Economia

Pubblicato il 6 ottobre 2018 | di Andrea Costa

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Il generale Spread

Le elezioni non devono permettere che si cambi la politica economica […] ventitré persone in tutto e per tutto, con i loro vice, prendono decisioni fondamentali per milioni di altre, nel caso specifico i greci, sulla base dei parametri straordinariamente tecnici, decisioni che sono sottratte a qualunque controllo democratico”.

Che Pierre Moscovici – commissario europeo all’economia – non sia un fan della democrazia ce lo testimonia chiaramente questo suo scritto in esergo. Era imprevedibile che facesse di tutto per avversare attivamente le scelte democratiche in tema di politica economica.

Come ha splendidamente evidenziato Marco Travaglio in un articolo su Il Fatto Quotidiano, vi è una strana tempistica con cui il caro Moscovici rilascia le sue dichiarazioni, ansiogene per i mercati; e l’effetto desiderato – un’impennata dello spread – altrettanto tempestivamente arriva. La tesi sostenuta da Travaglio – e che pare confermata dai fatti – è che Moscovici getti volutamente ed al momento opportuno (subito dopo il ritorno della calma sulle piazze finanziare) benzina sul fuoco dei mercati già ansiosi. Lo scopo sarebbe quello di piegare l’Italia alla volontà “politica” della Commissione, determinando un innalzamento dei tassi di interesse. La parola politica è posta tra virgolette per una ragione molto semplice: la Commissione europea non ha un potere di indirizzo politico, e come tale non dovrebbe esercitarlo. L’unico potere che è assegnato alla commissione è quello di vigilare in piena indipendenza “sull’applicazione dei trattati”. La Commissione, infatti, nell’architettura UE è un organo a-politico che non accetta istruzioni da alcun paese membro, ma persegue l’interesse dell’Unione stessa. 

Abbiamo già tentato di dimostrare in un precedente articolo che in questo senso l’interesse dell’Unione in sé rappresenta poco più che una (pessima) maschera degli interessi nazionali dei singoli Stati. Ciò che, invece, qui sosteniamo è che una soluzione alla questione spread ci sarebbe già, ma che per ragioni rigorosamente politiche questa non viene attuata. Questa soluzione si chiama (o si chiamerebbe) BCE.

Cosa sia lo spread, credo non ci sia bisogno di ripeterlo. Basti ricordare che è un parametro che indica la quantità di interessi che lo Stato deve pagare ai creditori per sostenere il proprio debito rispetto all’investimento nel debito pubblico tedesco. Che il nostro debito sia così elevato, non perché siamo un popolo di scialacquatori dissoluti, ma perché la Banca d’Italia si dissociò dal Tesoro nell’81, è un tema che non vogliamo riprendere. Cosa sia la Banca Centrale Europea e quali siano i suoi poteri, invece, forse è opportuno ricordarlo. La BCE è un’istituzione dell’UE assolutamente autonoma e che – a differenza delle banche centrali tradizionali degli stati europei – non accetta istruzioni da alcun organismo UE, ma persegue inflessibilmente il proprio e unico obiettivo: garantire la stabilità dei prezzi. Del resto, l’architettura dell’Unione – in linea con i dettami monetaristi e neoliberisti – scinde in maniera assoluta l’esercizio del potere politico dalla politica monetaria. Insomma, non c’è nessuno che possa distogliere la BCE dal raggiungimento del proprio obiettivo, che poi è lo stesso desiderato dalle élites europee: la stabilità dei prezzi. 

Spiegheremo di seguito il perché di questa condivisione di desideri. Per garantire l’indipendenza ed evitare che la Banca Centrale Europea decida di intervenire in politica sostenendo il debito dei paesi membri, i Trattati le impongono un ben preciso divieto. L’art. 123 TFUE recita: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri […] alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici”. In sostanza, non si può ricorrere alla monetizzazione del debito, perlomeno sul mercato primario.

Proprio per aggirare quest’obbligo, a partire dal 2012 la BCE ha fatto ricorso al c.d. Quantitative Easing (QE o OMT), ovverosia all’acquisto dei titoli di debito degli Stati membri sul mercato secondario. Acquistare i titoli sul mercato secondarie significa in buona sostanza che ad ogni asta di BOT o BTP il dipartimento del Tesoro provvederà alla vendita sul mercato, dove essi verranno acquistati da intermediari finanziari privati, che poi avranno la possibilità di rivenderli successivamente (sul mercato secondario) alla Banca Centrale Europea.

Nel 2012 la ragione per cui i titoli di Stato hanno raggiunto livelli di interesse astronomici (lo spread era a 500 punti base) era determinata dall’insicurezza che si era venuta a creare nei mercati finanziari circa la tenuta dell’Italia e di altri paesi nell’euro. Vedendo il rischio di insolvenza – o quello più concreto di ridenominazione – gli investitori privati chiedevano ai dipartimenti del tesoro degli stati membri tassi di interesse sempre più elevati, che minavano alla base la stabilità finanziaria degli stessi paesi, tra cui rientrava anche l’Italia. In quell’occasione, per garantire la tenuta dell’euro (ma anche per garantire la capacità delle banche di erogare credito), la BCE adottò lo strumento sopra citato, il QE. In realtà, bastò la frase di Mario Draghi – il famoso ‘whatever it takes’ – per determinare la immediata discesa dei tassi di interesse.

La discesa dei tassi era indice del fatto che gli investitori privati accettarono da allora in poi dei tassi di interessi meno vantaggiosi, perché in ogni caso erano certi della solvibilità non del paese ma della BCE, che avrebbe acquistato i titoli anche nel caso in cui non fosse riuscita a piazzarli nuovamente sul mercato. La BCE operava insomma come ‘prestatore di ultima istanza’ (lender of last resort). Non ce ne voglia il caro Mario Monti, ma il vero Salva-Italia lo ha fatto Mario Draghi, mentre lui ha solo affamato inutilmente parte della popolazione.

Come doveva realizzarsi il quantitative easing? Quanti titoli di Stato poteva comprare la BCE? Sul punto non poteva che esistere un grande punto interrogativo. Quando si da uno sguardo ai documenti ufficiali che dovrebbero rispondere a queste due domande appare con estrema laconicità che il Consiglio dei Governatori (uno dei due organi che compongono la BCE) avrebbe deciso le modalità e le tempistiche del QE “in piena discrezionalità e agendo concordemente ai propri obiettivi di politica monetaria”. Si scrive obiettivi di politica monetaria, ma si legge stabilità dei prezzi. La misura fu così implementata. Essa però non venne pensata per raccogliere gran parte i titoli di debito che venivano alienati sul mercato e ridurre al minimo possibile i tassi d’interesse abbattendone la volatilità, ma programmando un acquisto parziale sulla base di accordi stabiliti di volta in volta. Va da sé che tanti più titoli la BCE avrebbe comprato anche sul mercato secondario, tanto di più sarebbe sceso lo spread e l’interesse che ciascuno Stato pagava sui propri titoli.

A questo punto dovrebbero esserci chiare due cose: 1) il Quantitative Easing è regolato solo ed esclusivamente dalla discrezionalità del Consiglio dei Governatori; 2) l’obiettivo che si propone è quello perseguire la stabilità dei prezzi, con un tasso di inflazione inferiore, ma vicino al 2%, come ama dire la BCE. Se è vero come è vero che un acquisto maggiore di titoli emessi da un Paese comporta l’abbassamento degli interessi pagati ai risparmiatori, il punto 1) significa ad un lettore attento basterebbe un fiat della BCE per ridurre a 0 lo spread dei BTP rispetto ai BUND, così come quello di ogni paese sotto attacco speculativo. Accadrebbe in sostanza ciò che è accaduto nel 2012, ma in misura più vasta. Semplicemente la BCE non lo fa.

E perché non lo fa? Si potrebbe dire ironicamente perché odia gli italiani, ma la risposta sarebbe probabilmente banale.  Ma la verità è che la BCE teme che un’iniezione di liquidità considerevole volta ad acquistare il debito di ciascun paese potrebbe determinare un aumento del tasso di inflazione. E allora, a questo punto dobbiamo porci la domanda delle domande.Perché la BCE ha il compito di garantire la stabilità dei prezzi? O meglio, perché il principale obiettivo attribuito alla BCE dai Trattati è quello di garantire la stabilità dei prezzi? Si potrebbe dire perché la BCE ed i Trattati amano i ricchi, e questa volta (anche se banalizzante) la risposta non sarebbe totalmente peregrina. L’obiettivo della stabilità dei prezzi non è un obiettivo socialmente neutro: ma tende a favorire i creditori, ovverosia coloro che in un dato momento storico hanno prestato denaro, generalmente i ricchi. Con un livello dei prezzi stabile, infatti, i prestatori-creditori non corrono il rischio di vedere il proprio credito perdere di valore, perché vincolato al valore nominale, ed ottengono una piena soddisfazione anche se la somma viene restituita dopo molti anni (insieme ad un più cospicuo quantitativo di interessi).

Vero è che anche i percettori di reddito fisso (i salariati) sono pregiudicati dall’inflazione. Tuttavia, l’innalzamento del livello dei prezzi determina per i salariati l’attivazione di una mobilitazione sociale e l’apertura di un conflitto che nel corso della storia ha quasi sempre portato all’innalzamento della piattaforma salariale. Tutti questi strumenti non sono contemplati a tutela di coloro che devono ricevere una somma di denaro una tantum, ad esempio a favore di chi ha erogato un mutuo e adesso aspetta che rata per rata gli si restituiscano capitale e interessi.

Potremmo polemicamente dire che questa politica favorisca le banche, le quali non si vedono esposte a rischi inflazionistici, ma ci piace di più dire che sono tutti i ricchi ad essere favoriti. Anche perché ad essere favoriti non sono solo i ricchi banchieri, ma anche i ricchi paesi, e specialmente quelli che vivono di esportazioni. Ve ne viene in mente qualcuno? A me viene in mente la Germania, il maggiore esportatore europeo. Sì, perché oltre ad evitare una svalutazione dei debiti contratti in euro, la permanenza di un basso tasso di inflazione riesce a tenere a bada i salari interni di ciascun paese. Infatti, insieme alla disgregazione sociale dovuta alle delocalizzazioni, la mancanza d’inflazione spegne anche il rischio di rivendicazioni dei lavoratori salariati che vedono erodere i propri risparmi dall’aumento dei prezzi. Questo significa una sola cosa: salari più bassi o stagnanti, dunque utili maggiori.  Per quest’effetto, insomma, la Germania – e gli esportatori di qualsiasi paese europeo – riescono ad avere la botte piena e la moglie ubriaca: bassi salari da pagare, pace sociale ed utili trainati dalla domanda estera in crescita.

Insomma, la BCE fa in piena autonomia il proprio mestiere, ma le decisioni finiscono comunque per determinare un vantaggio per la Germania. Le decisioni che potrebbero salvare gli altri paesi europei, invece, non possono essere prese per difformità rispetto ai Trattati. Se questa non è una questione politica. 

Autore Originale del Testo: Andrea Costa

Nome della Fonte: senso comune

URL della Fonte (link): https://www.senso-comune.it/rivista/penisola/il-generale-spread/

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