema del futuro.

Il 25 e 26 maggio 2026, alla seconda edizione del Vatican Longevity Summit, a Roma, studiosi, medici ed economisti si sono confrontati proprio su questi temi. Tra i principi indicati dagli organizzatori figurava l’accessibilità universale: i benefici della longevità devono essere per tutti, non soltanto per pochi.

La questione è già davanti a noi. Sappiamo che chi dispone di maggiori risorse economiche e di un livello di istruzione più elevato tende mediamente a vivere più a lungo e in condizioni di salute migliori. Se le nuove possibilità offerte dalla medicina della longevità resteranno accessibili soltanto a una minoranza, il rischio è che una disuguaglianza già esistente venga ulteriormente amplificata.

Potremmo trovarci di fronte a un paradosso: proprio le tecnologie nate per sconfiggere alcuni limiti biologici dell’uomo potrebbero finire per accentuare uno dei suoi problemi sociali più antichi, la disuguaglianza.

C’è però un aspetto che l’entusiasmo tecnologico rischia di oscurare.

L’aumento straordinario della speranza di vita nell’ultimo secolo non è dipeso soltanto dai progressi della medicina, ma anche, in misura decisiva, dai progressi sociali e della sanità pubblica: acqua potabile, igiene, vaccinazioni, istruzione, sicurezza alimentare, migliori condizioni di lavoro, sistemi sanitari accessibili.

La longevità, insomma, è sempre stata anche una costruzione sociale.

Oggi sappiamo che esiste un altro determinante della salute spesso sottovalutato: la qualità delle relazioni. Isolamento sociale e solitudine sono associati a un maggiore rischio di mortalità prematura, malattie cardiovascolari, depressione e declino cognitivo. Coltivare amicizie, mantenere legami familiari, partecipare alla vita della comunità non è soltanto una questione di benessere: è una componente importante della salute.

La longevità, dunque, non nasce soltanto nei laboratori.

Nasce anche nelle piazze che favoriscono gli incontri, nei quartieri sicuri, nei trasporti pubblici accessibili, nelle biblioteche, nei parchi, negli spazi condivisi dove le persone possono continuare a sentirsi parte di una comunità. Nasce da città che permettono a un anziano di uscire di casa, incontrare qualcuno, muoversi, partecipare, continuare ad avere un ruolo.

Per questo, forse, accanto ai nuovi Longevity Center servono politiche pubbliche capaci di contrastare la solitudine e l’isolamento. Non è un caso che già nel 2018 il Regno Unito abbia affidato a un ministro una responsabilità specifica per il contrasto alla solitudine e abbia successivamente adottato una strategia nazionale sul tema.

La vera sfida della longevità non è promettere qualche anno di vita in più a chi può permetterselo. È costruire una società in cui tutti possano vivere più a lungo, ma soprattutto vivere meglio.

Il successo della medicina non si misurerà dal numero di compleanni che riusciremo ad aggiungere all’esistenza, ma dalla capacità di garantire quegli anni a tutti, senza che il reddito, il luogo di nascita o la condizione sociale decidano chi ha diritto a un futuro più lungo.

La longevità sarà davvero una conquista solo quando smetterà di essere un privilegio e diventerà un bene comune.

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