Il nefas di Virgilio

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Un brano del nostro Virgilio (Eneide I, 538-543) è diventato giustamente e improvvisamente celebre in queste ultime settimane.

 

Quod genus hoc hominum? Quaeve hunc tam barbara morem

permittit patria? Hospitio prohibemur harenae;

bella cient, primaque vetant consistere terra.

Si genus humanum et mortalia temnitis arma

at sperate deos memores fandi atque nefandi.

 

Che io tradurrei così:

 

Ma che razza di popolo è questo?

Quale patria permette un’usanza così barbara?

È proibito l’asilo sulla spiaggia;

spingono alla guerra, impedendo di approdare nella terra più vicina.

Sprezzanti del genere umano e delle armi dei mortali,

abbiate almeno timore degli Dei,

che hanno buona memoria di ciò che è doveroso e di ogni nefandezza.

 

Virgilio usa alla fine un richiamo alla coppia fas/nefas.

Ora, che cos’è il fas?

In realtà non lo sa nessuno, non lo sapevano neppure i romani dell’epoca di Virgilio, anche se la radice fas resiste anche nella lingua italiana, con parole come fasto, fastoso, nefasto, nefando, ecc..

Varrone, qualche anno prima, aveva fatto derivare il monosillabo fas dal verbo fari: parlare, dire, narrare (de ling. lat. 6, 52). In realtà già a quell’epoca si incontrava più spesso la sua negazione, il nefas, che il fas come tale.

Il dialetto calabrese sembra dare ragione all’ipotesi di Varrone, poiché esiste a tutt’oggi l’equivalente concettuale di nefas, ma si tratta di un grecismo, forse di un bizantinismo, “sdilloggiu”, che sta per cosa neppure da dire, neanche da raccontare in giro: negli arcaismi di un dialetto periferico si rinviene quel potere magico della parola, che i linguisti e i giuristi oggi definiscono “performativo”.

Di certo, a Roma in epoca storica esistevano i dies fasti e quelli nefasti, e quali fossero lo decidevano i pontifices, la casta sacerdotale signora anche del tempo.

Sì, i signori del tempo, come oggi la grande distribuzione: facevano pure quello che adesso fanno gli storici, pubblicando i fasti (già) e gli annales (sì, Braudel si ispirò a loro), decidendo la memoria del passato, cosa si dovesse ricordare, i nomi dei massimi magistrati della res publica innanzitutto, e cosa non si dovesse tramandare ai posteri; ma ed erano anche i signori del futuro, stabilendo anticipatamente in quali giorni si potesse tenere il mercato, sposarsi o chiamare qualcuno in causa in tribunale e in quali no: i primi erano appunto i dies fasti, gli altri i giorni nefasti.

Qualche tempo dopo, lo stoico Lucio Anneo Seneca provò ad urbanizzare il nefas, facendolo diventare un’ipotesi filosofica, una specie di violazione del diritto naturale, quello che i romani avevano imparato dai greci. Ma anche in Seneca residua qualcosa di diverso, poiché egli non fa gli esempi classici del furto o dell’adulterio, piuttosto scrive del matricidio (lui, già precettore di Nerone) o dell’impresa degli argonauti.

Anche per Seneca il fas non è dunque solo un obbligo naturale, è anche altro.

Il significato autentico di fas in realtà si trova e si perde nella Roma arcaica, come pure gli altri due misteriosi monosillabi, mos e ius, di cui sempre i pontefici avevano in origine il monopolio, e il secondo dei quali avrebbe avuto vasta fama e fortuna, come si sa.

Il fas si colloca invece sul confine dove s’incontrano e si scontrano la vita degli uomini con la legge degli Dei, come scrive appunto Virgilio; ha forse a che fare con gli obblighi fondamentali dei viventi come tali (per Cicerone infatti è nefas ogni crudeltà, anche quella verso gli animali), forse con l’ordine sacro del cosmo, della società, del tempo, anche come dispensatore di giustizia.

E quest’ultima idea sembra evocare Virgilio: nel suo canto fas e fatum sembrano infatti rispecchiarsi e rimandarsi l’uno all’altro, nel richiamo finale all’implacabile memoria degli Dei e alla loro inevitabile vendetta di fronte a ogni empietà.

Orfeo, del resto, lo aveva già imparato a sue spese.

 

Bibl. sommaria: un venerato maestro della scienza giusromanistica italiana, Riccardo Orestano, scrisse anche sul fas, riprendendo la tesi varroniana: cfr. la sua Introduzione allo studio storico del diritto romano, Il Mulino, Bologna, 1966. Per altre suggestioni sul fas ovvio il richiamo a E. Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-européennes, trad. it. Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, II, PBE, Torino, 1976. Per la teoria degli enunciati linguistici: J.L. Austin, How to Do Things with Words, trad. it. Come fare cose con le parole, Marietti, Genova, 1987.