Il partito censistra. Lotti, Guerini e c. saranno leali al Pd?

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Fausto Anderlini

Quanto sono affidabili i Lotti, i Guerini, i Marcucci e il resto del corteo che non è trasmigrato al seguito del ‘capo’? Sono davvero da temere come sabotatori, quinte colonne massoniche, ‘renziani in sonno’ depositati nelle retrovie in attesa di ordini? La mia risposta, dalla posizione di mero osservatore nella quale mi trovo, perciò scevro da ogni aspettativa soggettiva, è no. La fedeltà al Pd e quasi certa. Come può esserlo la convenienza. Sicchè Zingaretti può dormire sonni tranquilli.

Certo le cose potrebbero evolvere diversamente se quella di Renzi si rivelasse una marcia trionfale. Nulla però fa pensare che l’ipotesi abbia un fondamento. Cerchia plagiaria a parte l’uomo è inviso a tutti, piagato da un sospetto pregiudiziale di inaffidabilità. Circonfuso com’è da un’alea di tradimento potrà attirare solo spostati, contumaci e vecchi briganti in disarmo. Molto meno degli ‘straccioni di Valmy’ di cossighiana memoria. Un piccolo partito pirata. Del resto le stime demoscopiche parlano di una forbicina fra il 3 e il 5 per cento, che in una fase aurorale significa un’attenzione di misura meschina (noi di Leu viaggiavamo su due cifre, e alla prova abbiamo totalizzato il 3,5…..).

E’ per questa reticenza razionale che i renziani più avveduti, al centro come in periferia) si sono trattenuti dal seguirlo. Sono convinto che molti di loro covassero ormai da tempo un sentimento malmostoso verso il mandante e che non vedessero l’ora di emanciparsi dall’ipoteca gravante su di loro. Andandosene Renzi li ha in certo modo liberati del gravame permettendo loro di dar corpo a un normale gioco correntizio foriero in prospettiva di spoglie certe e legittime. Prevedo anzi che nel necessario processo di re-istituzionalizzazione diventeranno più antirenziani di D’Alema.

Contrariamente a quel che molti si auguravano (o temevano) l’uscita di Renzi non ha provocato uno spostamento a sinistra dell’asse identitario del Pd. Al contrario: ha aperto all’ala moderata uno spazio d’azione finalmente sguarnito dall’ingombro dell’estraneo, dunque potenzialmente più ampio e incisivo. Non per caso molte delle dichiarazioni successive allo strappo mettevano le ‘mani al centro’ temendo il riflesso di un appiattimento a sinistra. Il partito nel suo complesso ha avuto una reazione identitaria ed autoconservativa. Sebbene di tipo particolare. Non il ritorno alla mitologia originaria del partito all’americana (ormai bruciata dall’esperimento renziano) ma la riconferma orgogliosa del Pd come espressione del campo del centro-sinistra. Dove il suffisso è il termine preponderante. Unico fra i partiti in giro per l’Europa a non temerne l’uso (preferendo i radico-centristi liberal populisti in stile new age richiamarsi piuttosto al ‘futuro’, alla ‘marcia’ o a qualche né né….).

Perché il Pd è questa ambigua commistione, alla quale tutti partecipano. La sua vera radice identitaria, quale si è forgiata nel lungo periodo. La cd. ‘fusione fredda’ non mi ha mai convinto. Alla fine la saldatura c’è stata. Una lega di strana e contorta configurazione, che deve la sua durezza proprio alla indefinita e ubiqua commistione. Lo stato dell’arte è questo. La dipartita del Renzi è ben lungi dal far primavera. La possibilità che la sinistra come tale possa esprimersi in un soggetto autonomo e teleologicamente fondato è lontana. Bisognerà indagare bene che fare.

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