Il Paese che amo

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Norma Rangeri
Fonte: Il Manifesto

di Norma Rangeri, il Manifesto

Non sem­pre la reto­rica è l’arte dell’occultamento della verità, né l’abilità ora­to­ria è sem­pre lo stru­mento di chi è a corto di con­te­nuti. Lo diventa però quando per 200 giorni il pre­si­dente del con­si­glio con­ti­nua a can­tare la stessa can­zone, o me o il dilu­vio, aggior­nan­dola con il refrain dei mille giorni che cam­bie­ranno l’Italia e l’Europa. E se l’onorevole Renato Bru­netta pole­mizza con «l’aria fritta» del pre­mier, que­sta volta biso­gna cre­der­gli essendo uno dei mas­simi esperti del ramo.

È la reto­rica distil­lata dei luo­ghi comuni della destra. Chi si spacca la schiena e chi man­gia tar­tine ai con­ve­gni. I mana­ger valo­rosi che man­dano avanti l’industria, i magi­strati che non tro­vano di meglio che inda­garli e i gior­nali che ne rife­ri­scono. Fino all’intramontabile slo­gan «que­sto è il paese che amo» da con­trap­porre al lamento del “benaltrismo”.

Nel suo appas­sio­nato elo­gio del ren­zi­smo, Renzi si è rivolto alla «sini­stra più dura» un paio di volte, nel ten­ta­tivo di mostrare che quella vera siede a palazzo Chigi e ha le sue stelle polari nella mini­stra Boschi e nel col­lega Poletti. La ridu­zione della rap­pre­sen­tanza e la pre­ca­rietà a vita costi­tui­reb­bero i due prin­ci­pali pila­stri della costru­zione della città futura. Come se l’abolizione delle pro­vince e il declas­sa­mento del senato fos­sero dav­vero «la più grande ridu­zione di ceto poli­tico della sto­ria». I con­si­glieri pro­vin­ciali, al con­tra­rio, sono sem­pre li, sep­pure eletti dai poli­tici locali (pro­du­zione di ceto poli­tico a mezzo di ceto poli­tico) e così pure i sena­tori, dimez­zati è vero, ma con i poveri “gufi” della «sini­stra più dura» che pro­po­ne­vano di dimez­zare anche i depu­tati senza tut­ta­via toc­care il diritto di eleg­gere il parlamento.

L’occultamento della verità pro­se­gue nel secondo capi­tolo della rivo­lu­zione ren­ziana, quando, nel pas­sag­gio che riguarda la «riforma» del lavoro, il pre­mier non esita e minac­cia «misure d’urgenza» per cam­biare lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, cioè per abo­lire l’articolo 18, spac­ciando la cam­pa­gna estiva della destra di Alfano e Sac­coni, e l’obbedienza ai dik­tat di Dra­ghi e Mer­kel, come una «bat­ta­glia con­tro l’ingiustizia».

In que­sto caso la figura reto­rica che avvolge la linea d’attacco ai diritti acqui­siti è quella della gio­vane madre pre­ca­ria che non ha quelle tutele che invece pos­siede la gio­vane lavo­ra­trice dipen­dente. E allora togliamo i diritti a chi ce l’ha e final­mente trion­ferà la giu­sti­zia sociale.

È vero, la ren­dita di posi­zione è finita per tutti, come avverte il presidente-segretario. Gli indi­ca­tori eco­no­mici che ogni giorno suo­nano la cam­pana a morto non man­cano di ricor­dar­celo: o tagliate i diritti e il costo del lavoro o sarete com­mis­sa­riati. Ma la ren­dita elet­to­rale (quei 10 milioni di elet­tori bene­fi­ciati dagli 80 euro) potrebbe finire anche per que­sto governo. «Non ho paura di andare alle ele­zioni» ha esor­dito Renzi nel suo discorso e «sono dispo­sto a rischiare il con­senso per attuare il mio programma».

In verità si tratta di un peri­colo remoto in ogni caso, ove cedesse alla ten­ta­zione delle urne, se l’opposizione è rap­pre­sen­tata da Bru­netta e se l’informazione con­ti­nuerà ad acca­nirsi (il Tg7 di metà mat­tina: «Il pre­mier ha par­lato in un clima di non pieno con­senso del par­la­mento»), in effetti le ele­zioni potrebbe anche vincerle.
N.Rangeri

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