Il Governo e il Sud

0
395

di Guglielmo Forges Davanzati – 10 gennaio 2019

La Legge di Bilancio appena approvata contiene ben poche misure a beneficio del Mezzogiorno e alcune che semmai lo penalizzano. La filosofia di fondo che la ispira si basa sulla tradizionale logica dei tagli lineari: nei settori nei quali si decide di ridurre la spesa, la si riduce in modo omogeneo indipendentemente dall’esistenza di differenziali di sviluppo regionali, dando luogo di fatto a tagli selettivi a danno delle aree più povere del Paese. In più, in piena continuità con quanto fatto negli ultimi decenni, ci si affida al funzionamento di un presunto effetto di sgocciolamento, assumendo che se la locomotiva (il Nord) parte, trascina con sé anche i vagoni (il Sud). Nel dettaglio, ciò viene fatto essenzialmente con queste misure.

1. Il settore della formazione è oggetto di tagli stimati nell’ordine dei quattro miliardi nel prossimo triennio. Si re-introduce il blocco delle assunzioni (come in altri comparti della pubblica amministrazione), in un settore che, in Italia, è dimagrito notevolmente negli ultimi anni soprattutto perché maggiormente colpito dalle politiche di austerità attuate. E’ opportuno rilevare che il numero di dipendenti pubblici in Italia è inferiore alla media europea e la qualità dei servizi offerti (mediamente inferiore a quella degli altri Paesi dell’Eurozona) non può non essere influenzata dal basso numero di addetti. La qualità è anche differenziata su scala regionale, con peggiori servizi nel Mezzogiorno, a loro volta dipendenti da minori investimenti in ammodernamento degli impianti nella Pubblica Amministrazione. A ciò si aggiunge che, poiché i residenti nel Mezzogiorno, per effetto dei loro minori redditi e dell’età media più elevata, sono maggiormente dipendenti dal Welfare (si pensi al servizio sanitario), tagli lineari a quest’ultimo implicano tagli selettivi a danno delle aree più deboli del Paese. L’annunciato aumento delle assunzioni nelle Università sembra tradursi in un gioco a somma zero: non ci sarà un aumento delle assunzioni, ma una loro redistribuzione geografica ancora una volta – salvo alcune eccezioni – a vantaggio delle sedi del Nord, in piena continuità con quanto fatto dai governi degli ultimi dieci anni.

2. La sostanziale eliminazione del provvedimento sulle Zone economiche speciali – ovvero di aree con zero burocrazia e sgravi fiscali per l’attrazione di investimenti localizzate in prossimità di grandi porti – penalizza, anche in questo caso, soprattutto le aree più deboli a ragione del fatto che è nel Mezzogiorno che dovevano essere localizzate per la maggiore presenza di aree portuali (Napoli, Taranto, Bari, Gioia Tauro).

Lo stesso dibattito sul reddito di cittadinanza – del quale si discuterà per un apposito decreto nel prossimo mese – risente dell’egemonia acquisita dalla Lega nel Governo. Sul fronte leghista, si recrimina il fatto che – assumendo (cosa non vera, o comunque molto discutibile) che il livello dei prezzi sia più basso al Sud – il reddito di cittadinanza finirebbe per penalizzare i poveri del Nord. Di norma, questa tesi viene legittimata facendo riferimento al solo prezzo delle abitazioni, ed è evidente che, con questo metodo, il livello dei prezzi è più alto al Nord. Se tuttavia si considera un paniere di beni più ampio e soprattutto la dotazione quantitativa e qualitativa di capitale pubblico fra macroregioni (si pensi al sistema dei trasporti – solo il 5% della rete ad alta velocità copre le regioni meridionali), il dato cambia e cambia in modo significativo.

In più, rispetto alle previsioni, l’importo erogabile per sussidi si è significativamente ridotto, dai 9 miliardi preventivati ai 7.1 nel 2019. Anche in questo caso, si ripropone, seppure in via indiretta, una tesi vecchia, secondo la quale, per ragioni di presunta equità, i lavoratori del Sud dovrebbero avere salari monetari più bassi. Un tentativo di ritorno, insomma, alle c.d. gabbie salariali, dispositivo in vigore oltre cinquanta anni fa che discriminava i lavoratori del Sud da quelli del Nord in termini di trattamento retributivo. A ciò si aggiunge la previsione che il reddito di cittadinanza è condizionato all’accettazione di un posto di lavoro (per un massimo di tre offerte) anche in altre regioni. Una disposizione che, data la fragilità del tessuto produttivo meridionale, potrà verosimilmente accrescere le già imponenti migrazioni dal Sud. Per quanto paradossale possa sembrare per un governo che si presenta nemico dei “poteri forti”, anche questo Governo pare far proprio l’ammonimento di Angelo Costa, presidente di Confindustria negli anni della ricostruzione, contro la proposta di Giuseppe Di Vittorio di un rilancio degli investimenti pubblici al Sud: “è assurdo pensare che l’industria si localizzi nel Sud, è più conveniente trasferire manodopera verso il Nord”.

Né è ragionevole pensare che questo effetto verrà compensato dalla decontribuzione per imprese meridionali che assumono giovani di età inferiore ai 35 anni. Le decontribuzioni per le assunzioni sono misure già sperimentate, non hanno mai dato esiti significativi ed è difficile che li diano nelle circostanze attuali, considerando che le imprese meridionali assumono sempre meno in un mercato del lavoro sempre più ‘relazionale’ e dove età e titolo di studio contano sempre meno (essere giovani e istruiti è, come è noto, semmai uno svantaggio).
La tassa piatta (flat tax) riduce l’aliquota d’imposta sui redditi più alti e, in quanto tale, configura una redistribuzione dell’onere fiscale a danno delle famiglie più povere e a danno del Mezzogiorno. Ciò a ragione del fatto che nel Sud del Paese è concentrato il numero minore di famiglie con redditi elevati che possono beneficiare delle minori imposte.

Queste misure vanno lette nel quadro della strategia di differenziazione delle esportazioni perseguita dalle imprese del Nord dopo la prima crisi. Poiché sono queste ultime, a differenza della gran parte delle imprese meridionali, a essere maggiormente dipendenti dal ciclo economico globale, dopo la riduzione dei loro margini di profitto nel biennio 2008-2009 – contrazione che, in termini relativi, colpì maggiormente il Nord – si stanno oggi riposizionando sui mercati internazionali recuperando profitti.

Resta vero che il Sud costituisce un mercato di sbocco significativo per molte imprese del Nord, ma ciò riguarda soprattutto produzioni a basso valore aggiunto (alimentari e abbigliamento, innanzitutto). Ciò accade nonostante il fatto che il numero di residenti nelle regioni meridionali sia in continua riduzione – per effetto delle migrazioni e del calo delle nascite – e accade perché, in un contesto deflattivo, i prezzi dei prodotti delle imprese del Nord risultano ancora sostenibili per la gran parte delle famiglie meridionali e ancor più perché queste produzioni sono difficilmente sostituibili con produzioni locali (nel solo anno 2014, SVIMEZ calcola un numero di imprese meridionali fallite pari a circa 88mila). Per contro, le imprese del Nord con maggiore propensione all’innovazione provano a posizionare le loro produzioni su mercati internazionali, inclusa l’Eurozona e, in particolare, la Germania. Per far questo hanno bisogno di un sistema di trasporti efficiente, di centri di ricerca ben finanziati, di un sistema bancario accomodante e di forza-lavoro qualificata. Cioè hanno bisogno di incrementi di spesa pubblica, che, dati i vincoli del bilancio pubblico, significano decrementi di spesa pubblica in altre aree del Paese. Aree che, diventando sempre più povere, tendono a perdere anche potere politico nella sfera della negoziazione su trasferimenti pubblici e ripartizione geografica dell’onere fiscale.