Il capitalismo finanziario è civilizzabile? ( parte seconda)

per nicola
Autore originale del testo: Nicola Boidi

di Nicola Boidi 23 gennaio 2015

 «Qualsiasi specie di potere ha dinanzi a sé un futuro incerto; al contrario l’incertezza è completamente scomparsa nei confronti del denaro…..In esso il carattere specifico del potere raggiunge…il proprio culmine: si tratta realmente di una pura possibilità,in quanto il presente, ciò che abbiamo nelle mani, è importante solo in rapporto al futuro, ma si tratta anche di un potere autentico perché abbiamo la completa certezza della realizzabilità di questo futuro»

Georg Simmel

Abbiamo visto come il « motore ausiliare» di accumulazione del capitale, la cosiddetta «accumulazione per circolazione del denaro» (il denaro che produce direttamente altro denaro saltando tutti i passaggi classici del processo di accumulazione tradizionale che prevede, detto in modo schematico, investimenti in mezzi di produzione e forza lavoro, retribuzione degli stipendi, profitto e nuovo reinvestimento parziale del profitto in innovazione o implementazione dei mezzi e in forza lavoro) messo in moto dall’economia di mercato per sopperire alla crisi del precedente ciclo economico, abbia predisposto da sé, fin dalle sue origini, il proprio «ingrippamento», il crack finanziario di dimensioni gigantesche manifestatosi tra il 2007 e il 2008 . Le conseguenze devastanti di questo crack si protraggono tutt’ora nelle politiche economiche nazionali e sovranazionali dettate dalle stesse logiche e dalle stesse forze responsabili del disastro, specie all’interno dell’Unione europea.

Abbiamo individuato, come primo dei due fattori determinanti che, a partire dagli anni ottanta del novecento, hanno attivato il meccanismo, la redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto seguita alla liberalizzazione del movimento dei capitali, alla delocalizzazione delle produzioni delle corporations verso i paesi del cosiddetto Terzo mondo – poi, con la caduta del blocco comunista, anche nei paesi dell’Europa Orientale – alla caccia di costi del lavoro e delle materie prime inferiori, di diritti del lavoro o sul lavoro ridotti al minimo, con conseguente diminuzione dell’occupazione, stagnazione prima e diminuzione poi degli stipendi dei lavoratori dei paesi occidentali, e la conseguente spinta all’indebitamento di individui, famiglie e piccole e medie imprese.

Il secondo fattore determinante, anche grazie allo sviluppo delle tecnologie informatiche del personal computer e la nascita della rete globale internet, è stata la deregulation finanziaria: l’implementazione per non dire la crescita geometrica delle forme, figure e attori della circolazione del denaro,l’affermazione di un sistema finanziario «bancocentrico» di dimensioni, complessità e opacità (la finanza «ombra» dei circuiti finanziari non regolamentati) gigantesche, il tutto agevolato e liberalizzato dalle istituzioni politiche, con incastonata al centro come sua « gemma» la facoltà di creare denaro al computer da parte delle banche private allo scopo di concedere crediti, facoltà con scarsa o pressoché nulla limitazione o regolazione da parte delle Banche centrali e delle istituzioni politiche, di una dimensione senza precedenti nella storia. Se questi sono i problemi al cuore della attuale crisi economica internazionale, molti studi,  analisi e proposte di riforma della finanza internazionale sono stati elaborati ma allo stato dell’arte solo una minima parte è stata presa in considerazione, fatta propria da rappresentanti delle istituzioni politiche (parlamentari, governi, partiti) e trasformata in battaglia politica.

Cominciamo a vedere le proposte di riforma del sistema finanziario. La prossima volta dovremo considerare i progetti di politiche economiche anticicliche che si prefiggono di combattere la disoccupazione.

Si è detto che la dimensione gigantesca assunta dai principali gruppi finanziari, non più semplici «banche» ma vere e proprie bank holding companies, che ricomprendono al loro interno banche ma anche fondi d’investimento comune, fondi pensione e compagnie assicurative (i cosiddetti investitori istituzionali), dalle polivalenti funzioni finanziarie, è uno dei problemi del sistema finanziario. Oggi gli attivi dell’eurofinanza, sistema ombra incluso, arrivano a superare il 600% del Pil dell’Unione europea a 17 (tra attivi«ufficiali» delle banche dell’eurozona che, dati 2011, corrispondevano al 300 % del Pil dell’eurozona – mentre gli attivi bancari statunitensi non arrivavano al 100% del Pil – e attivi al di fuori dei bilanci ufficiali, quelli della finanza ombra, che corrispondono grosso modo a una percentuale equivalente) con un Pil corrispondente a 60 trilioni di euro contro 14 trilioni del Pil eurozona. I maggiori gruppi finanziari europei (dizione più adatta che quella di «semplice» banca) hanno una dimensione eccezionalmente grande rispetto al paese in cui risiedono (l’olandese Ing possiede attivi finanziari superiore all’intero Pil dell’Olanda); tali giganti della finanza, proprio per le loro dimensioni, risultano «troppo grandi per essere lasciati fallire», e acquisiscono nel loro insieme un potere sulle istituzioni politiche e sull’opinione pubblica smisurato.

Tra le 147 multinazionali che formano il nucleo e il governo oligarchico dell’economia mondiale, sui primi 50 in classifica ben 48 (il 96%) sono gruppi finanziari: banche, fondi di varia natura e assicurazioni. Di questi 48 gruppi 18 sono europei, in ordine di graduatoria: Barclays (prima assoluta), Axa (assicurazioni), Legal and General groups, Ubs, Deutsche bank, Credit Suisse, Natixis. Nove gruppi bancari della Ue hanno attivi che superano 1 trilione di euro. Otto banche hanno attivi che superano il 100% del pil del loro paese. La sola Deutsche Bank fa registrare attivi corrispondenti al 17% del pil aggregato della Ue : 2,2 trilioni di euro su 14.

Delle centinaia di trilioni di dollari di derivati creati da questi gruppi oltre il 90 % è scambiato «al banco», al di fuori delle piattaforme regolamentate. E’ solo un valore nominale ? A seconda della loro tipologia e della dinamica dei mercati finanziari i derivati possono valere di più o di meno del loro valore nominale o niente affatto: nessuno è in grado di stabilirlo, né le autorità di sorveglianza né le banche emittenti,né i loro detentori. Vi è poi l’effetto di leva (il cosiddetto « leveraggio») a esemplificare l’inclinazione di queste megabanche a preferire operazioni di finanza speculativa piuttosto che funzioni di servizio all’economia reale. Prendiamo il caso paradigmatico delle banche britanniche: in un sistema finanziario il cui contributo al pil nazionale è doppio di quello del resto d’Europa,quelle banche avevano un capitale proprio troppo esiguo rispetto ai prestiti concessi e agli indebitamenti assunti da altre banche per scopi creditizi. L’effetto di leva finanziaria corrispondente a questi meccanismi si era gonfiato fino a raggiungere il 40 a 1.

Il concetto di «banca troppo grande per essere lasciata fallire» implica che la bancarotta di una sola di esse metterebbe in pericolo i risparmi di centinaia di migliaia di famiglie, il flusso di pagamenti tra migliaia d’imprese, il bilancio dello Stato che dovesse pagare l’assicurazione sui conti correnti e i depositi a termine. L’unica possibilità per ridurre questo rischio sarebbe scomporre questi gruppi finanziari Tbtf (too big to fail) in varie unità più piccole svolgenti funzioni diverse, di modo che se una è in difficoltà può essere lasciata fallire purché i conti correnti e i risparmi depositati presso quella banca siano assicurati.

Le megabanche europee (come quelle statunitensi) hanno assunto le loro gigantesche dimensioni in seguito a un furioso processo di fusioni e acquisizioni (Mergery&Fusion, M&F) di altre banche, processo che negli ultimi vent’anni ha portato il loro numero complessivo a dimezzarsi da 14.000 a poco più di 6.000. La costituzione di venti/trenta colossi finanziari a seguito di questo processo è motivata dalle seguenti finalità: 1) creare valore per l’azionista; 2) accrescere le proprie dimensioni per diminuire il rischio di essere acquistato da un proprio concorrente; 3) annettersi linee di prodotto presenti nella banca bersaglio, evitando l’onere di di svilupparle da sé, 4) conquistare nuovi mercati all’estero, Europa dell’est in primis, i cui paesi a partire dagli anni 90 sono stati soggetti a una rapida ed estesa privatizzazione degli istituti e dei mercati finanziari. La perdita stimata di 130.000 posti di lavoro nel settore finanziario della Ue a seguito delle M&F non compensa la maggiore efficienza raggiunta nell’organizzazione e nei servizi offerti ai clienti.

Se la dimensione dei colossi bancari è una delle questioni cruciali, tutte le proposte di riforma puntano sulla separazione strutturale tra banche commerciali, centrate sulle attività di raccolta del risparmio e di erogazioni dei prestiti, e banche d’investimento specializzate in attività quali: 1) emissione e collocazione di azioni; 2) pianificazioni di fusioni ed acquisizioni; 3) prestiti a corporations che intendono effettuare grandi investimenti; 4) ristrutturazioni finanziarie; 5) consulenze a governi su debito pubblico e politiche economiche; 6) compravendita in proprio o per conto terzi di rami d’impresa o d’intere imprese da riorganizzare, scomporre e rimettere sul mercato; 7) creazione e gestione di fondi speculativi. E’ vero che la proposta di riedizione della legge Glass-Steagal, varata dal governo Roosvelt nel 1933 per attuare la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento, non risolve direttamente il problema delle dimensioni di un gruppo finanziario, poiché senza l’imposizione di un limite preciso alla sua crescita, un istituto finanziario potrebbe continuare a crescere oltre ogni misura pur esercitando operazioni in un solo dei due settori, e dunque non potrebbe comunque essere lasciata fallire dalle istituzioni pubbliche proprio a causa della sua «taglia», con tutto ciò che ne conseguirebbe. La separazione tra i due ordini di attività dovrebbe essere allora abbinata al porre un limite in termini di attivi finanziari – tot miliardi – a una singola banca.

Di fatto non esiste alcuna ricerca empirica capace di provare un tangibile e durevole effetto positivo a medio e lungo termine sull’economia reale delle operazioni di M& A (mentre è risaputo che breve termine, per le società interessate dalle operazioni di fusione e acquisizione, la salita delle azioni in borsa e il conseguente flusso di cassa a tre-sei mesi crea dei nuovi dividendi da distribuire tra gli azionisti). E’ invece certo che per le banche d’investimento ogni M& A produce profitti rilevantissimi, per cui si sono adoperate in ogni modo per moltiplicarle. In questo contesto le banche d’ investimento svolgono una triplice funzione: 1) fanno da consulenti alla società acquirente; 2) offrono pari consulenza alla società «bersaglio»; 3) offrono alla prima grossi prestiti per condurre a termine l’operazione, dato che la fusione/acquisizione di una certa dimensione impegna capitali rilevanti.

Nel 1980 si registrarono solo un centinaio di M& A negli Stati Uniti, meno ancora nel resto del mondo. Nel 1998, anno in cui le fusioni & acquisizioni raggiunsero il loro picco, esse erano diventate 12.000 in America (per un valore totale di 1,75 trilioni di dollari) e oltre 30.000 altrove. Tra le maggiori banche d’investimento del mondo tre – Bear Sterns, Lehmann Brothers e Merrill Lynch – in seguito alla crisi del 2007 hanno chiuso, mentre altre due – Goldmann Sachs, JP Morgan – hanno cambiato statuto assumendo quello di bank holding companies, ma quasi tutte, comprese quelle europee, hanno subito pesanti perdite in buona parte trasferite in modo diretto o indiretto ai bilanci pubblici, o in parte sanate da leggi confezionate su misura.

Ancora una volta è l’effetto leva, usato in modo smodato da questa tipologia di banche, ha essere tra le maggiori cause della loro instabilità e possibilità di default : nell’intento di concedere un ingente prestito alle società che vogliono compiere operazioni di acquisizioni/ fusioni le banche d’investimento devono indebitarsi a loro volta contraendo da altre banche prestiti a breve termine (i repos, prestiti legati ad accordi di riacquisto a termine) oppure a lunga scadenza (tipo le obbligazioni). In questo modo accrescono a dismisura il rapporto tra capitale proprio e capitale prestato o investito, prendendolo a prestito da terzi. Alla vigilia della crisi si è calcolato che le principali banche d’investimento americane o europee operassero con un effetto leva pari o superiore a 33 a 1. Almeno dieci punti di media in più delle banche commerciali.

Ogni 1000 dollari o euro investiti da una banca d’investimento per sostenere o partecipare a un’acquisizione, 970 erano presi a prestito. Nel caso che l’investimento perdesse anche solo 5 punti percentuali in valore, il capitale proprio – corrispondente al 3 % dell’investimento, pari a 30 dollari o euro – era del tutto insufficiente a ripagare le perdite. Le conseguenze possibili erano due: o il fallimento della banca o il salvataggio da parte dello Stato. E’ ciò che è accaduto a partire dall’ estate del 2007 per le prime 5 banche americane d’investimento e per le principali banche europee del settore. Alla luce di questi accadimenti la separazione strutturale e non solo legale o organizzativa delle banche commerciali dalle banche d’investimento, e qualche seria regolamentazione per quest’ultime, appaiono più che mai necessarie e urgenti.

Altre importanti proposte di riforma del sistema finanziario sono state avanzate da istituti e studi di ricerca americani ed europei. Vediamone alcune.

1) In primis il divieto di collocare fuori bilancio qualsiasi forma di attivo o passivo, sopratutto quelli assegnati alle società veicolo (Siv) sponsorizzate dalla banca stessa a cui questa appare sì cedere i suoi crediti con una vera vendita, salvo poi però, in caso d’insolvenza diffuse dei debitori, vedere questi crediti insolventi risalire pericolosamente sui registri della banca sponsor. L’avvallo legale a svolgere in modo illimitato tale tipo di transazioni fuori bilancio, aggirando di fatto sia le regole sulla riserva da versare alla Bce che gli accordi interbancari di Basilea, è stato un ‘incentivo fortissimo in tale direzione.

2) Una serie di regole che i derivati finanziari dovrebbero osservare: A) l’obbligo di effettuare le transazioni esclusivamente in circuiti regolati (le borse finanziarie) ; B) il divieto di produrre e negoziare derivati senza che una delle controparti contraenti (il venditore o l’acquirente dei titoli) possieda il sottostante (il derivato vero e proprio).  Al momento della crisi, il 98% delle centinaia di trilioni di dollari o di euro di derivati in circolazione, era scambiato senza che uno delle controparti possedesse un dollaro o un euro del sottostante, (petrolio, metalli, prodotti agricoli o altro che esso fosse). Inoltre sarebbe da vietare la produzione di derivati che permettono di scommettere sui guai finanziari di terzi, tipo i Cds , e di rivendere anche più volte il tagliando della scommessa.

3) Anche le attività, che possono essere giudicate utili per le attività bancarie e per l’economia in generale, svolte dalle non- banche che operano come banche, ad esempio i fondi del mercato monetario che accettano depositi garantendo la restituzione al 100% o erogano prestiti a condizioni favorevoli – e che dunque «creano denaro» – dovrebbero essere però regolamentate giuridicamente e così portate fuori dal «cono» della «finanza ombra».

4) Dovrebbe essere vietato cartolarizzare o titolarizzare i prestiti erogati. In modo più preciso si dovrebbero distinguere i prestiti che vengono trasformati in semplici titoli commerciali quotati in borsa, e quelle titolarizzazioni che sono solo il primo passo per produrre derivati strutturati, quali le Cdo, contenenti migliaia di titoli di credito (o debito) con diversi livelli di rischio. Il primo tipo di titolarizzazione potrebbe essere semplicemente limitato a una quota % sui prestiti erogati, mentre il secondo tipo dovrebbe essere tassativamente proibito.

5) Sarebbe necessaria una drastica limitazione del potere delle agenzie di valutazione (agenzie di rating) di emettere giudizi sulla qualità dei titoli di credito privato, oppure sul rischio di sostenibilità del debito pubblico di nazioni, senza mai assumersi la responsabilità di eventuali errori di giudizio, di arbitrii commessi dietro precisi interessi, o di valutazioni manifestamente espresse senza un’ adeguata e doverosa analisi dei titoli da valutare. Il trincerarsi, come fino adesso è accaduto, dietro il primo emendamento della Costituzione americana che difende la libertà di opinione e di giudizio, non dovrebbe più valere per valutazioni quali sono quelle di queste agenzie: non si tratta di semplici opinioni influenti al pari di qualunque altra, ma tali che hanno un peso schiacciante sull’opinione pubblica e sui soggetti interessati alle operazioni finanziarie. Delle valutazioni non documentate, errate o in qualche modo strumentali, le agenzie di rating dovrebbero assumersene la responsabilità giuridica civile e penale. Questo anche perché, in manifesto conflitto d’interessi, il reddito di tale agenzie proviene in massima parte da quelle istituzioni finanziarie che emettono i titoli da sottoporre a valutazione o da quei fondi speculativi che speculano sul debito pubblico degli Stati. Giudici non super partes , dunque.

6) L’ultimo punto sulle necessarie riforme del sistema finanziario è in realtà il più importante e strategico di tutti: la questione cruciale del potere di «battere moneta». Detto in altri termini la misura finanziaria decisiva anche se non esaustiva e in sé sufficiente (andrebbe accompagnata dalle proposte precedentemente elencate) sarebbe quella di restituire il potere di creare denaro alla collettività, di metterlo sotto il controllo di uno Stato sovrano democraticamente governato, dopo che per secoli le banche private hanno goduto del privilegio di creare in modo progressivo e crescente masse di denaro dal nulla, al punto che oggigiorno il denaro bancario (virtuale o digitale) supera il 95 % del totale in circolazione. Il paradosso è che con questo meccanismo gli Stati si sono trovati nell’obbligo di indebitarsi prendendo a prestito dalle banche private, tramite le emissioni di titoli o obbligazioni, somme crescenti di denaro a un elevato tasso d’interesse, anziché creare essi stessi, a interesse zero, il denaro da impiegare per sostenere l’economia, l’occupazione, la spesa sociale.

Per eliminare o perlomeno contenere tale potere delle banche private di creare denaro dal nulla è necessario togliergli la facoltà pressoché illimitata di concedere prestiti non coperti da depositi o da capitale proprio. Ricordiamo che attualmente le banche private concedono un prestito o credito semplicemente scrivendo al computer una data cifra sul conto corrente di un depositante; la cifra viene iscritta a bilancio da un lato come un passivo , dall’altro lato del bilancio stesso come un credito o attivo; non un euro viene sottratto al conto di altri soggetti, e la banca ha l’unico obbligo di avere in capitale proprio una riserva minima della somma prestata (1 dollaro ogni 10 prestati in Usa e 1 ogni 12 nella Ue ), la cosiddetta «riserva frazionaria». Da quando esistono gli istituti bancari il potere di concedere crediti superiori al proprio capitale fa parte dei loro meccanismi fondamentali, ed è un elemento positivo nella promozione del processo economico; il problema oggi è che questo potere ha assunto dimensioni e distorsioni tali che l’hanno trasformato in un processo patologico.

Un rimedio su base monetaria a questa «patologia finanziaria» fu già formulato da economisti di diverso orientamento teorico e politico negli anni trenta, in seguito alla crisi del 1929, ed è stato ripreso da diversi studiosi in questi ultimi anni. Questo rimedio monetario già conosciuto come Piano di Chicago perchè formulato per primo dal professore Henry Simons dell’università di Chicago, o Piano Fisher (dal suo teorizzatore più conseguente, Irving Fisher) sostanzialmente propone di eliminare la «riserva frazionaria» di contante posseduta da una banca che operi in modo tradizionale. Ipotizzando che, realisticamente, una banca possieda denaro contante equivalente al dieci per cento dei depositi a vista, che ai suoi tempi Fisher chiamava «denaro assegni» e oggi chiameremmo «denaro digitalizzato o virtuale» (come compendio di tutto il denaro circolante presso la banca medesima tramite operazioni al computer), il restante 90% «digitale» dovrebbe essere consegnato come collaterale a una «Commissione monetaria» governativa che in cambio verserebbe alla banca l’equivalente in contanti, formato da denaro legale (digitale o contante poco importa) da essa creato sotto controllo governativo.

Tra le conseguenze vantaggiose che Fisher elenca a seguito di una tale misura monetaria vi sono: 1) la diminuzione del debito statale gravato da interessi (in titoli di Stato), in quanto gran parte di queste obbligazioni o titoli-prestiti statali in vigore sarebbe trasmessa dalle banche alla Commissione monetaria governativa; 2) la semplificazione del sistema monetario con la cancellazione potenziale della differenza tra il denaro contante (stampato in carta moneta) e il « denaro-assegno» o denaro «digitalizzato»; 3) la diminuzione del numero di collassi bancari perché i loro potenziali autori, i maggiori creditori di una banca sarebbero i suoi correntisti, i cui depositi sui conti correnti sarebbero coperti al 100%; 4) la funzione delle banche sarebbe semplificata con la netta separazione tra i depositi a vista e i risparmi, i primi garantiti al 100%, i secondi da considerare come un investimento che non richiede la stessa copertura; 5) i più gravi episodi di inflazione e deflazione sarebbero ostacolati perché le banche perderebbero il loro attuale potere di creare e poi distruggere «denaro-assegno».

6) Come conseguenza della precedente prevenzione d’inflazione e deflazione anche gli episodi di boom speculativi e di depressioni economiche sarebbero massimamente diminuite; 7) il controllo delle industrie da parte delle banche sarebbe in questo modo massimamente ridotto nella sua dimensione; 8) le banche potrebbero continuare a prestare denaro con la sola limitazione di non crearlo dal nulla e di utilizzare fonti solide quali il capitale proprio, il denaro depositato dai clienti su conti di risparmio, di cui non potrebbero disporre scrivendo assegni, più il denaro ricevuto per l’estinzione dei crediti.

La costituzione di un sistema monetario più solido tornerebbe di vantaggio alle stesse banche perché dai maggiori guadagni e dal ritorno di un benessere economico superiore e maggiormente esteso esse riceverebbero in deposito maggiori risparmi. La recente rivisitazione del Piano Simons/Fisher da parte di due economisti del FMI, effettuata attraverso analisi e simulazioni mediante complessi modelli matematici, ha portato alla «sorprendente» conclusione, a ottant’anni di distanza, che il Piano di Chicago ridurrebbe di molto la volatilità dei cicli economici causata dal rapido mutamento nell’atteggiamento delle banche verso il rischio del credito, eliminerebbe le corse agli sportelli, e ridurrebbe istantaneamente i livelli del debito pubblico e privato. Il denaro emesso dallo Stato sarebbe capitale della nazione e non debito, e sarebbe inoltre l’attivo liquido centrale dell’economia; le banche potrebbero concentrarsi sulla concessione di credito a progetti d’investimento che richiedono competenza in tema di monitoraggio e gestione del rischio (punto di forza delle banche).

Anche la proposta di legge presentata alla Camera dei Rappresentanti Usa dai deputati Kucinich e Conyers nel settembre 2011 (e da allora bloccata presso le commissioni del Congresso americano) va in questa direzione della nazionalizzazione della facoltà di «stampare moneta» (la facoltà esclusiva della banca centrale di creare denaro base). La premessa di base della loro proposta è che la cessione del potere costituzionale di creare denaro alle banche private ha avuto le seguenti funeste conseguenze: 1) una crescente e irragionevole concentrazione della ricchezza; 2) una sfrenata espansione del debito nazionale,sia pubblico che privato; 3) una tassazione vessatoria dei cittadini al fine di accrescere le entrate pubbliche; 4) svalutazione della moneta; 5) drastici aumenti del costo degli investimenti in infrastrutture pubbliche; 6) livelli record di disoccupazione e sotto-occupazione; 7) indebolimento costante e progressivo della capacità e della responsabilità del Parlamento di provvedere risorse per il benessere generale di tutta la popolazione.

La proposta di legge Kucinich-Conyers ha come suoi capisaldi, da una parte, la creazione di un’economia della piena occupazione, la contrazione del debito pubblico e la stabilizzazione del sistema pensionistico, e dall’altra parte l’abolizione della creazione di denaro dal nulla da parte dei privati sviluppata attraverso la concessione di prestiti trasformati in depositi o per mezzo della riserva frazionaria. Per legge dovrebbe essere inserito l’obbligo che i prestiti siano appoggiati al 100% da denaro legale o «denaro base» (da una «riserva monetaria totale» a garanzia dei depositi da parte della Banca centrale) invece che da «denaro-assegno».

Mentre nessuna proposta legislativa analoga risulta all’esame delle istituzioni del Parlamento e della Commissione dell’Unione Europea, ci sono però diverse proposte dettagliate e concrete di riforma del sistema monetario formulate da centri, studi, associazioni e singoli studiosi dei diversi Paesi europei. Una proposta di riforma fondata sulla «riserva totale» del sistema bancario, analoga agli studi americani, è stata presentata in un lungo rapporto intitolato Verso un sistema bancario e monetario per il XXI secolo da un gruppo di istituzioni della Gran Bretagna. In questo rapporto si ribadisce che un sistema a riserva totale a piena garanzia dei depositi non condurrebbe affatto a una restrizione del credito ma l’incentiverebbe; non bloccherebbe affatto i depositi bancari ma viceversa faciliterebbe la loro destinazione a investimenti produttivi; l’emissione di moneta da parte della banca Centrale non sarebbe inflazionaria.

Con il passaggio per legge alla riserva piena al posto di quella frazionaria e il correlativo divieto alle banche private di creare denaro erogando prestiti non appoggiati da nulla, l’unico genere di denaro esistente, circolante o depositato in un conto corrente o in un conto di risparmio, sarebbe il denaro creato in modo legale dalla Banca centrale sotto forma di registrazione elettronica o in contante. L’idea di fondo sottostante è che ai tre classici poteri dello Stato liberale – il potere legislativo, esecutivo e giudiziario – dovrebbe affiancarsi un« quarto potere», non più inteso classicamente come il potere di controllo e di opinione pubblica della stampa e dei media in generale, ma come «potere monetario», un istituzione pubblica con esclusivo diritto di« stampare moneta».

Questa istituzione pubblica indipendente nell’ambito dell’Unione Europea dovrebbe coincidere con la Bce e con il sistema delle banche centrali nazionali. Il denaro presente sui conti correnti, in gran parte creato dalle banche, sarebbe dichiarato a una certa data «denaro legale» al pari delle monete e delle banconote; sarebbero distinti categoricamente i conti correnti destinati unicamente a custodire i depositi ed eseguire pagamenti, (funzione per la quale la Banca riceverebbe una certa remunerazione), dai conti di risparmio destinati unicamente a effettuare investimenti e a erogare prestiti a famiglie e imprese, investimenti e prestiti con un grado variabile di rischio, a fronte del quale sarebbe la banca a remunerare il depositante.

Sia che si volesse imporre il divieto della creazione dal nulla di denaro da parte delle banche o si volesse, in maniera più ridotta, limitare rigorosamente i crediti da cui tale creazione nasce a investimenti produttivi, sarebbe necessaria una profonda ristrutturazione del sistema bancario Ue. Queste riforme del sistema monetario dovrebbero però operare congiuntamente alle riforme volte a ridurre la dimensione, la complessità e l’opacità degli istituti finanziari. Solo così si potrebbe tentare di riportare la finanza al servizio dell’economia reale, mente al presente è esattamente il contrario che accade: sono tutti i comparti dell’economia reale che vengono asserviti alle logiche finanziarie.

Il trentennale predominio della finanza ha recato danni ingentissimi all’economia reale, alle popolazioni e alla natura ambiente, danni stimabili in alcune decine di trilioni di dollari e in smisurate sofferenze. A sua volta la riforma del sistema finanziario dovrebbe accompagnarsi a politiche economiche volte a combattere il male economico e sociale più grave di tutti, male superiore al debito pubblico o al deficit dei bilanci statali: il male della disoccupazione di massa contro cui i governi degli Stati europei e le istituzioni dell’Unione europea sono stati scandalosamente inetti se non sostanzialmente indifferenti in questi anni di recessione economica. Da qui dovremo ripartire la prossima volta.

 

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