IL DECLINO CE LO SIAMO SCELTO

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Giovanni La Torre
Fonte: Limes

IL DECLINO CE LO SIAMO SCELTO

Improduttività, corruzione, debito e scarsa innovazione soffocano economia e società italiane, ma tasse e costo del lavoro riempiono un dibattito sterile. I numeri del regresso. Il cortocircuito degli anni Settanta. Piccola agenda per non morire.

1. Quando un paese declina non se ne avvede: l’incoscienza avviluppa popolazione e classe dirigente, rendendo il processo sempre più irreversibile. Il declino italiano emerge dai dati, ma per constatarlo basta osservare il livello e gli oggetti del dibattito politico. Le polemiche e le contrapposizioni, anziché riguardare il futuro del paese, concernono di solito argomenti minimalisti e rispondono più a beghe personali, a ripicche futili, a polemiche montate sul nulla per racimolare qualche zero virgola nelle urne o nei sondaggi. I punti più «alti» del dibattito riguardano la riduzione delle tasse e del costo del lavoro: argomenti la cui urgenza, se vera, confermerebbe lo stato declinante della nostra economia 1. Nel mondo in continua evoluzione il nostro paese accusa piuttosto un problema cronico di bassa produttività, di corruzione endemica e di alto debito.

L’Italia registra, nel disinteresse generale, un andamento della produttività scadente. Secondo l’Istat 2 nel periodo 1995-2022 la produttività del lavoro (attenzione: non dei lavoratori) in Italia ha avuto un incremento medio annuo dello 0,4%, inferiore a quello medio Ue (1,6%), nonché a quello di Germania (1,3%), Francia (1,0%) e finanche Spagna (0,6%). La produttività del capitale nello stesso periodo ha registrato addirittura un decremento: -0,5%, segno di un impiego in settori inefficienti. Sconfortante è il dato relativo alla produttività totale dei fattori (ptf) 3 che registra, nel periodo, un variazione media annua dello 0,1%. Cioè: in 27 anni, nella media dell’economia italiana, il progresso scientifico e tecnologico è come non ci fosse stato 4.

Nel giugno 2023 la Commissione europea ha pubblicato l’ultimo «European Innovation Scoreboard», da cui si ricavano altri dati interessanti. I 27 paesi Ue vengono classificati in quattro gruppi: innovation leaders, strong innovators, moderate innovators e modest innovators. Nel primo gruppo figurano, in ordine, Danimarca, Svezia, Finlandia, Olanda e Belgio. Il secondo comprende sei paesi, tra cui Germania e Francia. L’Italia è quarta su dieci nel terzo gruppo, dietro Estonia, Slovenia e Repubblica Ceca ed è sotto la media Ue, mentre Germania e Francia sono sopra. Complessivamente siamo al 15° posto su 27 (la Germania è al 7°, la Francia all’11°). Agli ultimi posti ci sono Bulgaria e Romania.

Allargando l’analisi a tutta l’Europa, il paese più innovatore risulta la Svizzera mentre il Regno Unito si colloca sopra la Francia e sotto la Germania. Al primo posto tra i paesi extraeuropei c’è invece la Corea del Sud, seguita da Canada, Stati Uniti e Australia; l’Ue nel complesso viene dopo questi paesi e prima del Giappone. Se invece consideriamo i singoli Stati, la Svizzera è il paese più innovativo anche a livello mondiale seguita da Danimarca, Svezia, Finlandia e Olanda, mentre la Corea del Sud è sesta.

Nell’elaborare la graduatoria vengono considerati 32 parametri, 20 dei quali ci trovano sotto la media Ue. Quelli che ci vedono meglio piazzati e ci evitano di scivolare ancora più giù sono il numero di «pubblicazioni scientifiche collocate nel 10% delle più citate al mondo» (4° posto), il numero di «design presentati all’ufficio competente dell’Ue» (3° posto), l’«efficienza nell’utilizzo fisico delle materie prime» (3° posto). I primi due testimoniano che il nostro fattore umano è valido e costituisce un patrimonio enorme, se solo lo utilizzassimo. Per contro ci posizioniamo al 26° posto per numero di laureati tra i 25 e i 34 anni (peggio di noi fa solo la Romania) e poco meglio (22° posto) per numero di «specialisti nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione».

2. Dai dati è evidente come bassa produttività e scarsa innovazione siano tra le cause principali del nostro declino, ma nel dibattito politico si preferisce additare la pressione fiscale e il costo del lavoro. Eurostat 5 certifica che nel 2022 la pressione fiscale in Italia è stata del 42,9%, la settima più alta nell’Ue dopo quelle in Francia (48%), Belgio (45,6%), Austria (43,6%), Norvegia (43,6%), Finlandia (43,1%), Grecia (43,1%). Tutti paesi, tranne la Grecia, ai quali il peso fiscale non impedisce di essere più innovativi di noi. In Germania la pressione fiscale è stata del 42,1%: una differenza trascurabile rispetto all’Italia.

Ancora più espliciti i dati sul lavoro. Secondo l’Ocse, nel 2022 il cuneo fiscale – sul quale tanto ci accaniamo – è stato del 53% in Belgio, del 47,8% in Germania, del 47% in Francia, del 46,8% in Austria e del 45,9% in Italia 6. Quanto al costo orario del lavoro, secondo Eurostat nel 2022 7 è stato di 50,7 euro in Lussemburgo, di 46,8 euro in Danimarca, di 43,5 euro in Belgio, di 40,8 euro in Francia, di 40,3 in Olanda, di 40,1 in Svezia, di 39,5 euro in Germania, di 39,0 in Austria, di 37,9 in Irlanda, di 35,9 in Finlandia e di 29,4 euro in Italia. Il cuneo fiscale non solo è più basso in percentuale rispetto ai nostri concorrenti europei, ma si applica anche a un valore inferiore. Ciò nonostante, si chiede di ridurlo. Un ultimo dato: in Italia ogni anno un lavoratore lavora mediamente 1.694 ore, contro le 1.511 della Francia, le 1.341 della Germania e le 1.560 medie dell’Ue 8. Anche questo è segno di scarsa produttività.

Questi dati dimostrano che concentrare tutta l’attenzione sulla pressione fiscale e sul costo del lavoro è sbagliato e ci fa perdere tempo prezioso. Accanirsi sul mercato del lavoro rendendolo sempre più precario fino a svilirlo, com’è accaduto e accade ancora in Italia (si veda per tutti il jobs act renziano) ha l’effetto opposto a quello asseritamente perseguito. In un paese avanzato la riduzione del costo del lavoro oltre una certa soglia diventa fattore regressivo e l’Italia questa soglia l’ha superata da tempo, a meno di voler ammettere che i nostri concorrenti siano i pae­si emergenti.

L’andazzo è economicamente negativo per il calo di domanda che determina, in quanto i percettori di reddito da lavoro hanno una propensione marginale al consumo maggiore dei percettori di profitti e rendite. Ma soprattutto, disincentiva gli investimenti in tecnologia e ricerca, determinando una diminuzione della produttività. Il precariato, tipico di un paese in declino, rende infatti più conveniente il lavoro rispetto all’investimento in ricerca e sviluppo, in quanto trattasi di fattore flessibile e a basso costo mentre l’investimento, una volta effettuato, diventa un costo fisso (ammortamento) da cui non si può prescindere. Un lavoro troppo flessibile ed economico disincentiva pertanto il rischio e consente la crescita di imprese inefficienti, che possono conseguire egualmente adeguati tassi di profitto.

Aumentare la flessibilità del fattore lavoro può essere utile in alcuni momenti per ristrutturare e riconvertire l’apparato produttivo, ma dev’essere una politica temporanea e monitorata, per evitare che si risolva solo in un aumento dei profitti.

3. Al 31 dicembre 2020, secondo Eurostat, in Italia le imprese business non finanziarie erano 3.640.489, contro le 3.084.048 della Francia e le 2.485.804 della Germania. L’ente europeo fornisce i dati per differenti categorie dimensionali, qui prendiamo in considerazione le due estreme: più di 249 dipendenti e fino a 9 dipendenti. Le imprese fino a 9 dipendenti sono 3.449.178 in Italia, 2.923.454 in Francia, 2.097.898 in Germania. Quelle con oltre 249 dipendenti sono 3.647 in Italia, 4.897 in Francia, 10.870 in Germania. Se si considera il valore aggiunto prodotto, in Italia le grandi imprese producono il 36,5% e le più piccole il 25,2%. Per la Francia, rispettivamente, 55,8% e 17,8%; per la Germania, 53,1% e 13,6%. Se si considerano i dipendenti, in Italia il 24,2% è occupato in imprese con oltre 249 dipendenti e il 42,5% in quelle fino a 9 dipendenti. Per la Francia i valori sono, rispettivamente, 48,3% e 23,1%; per la Germania, 43,0% e 18,9%.

Da qualunque lato si guardi, emerge il cronico nanismo del sistema imprenditoriale italiano. Con questa struttura diventa difficile competere se non chiedendo in continuazione, oltre alla licenza di evadere, riduzioni del costo del lavoro. Il nostro paese, che è parte del G7, necessita di un numero maggiore di grandi imprese perché i settori che danno sviluppo consolidato e duraturo hanno bisogno di capitali e investimenti ingenti. Gli investimenti significativi in ricerca e innovazione, tecnologica e di processo, richiedono imprese grandi anche per conseguire adeguate economie di scala, che consentano il recupero dei costi sostenuti. Noi invece ci siamo baloccati per anni con lo slogan «piccolo è bello», ed eccoci accontentati. Ci sono forze di governo che hanno assunto la difesa delle partite Iva, ovvero delle micro-imprese, a loro missione. Giorgia Meloni ha definito «pizzo» la tassazione di tali imprese.

In occasione della diffusione dei dati Istat sull’occupazione, capita di sentire giudizi rassicuranti; si è parlato di record occupazionale addirittura dal 1977. Si tratta di dati formalmente veri, ma fuorvianti. L’Istat considera infatti «occupata» una persona che abbia lavorato almeno un’ora in una settimana. Un disoccupato che il sabato sera consegna pizze a domicilio per l’Istat è un occupato che alza il livello dell’occupazione e riduce quello della disoccupazione.

C’è un altro dato che elabora il nostro istituto di statistica e che non viene divulgato con la stessa facondia, anzi bisogna andarselo a cercare: riguarda le «unità di lavoro», cioè il numero di occupati che avremmo se ogni lavoratore lavorasse il numero medio di ore del suo settore, lavorate dagli occupati a tempo pieno. Se prendiamo in considerazione questo dato, risulta che nel 2022 non abbiamo neanche recuperato le perdite della grande recessione, mancando ancora circa 800 mila posti rispetto al 2007. Alla stessa conclusione si giunge se prendiamo in considerazione le ore lavorate: ne mancano 1,8 miliardi rispetto al 2007 9. I dati per l’intero 2023 non sono ancora disponibili, ma da quelli parziali (fino al 30 settembre) si può già desumere che siamo sempre molto al di sotto sia dell’occupazione «reale» che delle ore lavorate del 2007 10.

D’altro canto anche se consideriamo il pil e facciamo 100 il valore del 2007, notiamo che a fine 2023 siamo ancora a 95,6, quando già a fine 2022 la Germania era a 116,6, la Francia a 117,7 e la Spagna a 107,4 11.

4. L’Italia è ritenuta un paese corrotto. L’ultimo rapporto di Transparency International relativo al 2023 ci vede al 43° posto nel mondo con un voto di 56/100, comunque un miglioramento rispetto al tempo dei governi Berlusconi. Nell’Unione Europea siamo al 17° posto, ultimi tra i paesi del G7, che hanno tutti (tranne gli Usa) un voto superiore a 70: la Germania è al 9° posto (punteggio: 78), il Canada al 12° (76), il Giappone al 17° (73), la Francia al 21° (71), il Regno Unito al 23° (71), gli Stati Uniti al 25° (69). La corruzione danneggia il sistema economico perché seleziona una classe imprenditoriale inefficiente dedita alle tangenti e mortifica le imprese che puntano sulle capacità imprenditoriali. Inoltre è un cancro per il sistema democratico in quanto seleziona una classe politica scadente.

Purtroppo non pare che il fenomeno venga avvertito nel nostro paese in tutta la sua gravità, come attesta il fatto che spesso si critica il «termometro» e non la «malattia». La critica più frequente è che tali graduatorie riguardano la percezione della corruzione: l’indice di Transparency (relativo al settore pubblico) si chiama infatti Corruption Perception Index e ciò induce molti a ritenerlo inadeguato, se non falso, anche perché si tende a far credere che la percezione sia quella dei cittadini. Invece la percezione è quella di tredici organismi internazionali, i quali a loro volta interpellano imprenditori e operatori.

I critici preferiscono citare ricerche in cui si chiede agli intervistati se siano stati vittima di atti corruttivi e qui la situazione migliora tantissimo, fino a risultare che il nostro paese è tra i meno corrotti al mondo. Sono queste ricerche a essere insignificanti: perché gli intervistati non sempre si fidano della promessa di anonimato, ma soprattutto perché i cittadini non sono testimoni della grande corruzione, la più cospicua in termini finanziari. Quale cittadino potrebbe mai rispondere di aver subìto un atto corruttivo a proposito degli scandali Mose o Expo? Alla percezione dei cittadini fa comunque riferimento Eurobarometro: nel 2023, alla domanda «Quanto pensi sia diffuso il problema della corruzione nel tuo paese?», l’85% degli italiani risponde «molto» o «abbastanza». Questo ci colloca al 20° posto (su 27), contro il 69% della Francia (12° posto), il 57% della Germania (7° posto) e il 70% medio dell’Ue.

Per i più esigenti ci sono altri rapporti sulla corruzione, in particolare un documento importante per autorevolezza e contenuti perentori. Può apparire datato, ma ai nostri fini non lo è affatto. È la Relazione sulla lotta alla corruzione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo del 2014, il cui allegato 12 è dedicato all’Italia. Il nostro paese ne esce malconcio: non solo per il posto in classifica (ultimo con Romania, Bulgaria e Grecia), ma per le umilianti considerazioni che avrebbero dovuto provocare le dimissioni di figure pubbliche per la vergogna, ovvero vibrate proteste qualora ritenute inaccurate.

L’immagine che emerge è quella di un paese governato da una classe politica corrotta e collusa con l’illegalità, dove le grandi opere costano spesso un multiplo rispetto ad altri paesi e dove nessuno spiega il perché. «In Italia i legami tra politici, criminalità organizzata e imprese e lo scarso livello d’integrità dei titolari di cariche elettive e di governo sono oggi tra gli aspetti più preoccupanti. (…) Uno studio del 2010 a cura del Center for the Study of Democracy considera il caso italiano esemplare per capire quanto stretti siano i legami tra criminalità organizzata e corruzione. Secondo lo studio è la corruzione diffusa nella sfera sociale, economica e politica ad attrarre i gruppi criminali organizzati, non la criminalità organizzata a causare la corruzione» (p. 5). «Degno di nota il caso di un parlamentare indagato per collusione con il clan camorristico dei Casalesi (…) per il riciclaggio di rifiuti tossici. Il Parlamento ha rifiutato ben due volte l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, impedendone la carcerazione preventiva. (…) I tentativi di definire un quadro giuridico in grado di garantire l’efficacia dei processi e la loro conclusione nei casi complessi sono stati più volte ostacolati» (p. 6).

Ancora: «Non esistono codici di comportamento per le cariche elettive a livello centrale o regionale. Quanto al conflitto di interessi, non sono in essere specifici dispositivi di verifica» (p. 7). «I termini di prescrizione previsti dalla disciplina italiana, sommati alla lunghezza dei processi, (…) determinano l’estinzione di un gran numero di procedimenti. La revisione della normativa che regola la prescrizione rientra tra le raccomandazioni specifiche per paese che il Consiglio [d’Europa] ha rivolto all’Italia a luglio 2013» (p. 8). «Nel solo caso delle grandi opere pubbliche la corruzione (comprese le perdite indirette) è stimata nel 40% del valore totale dell’appalto. Grandi opere come la ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto del 2009, l’Expo Milano 2015 o l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione sono viste, nella sfera pubblica, come particolarmente esposte al rischio di distrazione di fondi pubblici e infiltrazioni criminali» (p. 13). «L’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni tra Torino e Novara, 79,5 milioni tra Novara e Milano e 96,4 milioni tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al km della Parigi-Lione, i 9,8 milioni della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tōkyō-?saka» (p. 13). Per quanto riguarda la cosiddetta legge Severino (sulla corruzione), il rapporto la indica come un’occasione persa (pp. 2-3).

Queste affermazioni umilianti sono passate nell’indifferenza generale, salvo qualche reazione sdegnata per il posto in classifica. Più grave, se possibile, è che il 3 febbraio 2014, data di pubblicazione del rapporto, precedeva di un giorno la visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Parlamento europeo. Si è trattato quindi di un esplicito affronto istituzionale al nostro paese. In quel periodo era molto forte in Italia la polemica contro le istituzioni europee e contro la Germania, quindi quel documento sapeva di monito all’Italia affinché guardasse i propri problemi prima di attaccare l’Ue.

 

Carta di Laura Canali - 2023
Carta di Laura Canali – 2023 

 

5. L’Italia ha il quarto debito pubblico del mondo in valore assoluto (dopo Stati Uniti, Giappone e Francia) e il terzo in rapporto al pil (dopo Giappone e Grecia). Oggi ammonta a circa 2.900 miliardi di euro. Potrebbe non essere un dato preoccupante, ma lo diventa se sommato alle due precedenti emergenze. Alcuni economisti di sinistra non la pensano così. Per loro il problema è solo la «sostenibilità» del debito, cioè la capacità dello Stato di far fronte sempre al pagamento degli interessi onde evitare il default. A tal fine sono state predisposte delle formule, che però servono solo a evidenziare la capacità di corrispondere gli interessi e trascurano le questioni più importanti connesse a un debito rilevante. Queste sono emerse in occasione del Covid-19, dove il nostro paese ha avuto minori possibilità di manovra rispetto a chi aveva un debito più basso. In particolare, un debito alto comporta lo spreco di grandi somme per il pagamento degli interessi (circa 100 miliardi di euro nel 2024) e il rischio di insolvenza in caso di forte crisi economica che riduca le entrate tributarie. In una situazione del genere il mercato può valutare un rischio d’insolvenza anche quando la stessa non si è ancora prodotta, ingenerandola con comportamenti speculativi o con la condotta dei normali investitori che tendono a liberarsi dei titoli ritenuti rischiosi. È quanto si stava verificando in Italia nel 2011.

Comunemente si ritiene che a far deflagrare il nostro debito siano stati i governi degli anni Ottanta, specie la particolare stagione politica indicata con l’acronimo Caf: Craxi, Andreotti, Forlani. In effetti nel periodo 1980-89 il debito pubblico italiano in rapporto al pil è passato dal 56 al 92%. Detto doverosamente questo, la degenerazione della nostra finanza pubblica affonda nel decennio precedente. Il 1969 fu l’anno dell’autunno caldo, quando il risveglio del mondo del lavoro – la cui bonaccia negli anni precedenti aveva costituito un ingrediente chiave del «miracolo» italiano – rendeva necessario un ricambio di classe dirigente, ostacolato dal nostro «bipartitismo imperfetto». Gli equilibri internazionali imponevano il mantenimento di maggioranze che non rispondevano più alle esigenze del paese. Tali maggioranze non potevano tuttavia ignorare le istanze emerse, donde lo strabismo della politica, che da un lato rispondeva alle proteste per evitare che degenerassero in rivolta e dall’altro badava a non scontentare le categorie il cui voto assicurava la maggioranza ai governi. Venne così aumentata la spesa sociale senza però incrementare le entrate, dunque senza ritoccare le aliquote e tollerando l’evasione o prevedendo regimi fiscali particolari per quei ceti medi (commercianti, professionisti, artigiani, coltivatori diretti) che costituivano lo zoccolo duro dei partiti di governo.

La spesa pubblica passò dal 34,2% del pil nel 1970 al 41,7% nel 1980, avvicinandosi a quella delle altre democrazie europee, a vantaggio soprattutto di pensioni e sanità. Nello stesso periodo le entrate passarono dal 30,4% del pil al 33%, quando nei paesi Cee erano mediamente del 41,6%. Quindi mentre le uscite, in rapporto al pil, aumentarono nel decennio del 21,9%, le entrate lo fecero appena dell’8,6%. La conseguenza è stata una dilatazione del deficit rispetto agli altri paesi europei. Il deficit medio italiano tra il 1972 e il 1980 si è attestato al 9,4% del pil, contro il 3,5% del Regno Unito, il 2,2% della Germania e lo 0,5% della Francia. I continui saldi negativi dovevano essere finanziati a debito 12, cresciuto dal 36% del pil nel 1969 al 58% nel 1979, mentre nel decennio 1960-69 era passato dal 33% al 36% del pil. L’innesco della successiva esplosione debitoria si colloca dunque negli anni Settanta e si deve alle entrate, non alla spesa. Gli aumenti salariali e la crisi petrolifera del 1973 aggiungono una forte spinta inflazionistica che avvia un circolo vizioso prezzi-salari-tassi d’interesse-debito. Il tasso d’inflazione medio annuo è del 13,3% nel periodo 1970-79 e dell’11,6% nel periodo 1980-88.

6. Oggi il problema più serio e preoccupante resta la produttività. La nostra classe dirigente è chiamata a fare qualcosa di decisivo su questo fronte. Bisogna smetterla di umiliare scuola e università 13, indirizzandovi gran parte delle risorse disponibili e quelle europee. Occorre poi riunire intorno a un tavolo datori di lavoro e sindacati e far loro questo semplice discorso: «Signori, i dati sono questi. Cosa volete per invertire la tendenza?». Ma attenzione! Il tavolo dev’essere piccolo, non comprendere dieci rappresentanti per ogni organizzazione, che è il modo più sicuro per renderlo inutile. Poi va concesso quanto concordato, previa attenta verifica e monitorando attentamente l’evoluzione, pronti a bloccare tutto se non dovesse funzionare.

Bisogna anche smettere di incentivare direttamente le assunzioni e di svilire il lavoro senza un piano preciso di recupero della produttività, perché simili scorciatoie aprono un’autostrada al declino. L’esperienza ci dice che dare contributi per ogni assunto non aumenta di un’unità l’occupazione, perché spinge solo a concentrare nel periodo di validità dell’incentivo un’occupazione che comunque ci sarebbe stata. L’occupazione deve aumentare come conseguenza di una crescita sana.

Per la corruzione serve certezza della pena e rafforzamento dell’organizzazione della giustizia. Per i reati dei colletti bianchi (corruzione, peculato, evasione fiscale, bancarotta fraudolenta) i detenuti in Germania sono oggi il decuplo di quelli presenti nelle carceri italiane, sebbene la Germania sia meno corrotta. Serve ferma volontà di perseguire il reato, anche attraverso regole da inserire negli statuti dei partiti e poi fatte rispettare. Volontà che al momento non pare esserci. La riduzione del debito pubblico per essere seria e permanente deve derivare dalla risoluzione delle altre due emergenze, altrimenti sarà sempre precaria. All’inizio di un percorso programmato può essere anche opportuna una tassa patrimoniale una tantum da destinare esclusivamente alla riduzione del debito.

Ma il problema dei problemi è la qualità della nostra classe politica. Abbiamo selezionato politici non all’altezza di un paese del G7, privi di un disegno di sviluppo, come testimonia il livello del dibattito pubblico. Margareth Thatcher, nelle sue memorie, a proposito dei politici italiani annota: «Il sistema politico italiano richiedeva un talento per i gesti politici appariscenti, piuttosto che una convinta consapevolezza delle realtà politiche; il che era certamente considerato de rigueur nella Comunità. Ma io non potevo fare a meno di sentire un certo disgusto per quelli che lo praticavano».

In Italia abbiamo avuto due filoni di governanti. Il primo comincia con Cavour, prosegue con Giolitti e De Gasperi e giunge fino a Ciampi e Prodi: è quello della «consapevolezza delle realtà politiche». Il secondo comincia con Crispi, prosegue con Mussolini e arriva a Berlusconi, che sono per «i gesti politici appariscenti». I politici da trent’anni a questa parte appartengono, salvo eccezioni, più di frequente alla seconda categoria. Nell’autunno della Prima Repubblica era nato anche un terzo filone, quello del politico senza idee proprie e votato solo alla mediazione fine a se stessa, il cui prototipo è stato Forlani. Ma è potuto esistere solo allora perché non c’erano limiti alla spesa pubblica, lubrificante delle mediazioni politiche.

L’esito odierno di questa particolare selezione è un sistema politico bloccato, dove l’unico potere che una forza politica riesce a esercitare è quello d’interdizione, di blocco dell’attività altrui. Ciò genera un circolo vizioso: l’impossibilità di portare avanti scelte di lungo periodo determina l’allontanamento dalla politica dei soggetti capaci, da cui il permanere di una casta generalmente inadeguata, se non peggio. Il periodico ricorso a governi tecnici per sbrogliare matasse complicate testimonia questa inadeguatezza.

Note:

1. Altro segnale di assuefazione al declino è l’accoglienza quasi entusiastica da parte del governo del rating del nostro debito pubblico, a un passo dai «titoli spazzatura».

2. «Misure di produttività», Istat, dicembre 2023.

3. La ptf è un dato residuale e rappresenta il contributo del progresso scientifico, del management, della ricerca alla produzione.

4. L’Istat precisa, per tutti i dati esposti, che «le attività di locazione dei beni immobili, famiglie e convivenze, organismi internazionali e amministrazioni pubbliche sono escluse dal campo di osservazione». Il comparto con più gravi problemi di produttività è il terziario.

5. «Main national accounts tax aggregates», Eurostat, 26/1/2024.

6. A volte si paragonano i valori europei a quelli di Usa e Regno Unito, ma si tratta di un confronto incongruo in quanto in quei paesi sanità e previdenza sono per lo più private. «Tax Wedge», Oecd Data.

7. «Hourly labour costs», Eurostat.

8. «Hours worked», Oecd Data.

9. Anche un «tecnico» come Mario Draghi si è abbandonato a dichiarazioni trionfalistiche nel commentare i dati occupazionali durante il suo governo.

10. Fa specie constatare che anche Banca d’Italia, di solito così attenta, alimenta l’equivoco.

11. Questo fa capire come siano patetiche le affermazioni «cresciamo più di…», perché ogni volta si tratta di rimbalzi che gli altri hanno fatto prima.

12. C. Trigilia, «Dinamismo privato e disordine pubblico. Politica, economia e società locali», in Storia dell’Italia repubblicana, Torino 1995, Einaudi, vol. 2, tomo I.

13. Emblematica l’affermazione di Giulio Tremonti secondo cui «con la cultura non si mangia»

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