Il lato oscuro dello storytelling – il potere e Renzi

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Fonte: facebook

di Alfredo Morganti – 17 settembre 2014

La parola ‘storytelling’, ai più, è nuova. Sembrava erroneamente emersa col renzismo, ma è vecchia nella sostanza come il cucco. In generale vuol dire trasporre un’argomentazione o un concetto nella sua ‘astrattezza’ all’interno di una storia, mediante una narrazione che ‘avvicina’ e colpisce emotivamente, produce empatia, scatena sentimenti. Potrebbe trattarsi di una storia emozionale che si produce solo mentalmente a seguito della visione di una foto, di un gesto, di un evento (i ministri vanno nelle loro scuole il primo giorno? Ciò fa rammemorare il nostro primo giorno, suscita simpatia, è come un film che si dipana dinanzi ai nostri occhi e intenerisce, insomma). Oppure di una storia vera e propria (il Berlusconi di ‘Una storia italiana’ con le sue foto, il mulino bianco Barilla, il Woody Allen degli spot coop, Carosello era uno storytelling ante litteram).

L’idea è quella di fare leva sui sentimenti, piuttosto che consentire l’attivazione di uno spirito critico. L’uso dei bambini è esemplare: la tenerezza che ne sorge scivola sul personaggio coinvolto, l’Obama col pupo in braccio o Renzi che batte il cinque a ragazzini col fiocco delle elementari. Sentimenti invece della razionalità, dunque. Empatia al posto, piuttosto che a sostegno di un discorso argomentato.

cinque

C’è una narrazione per tutto. Certo, non più ‘grandi’ narrazioni (i sistemi ideologici novecenteschi) ma microstorie, sagomate sul modello degli spot e della comunicazione pubblicitaria, cosine brevi, poco impegnative, ma capaci di tener su anche la gloria e la fama dei Presidenti americani. Va pur detto che lo storytelling non è una cosa soltanto ‘politica’. Si applica con successo anche nella gestione delle comunità aziendali, delle risorse umane, così come nel dipartimento commerciale di un impresa. Facilita la condivisione dei valori e degli obiettivi, fa sembrare l’azienda una grande famiglia, ‘organicizza’ il rapporto tra individuo e organizzazione, governa meglio la competizione interna, fidelizza i dipendenti alla mission aziendale. Valori che diventano ‘storia’ e che si fanno ‘persona’. Detto ciò, c’è l’impressione che qualcuno ne abusi. Che da strumento di consenso, al servizio di una causa, un programma, una politica, un fatturato aziendale, una linea sindacale, una produttività interna, lo storytelling divenga fine a se stesso. Divenga l’unica vera mission del grande condottiero politico, l’unica ragione (o quasi) del suo operare, o comunque quella che gli riesce meglio, a fronte di una politica-politica sempre più striminzita, sempre più disossata, sempre più nelle mani dell’agenzia di turno.

Lo storytelling ha un lato oscuro, come la Forza in Star Wars. Nasconde un ‘potere’ che potrebbe tendere a surrogare il lato chiaro, quello di servizio e di supporto effettivo alla politica-politica. Così che la comunicazione e la leva emotiva potrebbero ‘tentare’ il leader di turno a consegnarsi interamente a loro, a mollare il piano razionale e a consacrarsi principalmente alle foto cool coi bambini, che da qualche tempo sono classificate alla pari, per interesse strategico, con la politica estera, quella per la sicurezza e le nuove povertà emergenti. Sarebbe una sciagura politica a tutti gli effetti. Una specie di deriva verso la definitiva trasformazione delle organizzazioni della sinistra (parlo di casa mia) in entità per metà agenzie di comunicazione e per metà community di storytellers. Tutto bene, prego, fate pure, siete voi gli innovatori, se non fosse che il trionfo del lato oscuro dello storytelling sarebbe la graziosa ciliegina finale di una torta politica già immangiabile di suo.

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