Maurizio Landini, il corpo politico

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Fonte: facebook

di Alfredo Morganti 3 novembre 2014

Il corpo politico

Che il corpo in politica abbia un senso, lo dice la storia non la cronaca di questi giorni. Il sovrano ha sempre avuto un ‘corpo’ da opporre, magari soltanto ‘mistico’, che garantiva fittiziamente la legittimazione dinastica, ma pur sempre di corpo si trattava e si tratta ancor oggi. Per questo è stato spettacolare vedere in diretta, su Rep TV, Maurizio Landini fronteggiare in piazza la polizia alla testa degli operai. In epoca di hashtag, di astrazioni mediali e di finzioni, quella persona in carne e ossa ‘collocata’ in uno spazio fisico delimitato, acquisiva immediatamente un senso, e la politica magicamente subito riassumeva e riportava in auge la territorialità, ridiveniva politica di ‘spazi’ da tenere o conquistare e non di ‘tempi’ da annunciare (il futuro, il ‘cambiamento’, domani, adesso!, i dinosauri, i vecchi, i giovani). Non c’è niente di peggio di concepire la vita politica come vago infuturamento, indefinito cambiamento, o come annuncio, attesa, rinvio, promessa, escatologia. Che va bene quale prospettiva, indicazione di percorso, orizzonte, ma non esaurisce affatto la spinta vera a trasformare lo stato di cose esistenti (per usare una formula antica) che percepisci attorno.

E poco conta che Landini sia comparso in video, che quel corpo sia stato mediatizzato. La fisicità era così evidente da bucare lo schermo. La territorialità, lo scontro, i confini, la mobilità delle forze in campo erano talmente lampanti, vivi, che sembrava di sentirne la consistenza palpabile. Il ‘movimento’ era movimento vero, spostamento fisico di corpi, c’era un qualcosa di guerresco, si sentivano i ‘rapporti’ in campo. Io questo lo chiamo, provocatoriamente, ritorno della politica. Ritorno di una cosa che sta stretta nei confini mediali, che annaspa nella rete, che affoga nei sondaggi, ma che invece è cosa concretissima, e resta cosa di donne e di uomini in carne e ossa. Così pure la leadership, non è roba da alti, belli e biondi, ma si costituisce giorno dopo giorno, cresce nella vita quotidiana, si nutre di esperienze, pratiche, non solo di idee, nel caso voglia ‘trasformare’ e non seguire in termini inerziali una linea già tracciata da altri. La politica ricompare quando ricompare un confine, quando il confronto è chiaro, quando si esce da un atteggiamento di attesa passiva e senza prospettive, e si ritrova il bandolo della matassa..

Questo non vuol dire che domani si scende in piazza e ci si azzuffa col primo che capita. Al contrario. Dietro la politica c’è sempre (ancora) la metafora bellica. Ci sono le tattiche, le scelte di campo, l’analisi dei rapporti di forza, c’è il tempo debito, c’è l’occasione, c’è la forza ma c’è pure l’indugio, l’aspettativa, il realismo. E c’è la guerra partigiana, quella difficile, quella fatta di acquattamenti e assalti improvvisi contro un avversario evidentemente più forte. Riportare la politica dal ‘tempo’ allo ‘spazio’ non significa tirar fuori la testa quando l’altro ha il fucile spianato, quando è sulla collinetta e tu in basso. Vuol dire però marcare il territorio, fare emergere un’identità, delle idee, delle proposte assertive, stare allineati e coperti, opporre un corpo (fisico, politico) e non solo documenti fittissimi. Mostrare una ‘fisicità’ che oggi è molto vaga. Che non vuol dire darsi alla macchia come una banda di guerriglieri, creare un gruppuscolo, ‘scindersi’ in termini minoritari.

Serve forza, al contrario, carattere, perché di partiti piccoli e sconfitti è lastricata la storia della sinistra. Dobbiamo puntare, viceversa, a una sorta di ‘vocazione maggioritaria’ della sinistra politica e sociale. La leadership di Landini non emerge perché si sia ‘scisso’ da qualcosa. Lui sta solo riconquistando il terreno concesso agli avversari, metro dopo metro, corpo dopo corpo, casamatta dopo casamatta. I sondaggi verranno dopo, ché in fondo risentono del clima politico. È la riconquista del nostro popolo che viene prima, la riconquista del nostro terreno di iniziativa, di una cultura politica della sinistra, e c’è una rete da ritessere, e uno spazio da riplasmare, e un campo da allargare non da restringere con iniziative minoritarie, di corto respiro. Non c’è un ristretto cortile di casa da difendere, ma un intero campo di forze da ribaltare. Piano, certo. Con intelligenza, pazienza, avvedutezza ma con grande determinazione e il coraggio d’altri tempi.

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