Il bicameralismo è perfetto

per domenico argondizzo
Autore originale del testo: Domenico Argondizzo
Fonte: mondoperaio
Url fonte: http://www.mondoperaio.net/n-12014-gennaio-2014/

di Domenico Argondizzo

Il-bicameralismo-è-perfetto_mondoperaio-1_2014

Se si capisce e conosce il passato si può affrontare e correggere al meglio il presente. E per conoscere, bisogna liberarsi dei luoghi comuni vestiti spesso da verità rivelate.

Un primo luogo comune vestito da verità rivelata dice che il problema della nostra democrazia sia la mancanza di capacità decisionale, sia la grave difficoltà per il Governo di far approvare la sua agenda dal Parlamento, sia la lentezza del Parlamento (al quale, poi, si attribuisce la responsabilità del disordine della produzione legislativa, che mina la stessa certezza del diritto). Faccio due esempi per mettere in discussione questa verità bugiarda.

Il primo esempio è tratto da alcuni passaggi della relazione di minoranza di Matteotti al disegno di legge n. 1810 Delegazione di pieni poteri al governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione[1].

«La verità è che il disordine amministrativo ed economico attuale non tanto dipendono da difetti del Parlamento, ma traggono inizio proprio dal momento in cui il Parlamento cessò di funzionare normalmente, e la legislazione, anziché conforme alle norme costituzionali, fu tutta affidata, dalla dichiarazione di guerra in poi, al Potere esecutivo, all’alta burocrazia e alle altre forze che sulle prime due hanno agito[2]. La farragine dei decreti sovrapposti, l’abitudine degli organi esecutivi ad agire ormai senza controllo né preventivo, né consuntivo, la protratta liquidazione delle gestioni straordinarie di guerra, costituivano tanti ostacoli alla ripresa della normale funzione legislativa e al riassetto amministrativo dello Stato. Ma è allora più che mai strano che, proprio nel momento in cui il Parlamento ha ripreso in parte il suo funzionamento, ricominciata la discussione dei bilanci, ristabilito il severo controllo della sua Commissione di finanza[3], proprio ora il Governo arresti il ritorno alla normalità e ci riporti alla nefasta legislazione per decreto».

Il secondo esempio, solo in apparenza contraddittorio, è a noi più vicino. Si tratta di un emendamento approvato nella lettura del Senato (AS974), al disegno di legge di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, recante disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia (c.d. “decreto del fare”; si tratta di un esempio magari marginale per la materia che copre, ma significativo di certe tendenze, nonché pittoresco):

«Art. 41-quater. – (Disciplina dell’utilizzo del pastazzo). – 1. Il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, emana entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, un decreto contenente disposizioni che consentano la produzione, la commercializzazione e l’uso del pastazzo quale sottoprodotto della lavorazione degli agrumi ad uso agricolo e zootecnico, sottraendolo in modo definitivo alla disciplina dei rifiuti. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è adottato un decreto ai sensi dell’articolo 184-bis, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, per stabilire i criteri qualitativi e quantitativi per l’utilizzo delle sostanze prodotte nel corso della lavorazione degli agrumi, nel medesimo o in altri cicli di produzione».

Questa materia merita una legge? Una legge poi, che si limita a dire quello che, in via piana e naturale, dovrebbe avvenire, senza che essa se ne preoccupasse. Quanta parte della legislazione dovrebbe essere coperta da regolamenti, ovvero proprio da atti amministrativi? Chi ha detto che il Governo debba svolgere il suo programma in via legislativa? La maggior parte delle decisioni che vengono prese sono sostanzialmente dei provvedimenti. Perché l’attività esecutiva ed amministrativa cercano sempre di avere l’ombrello ampio della sanzione del Parlamento, così svuotando sia la gerarchia delle fonti sia la separazione dei poteri? Il Governo, e l’Amministrazione dovrebbero assumersi le loro responsabilità. In Francia, si sono addirittura inventati la foglia di fico che sarebbe Lei, la legge, ad invadere il campo del regolamento… e che quindi va messo in Costituzione un muro (una riserva) invalicabile alla legge. La verità è che si fa fare alla legge un lavoro non suo.

Una verità sostanziale (non la sola), sottostante alle forme giuridiche ed ai rapporti tra i poteri, è che la composizione degli interessi (mano mano che essi siano più corposi) non avviene mai ai vari gradi deputati della gestione amministrativa e di governo, negli enti territoriali, nelle regioni e nello Stato. Bensì, tale composizione – portatrice (come inevitabilmente è) di costi politici, perché qualche volta può dirsi di sì, ma la maggior parte delle volte si deve dir di no (data l’impossibilità di piena soddisfazione di tutti gli interessi, salvo negare il presupposto della necessaria composizione) – viene via via passata di mano ad un livello sempre più alto. Si arriva quindi al Parlamento, il grande confessionale, dove – bene inteso – non si decide, bensì si sanzionano le scelte difficili che in altra sede, in altro Potere, non si sono volute assumere per le ragioni solo accennate. E della legge nessuno è responsabile, a differenza degli atti di amministrazione, degli atti di normazione di secondo grado. Alla legge tutti gli organi dello Stato danno immediata esecuzione (senza responsabilità politica, perché si esegue), soprattutto gli organi deputati a finanziare l’azione e gli interventi pubblici…

Si può continuare a ritenere veramente – oramai a 65 anni dall’entrata in vigore della Costituzione – che il governo in Italia non sia abbastanza forte? Non mi fermo al dato formale di superficie delle frequenti crisi di governo soprattutto della I Repubblica, che si concludevano solitamente con rimpasti, cioè scambi di dicasteri fra le stesse personalità riconducibili ai diversi partiti di maggioranza (con uscita e/o ingressi nella maggioranza più o meno degli stessi partitini). Nella sostanza c’è stata una grande continuità amministrativa nelle compagini che hanno governato il Paese, magari senza una speculare continuità di azione politica, e perciò – cosa grave – senza responsabilità.

Più correttamente, si può invece affermare che un governo che esercita nella sostanza la funzione legislativa è, non dico, forte, ma abnorme. A riprova di questa usurpazione basta soppesare, nei dati assoluti, quante delle leggi approvate sono quelle di iniziativa governativa. Per non parlare delle modalità di approvazione delle leggi finanziarie o di stabilità; per non parlare della eterogeneità di materie dei decreti-legge[4]; per non parlare dell’uso distorto da parte del Governo della questione di fiducia su suoi maxi-emendamenti (su testi propri[5]); per non parlare degli stessi canali diretti e riservati con cui si mettono in mano a parlamentari le varie proposte emendative per le commissioni e per l’Aula… Quindi, si dovrebbe parlare della irresponsabilità di un governo onnipotente, in assenza di partiti forti in Parlamento.

Se solo si considerino invece gli esecutivi statunitensi, elvetici, e tutti i frequenti esecutivi di minoranza delle mature democrazie nord-europee, si può constatare che tutti questi esecutivi governano, e se ne assumono la piena responsabilità (e con essi i partiti che li esprimono, e quindi la società che esprime quei partiti), pur non determinando la legislazione. Non dovremmo avere paura di sperimentare per la prima volta questa situazione, per noi assolutamente nuova.

E proprio in questo senso, si muoveva la proposta di Tosato-Ruini-Perassi-Mortati[6], che io voglio chiamare norvegese, ma che, in effetti, era assai superiore anche all’esempio norvegese. La iniziale volontà dei Costituenti, formalizzata nell’ordine del giorno Perassi approvato dalla Commissione dei 75, fu però svuotata dalle incomprensioni tra le forze politiche e, soprattutto, dalla poco diffusa consapevolezza entro le file delle stesse forze politiche.

Siamo quindi al secondo luogo comune vestito da verità rivelata: quello secondo cui il bicameralismo perfetto abbia fatto il suo tempo.

Mi permetto di rispondere che avrà fatto il suo tempo quella brutta copia del bicameralismo perfetto che rimase nel testo della Costituzione: non ha certo fatto il suo tempo quella intuizione! Il bicameralismo perfetto proposto da quei costituenti aveva lo scopo precipuo di separare la legislazione dall’indirizzo politico; quello che residua nella Costituzione del 1947 è solo il suo moncone. Mentre per la preparazione delle leggi, è utile un maggiore approfondimento, vi è un problema per la fiducia. L’errore concettuale e di grammatica giuridica – lo disse più volte Tosato in Costituente – è quello di aver voluto sdoppiare (con la possibilità concreta di esiti contraddittori) un atto di investitura (la fiducia al governo) che per sua natura non può essere che unico e simultaneo. Quindi si proponeva che le due Camere agissero separatamente per la approvazione delle leggi (e questo rimase), ma che si pronunciassero sulla fiducia al governo solo in seduta comune dei loro membri, sede che quindi non poteva avere effetti sulla approvazione delle leggi. Il fine ultimo (ottenuto con il combinato disposto del perfetto raddoppio della Camera legislativa e di una terza sede per esprimere la fiducia) era proprio quello di togliere ogni possibilità di uso ricattatorio della questione di fiducia da parte del Governo, per imporre la propria legislazione al Parlamento; cosa già sperimentata ampiamente in epoca statutaria liberale (insieme all’uso di altri strumenti più brutali e sinceri: il tenere letteralmente chiuse le Camere, l’uso di una decretazione per cui non erano previste né scadenze né sanzioni parlamentari), e ben prima di arrivare al colpo di stato autocratico-fascista[7].

A cosa si assiste infatti in Italia sin dal 1848 (salvo qualche brevissimo ed isolato episodio, quale il triennio del compromesso storico…)? Alla parodia della forma di governo britannica, parodia nella quale l’Esecutivo (e cioè le delegazioni dei partiti che lo compongono, in epoca repubblicana) esercitano entrambe le funzioni (esecutiva e legislativa) dalla stessa cabina di regia. Questa è la totale negazione della separazione dei poteri, con l’aggravante della presenza di partiti politici poco rappresentativi, numerosi, e frammentati al loro interno (durante buona parte della I Repubblica, ci sono stati bensì due grandi partiti, ma il sistema era bloccato per altre note ragioni[8]).

Tornando al discorso generale, i gruppi parlamentari dei partiti che esprimono il Governo sono costretti ad accettare la linea dei loro omologhi che siedono al Governo: ciò anche perché la tenuta della coalizioni si regge sempre su un equilibrio instabile, che è bene non rischiare di perdere, sottoponendolo, dopo la “quadra” trovata in Consiglio dei ministri, all’ulteriore prova delle discussioni parlamentari (tra commissioni ed Aule)… Nel modello britannico, invece, la forza del governo, è data dalla forza della sua maggioranza parlamentare[9], la forza della sua maggioranza parlamentare è data dalla forza dei partiti politici che la compongono. E la forza dei partiti è un dato politico che si può favorire (ed anche creare se manca del tutto) con la legge elettorale[10] e con un controllo della Giurisdizione costituzionale sul loro funzionamento interno. Ma in Italia si ribalta tutto, sono le istituzioni e la legge elettorale che devono essere adattate alla natura dei partiti, ed in ultimo alla natura della comunità politica, del corpo elettorale.

Ora, abbiamo detto, che si devono superare i luoghi comuni. Penso che la separazione dei poteri non possa ancora essere etichettata come un luogo comune, bensì è l’essenza della democrazia liberale, è uno dei costitutivi primordiali della lotta per il costituzionalismo. Sono i partiti politici, che – per la loro maggiore comodità, per un gretto calcolo di sopravvivenza nelle condizioni in cui sono (e sono stati quasi sempre) in Italia – vivono la democrazia liberale come una grave difficoltà. E, lo ripeto, è la società italiana che esprime immancabilmente questi partiti. Ma, per questa ultima ragione, sono solo i partiti politici stessi – o meglio le loro frange più illuminate e consapevoli, se vi fossero e se riuscissero a prevalere – che dovrebbero imporre (a loro stessi, e quindi, a cascata, a tutta la società) le regole della democrazia liberale: attraverso la separazione dei poteri, una legge elettorale che consenta a chi vince di avere una congrua maggioranza parlamentare[11], ed un controllo della Giurisdizione costituzionale sul loro funzionamento interno.

Tornando al bicameralismo, dopo che fu quasi subito equiparata la durata delle due Camere (nel 1963), le differenze residuali sono ancora quelle dell’elettorato attivo e passivo, ed il macigno della assai diversa consistenza (i membri eletti del Senato, tolti i senatori a vita e gli ex presidenti della Repubblica, sono la metà di quelli della Camera). Ciò semplicemente produce la minore appetibilità politica, la minore voglia dei partiti di difendere anche il Senato. Prosaicamente, ci sono molte meno poltrone da conservare. La torta, grande il doppio, è quella della Camera bassa. Ed infatti, sin dall’indomani dell’approvazione della Costituzione, si è parlato del superamento del bicameralismo perfetto che rimase (pur con le amputazioni già dette rispetto alla proposta Tosato-Ruini-Perassi-Mortati).

Ma solo con la fiducia al governo espressa del Parlamento a membri delle Camere paritarie riuniti (ecco l’utilità di rispolverare il modello norvegese), in questo paese, l’indirizzo legislativo può essere messo nelle mani del Parlamento. Si possono benissimo ridurre i membri delle due Camere, ed io aggiungo, finalmente parificandole, per esempio 200 membri per ciascuna: ma non si getti il bambino (cioè questa opportunità di vera aria nuova per l’Italia) con l’acqua sporca (cioè il bicameralismo zoppo approvato nel 1947)!

Se si finisse per adottare il modello della Francia, che è assai diverso dal presidenzialismo USA perché ignora la separazione dei poteri (salva la occasionale anomalia della coabitazione), non si farebbe che “istituzionalizzare” anche nella Costituzione formale la già detta parodia del governo di gabinetto britannico. Reintrodurremmo nella Carta il monarca, anche se elettivo.

Analogamente, in una forma di governo parlamentare in assenza di elezione diretta del Presidente della Repubblica, ma con una sola Camera “politica”, vi continuerebbe ad essere comunque un Governo che svolge attività prettamente esecutiva con veste di legislazione, un Parlamento che apparentemente si impiccia anche dell’attività amministrativa (ma con quali competenze? con quali strumenti di indagine tecnica “autonomi” rispetto alle burocrazie ministeriali?), un Parlamento che forse ha qualche sporadico contentino nell’indirizzo normativo (su cose marginali, magari coreografiche e quindi portatrici di consenso, forse con poca spesa).

Ma un’altra via, che non sia né quella francese, né quella tedesca, e via dicendo, potrebbe essere nuovamente percorsa e con maggior successo che non nel 1947.

Se invece vincesse la consolatoria scelta di restare nel governo statutario di monarchia costituzionale pura[12], con o senza elezione diretta del monarca, ciò sarebbe pure legittimo, ma andrebbe detto apertamente. Si dica che si ritiene preferibile investire un solo organo delle funzioni legislativa ed esecutiva. Ma, allora, perché mantenere in vita il Parlamento, ancorché monocamerale? Per fare un teatro tanto costoso quanto vano?

Quel Senato, affiancato da quella terza Camera, poteva servire a migliorare di molto il funzionamento del governo parlamentare in questo paese. E’ chiaro che, in un quadro diverso, con una netta separazione dei poteri, con una netta divisione nella gerarchia delle fonti, gli episodi di criticità nei rapporti tra Governo e maggioranza parlamentare sarebbero assai ridotti. Che cosa resterebbe delle prerogative del Governo in Parlamento riguardo ai propri progetti di legge ovvero ai progetti di iniziativa parlamentare che volesse fare propri? Si potrebbero comunque applicare o migliorare anche gli strumenti di accelerazione dell’iter dei disegni di legge di interesse dell’Esecutivo, ma Esso avrebbe oramai perso il potere formale (e sostanziale) di obbligare il Parlamento ad approvare una legislazione conforme ai propri desiderata.

La Costituzione Repubblicana poteva essere una occasione per innovare rispetto al passato statutario liberale. Mi riferisco agli assetti di vertice dei poteri dello Stato, che possono influenzare (e sono influenzati) dal sostrato economico-sociale: invece, così non è stato, ovvero è stato solo in piccola parte. Infatti, guidati dalla moda di cambiare tutto, ci si irrigiditi rispetto alla vera nuova proposta di lasciare il destino del governo solo nelle mani del Parlamento in seduta comune. Questa idea appariva recessiva, troppo poco diversa rispetto ad un passato in cui una debole capacità di esprimere la sfiducia era nelle mani quasi esclusivamente della Camera eletta. Il ragionamento era più o meno questo: si decide di eleggere con il suffragio diretto anche il Senato, ponendolo sullo stesso piano della Camera. Allora perché non dare a tutte e due le Camere separatamente gli stessi poteri (e con una intensità assai maggiore rispetto allo Statuto) di far cadere i governi? Perché si dovrebbe relegare questa capacità alla sola riunione delle due Camere?

Scegliendo la via che “appariva” più radicale, si è proseguita nella Repubblica la forma di governo costituzionale puro del 1848…, in cui il Governo del re (che ora sono i vertici dei partiti) tiene in mano ed esercita simultaneamente entrambe le funzioni (legislativa ed esecutiva), al di là di delle apparenze.

Tutto deve cambiare…


[1] Per l’esame di questo disegno di legge, fu nominata dal Presidente della Camera De Nicola una Commissione speciale, composta da: Salandra, Presidente e relatore della maggioranza, Matteotti, relatore della minoranza, Bertone, segretario, Bonomi, Colosimo, De Nava, Fera, Lazzari, Paratore. La relazione fu presentata alla Presidenza il 21 novembre 1922.

[2] I vari poteri privati, economici e non.

[3] Con le riforme regolamentari – alla Camera dei deputati – del luglio 1920, con i conseguenti accordi e norme regolamentari di secondo livello, con le successive riforme regolamentari del giugno del 1922.

[4] Per non parlare della pratica della reiterazione dei decreti-legge, superata nel recente passato, per via di una pronuncia di incostituzionalità.

[5] Con l’argomento specioso dell’eccesso di proposte emendative parlamentari. Ma, se questa fosse la vera causa scatenante, non sarebbe più piano, corretto, limpido, praticabile, modificare i regolamenti parlamentari? Lo si potrebbe fare: rendendo non ripresentabili emendamenti già respinti e/o giudicati non ammissibili nell’altro Ramo, o in commissione; contingentando anche nel numero le proposte emendative presentabili da parte dei singoli parlamentari-gruppi; esigendo una complessiva coerenza degli emendamenti provenienti dallo stesso presentatore.

[6] Mortati, ancora nel 1967, così ancora ricordava, la proposta dell’attribuzione alle due Camere riunite dell’esercizio del conferimento della fiducia al Governo: «Sta di fatto che un’iniziativa in questo senso era stata presa proprio da un professore di diritto costituzionale, l’onorevole Tosato (al quale mi ero associato), mentre essa ebbe ad incontrare il dissenso di quasi l’intera Assemblea» (C. MORTATI, La crisi del Parlamento, in “La sinistra davanti alla crisi del Parlamento – 14-15 maggio 1966 – Atti del Convegno promosso dal Movimento Salvemini”, Milano, Giuffrè, 1967; anche in “Problemi di politica costituzionale – Raccolta di scritti”, Milano, Giuffrè, 1972, v. IV, pp. 157-158).

[7] Che funse soprattutto da estrema radicale chiusura del sistema politico oligarchico (espressione del sistema economico oligopolista), rispetto ad una Camera elettiva in cui il riformismo socialista aveva iniziato ad affermare la sua azione concreta.

[8] Quindi la DC, che da sola – salvo nella I legislatura – non poteva sostenere un governo, era costretta a dialogare con una galassia di nanetti, per usare la categoria di Sartori.

[9] Le rare volte che il Governo britannico pone la questione di fiducia, lo fa per rispondere ad input provenienti dal Gruppo parlamentare, che, a sua volta, registra l’umore prevalente nel Partito di maggioranza. Quindi, il nesso fiduciario, in Gran Bretagna, funziona – complessivamente, prevalentemente e, mi si consenta, correttamente – come una freccia il cui senso di marcia muove dal Parlamento al Governo.

[10] Tralascio l’ipocrita critica delle liste bloccate, argomento che viene generalmente abusato a riprova della perfidia dei partiti.

[11] Un giudizio storico che sancisca il fallimento dell’ingegneria elettorale italiana in questi decenni, non dovrebbe trascendere da una analisi tecnica sui sistemi concretamente adottati, sul loro essere cuciti addosso agli equilibri prevalenti tra e nei partiti/coalizioni presenti in campo; e sui sistemi che sarebbe stato augurabile – pur nella opinabilità delle tesi – fossero adottati. Quindi un giudizio ultimativo potrebbe magari attestarsi più sulla poca probabilità che un dato sistema partitico adotti leggi elettorali che possano trasformarlo, seppure anche assai marginalmente. Figurarsi poi, nel caso possa essere individuata una metodologia elettorale (quale un proporzionale corretto) consona al corretto funzionamento di un dato sistema di organizzazione (e divisione) tra Organi e funzioni costituzionali, anche in un società politica-partitica ancora ferma all’epoca feudale.

[12] In generale, si può affermare che nella forma di governo costituzionale pura, al di là della formale separatezza dei poteri, data dalla mancanza di rapporto fiduciario, il Re tenga in pugno sia l’Esecutivo sia il Legislativo. Al contrario, in Italia, proprio la presenza – introdotta sin dai primi anni di vigenza dello Statuto per prassi e convenzione costituzionale – del rapporto fiduciario, ha prodotto paradossalmente – dato il quadro della società politica – la perpetuazione di quel sistema sotto la veste del governo parlamentare.

 

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