Il perdono, la politica

0
331

di Raniero La Valle – 28 aprile 2019

Come sarà possibile che la comunità umana universale, questo “messia che rimane”, come l’abbiamo chiamata, possa salvare il creato e costruire quel “nuovo ordine di rapporti umani” già preannunziato, contro i profeti di sventura, da papa Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II?
A stare alle suggestioni emerse dall’ assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” due sono le risorse, ambedue umanissime, da mettere in campo: il perdono e la politica.
Il perdono (non quello banale che il giornalismo scadente chiama “perdonismo”) discende da quella “teologia dello scambio” e da quel “ministero dello scambio” in cui consiste, come ha spiegato Giuseppe Ruggieri in quell’ incontro romano, “l’essere messianico”: Dio ci ha scambiato con se stesso in Gesù Cristo e Gesù, che non conosceva peccato, è stato fatto addirittura peccato da Dio, scambiato con l’uomo peccatore, sostituito a noi, e noi stessi abbiamo ricevuto la missione dello scambio, cioè della sostituzione nel portare il peso gli uni degli altri. È ciò che dice Paolo nella seconda lettera ai Corinti (5, 17-21), stando a una traduzione più fedele della parola “riconciliazione” come “scambio”. È lo scambio che redime
Questo scambio tra Dio e l’uomo significa che Dio fa le cose dell’uomo (fino a farsi peccato!) e l’uomo fa le cose di Dio. Ora il primo oggetto di questo scambio, che Gesù offre ai discepoli la sera stessa di Pasqua, nel Cenacolo, è il perdono. Il perdono è la cosa divina per eccellenza, ed ecco che Gesù lo consegna agli uomini, insieme al soffio dello Spirito: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”; è un regalo impegnativo, perché ci sono molte cose che sono difficili da perdonare. Ma, trasferito nelle mani degli uomini il perdono, in quanto divino, non ha limiti. Si può perdonare senza misura, l’iniziativa è nelle nostre mani, qui siamo noi che giungiamo per primi: è per il fatto che noi perdoniamo gli altri che Dio perdona noi, come chiediamo nel “Padre nostro”.
In questo perdono, risiede la pace. Niente perdono, niente pace. Certo, la pace è opera della giustizia, come dicevano i profeti; certo la pace è fondata sui quattro pilastri della verità, della giustizia, dell’amore, della libertà, come scriveva papa Giovanni; ma per come essa è stata data agli uomini da Gesù appena risorto, come suo primo lascito, (“Pace a voi!”, Gv. 20, 19) è il perdono. In quanto scambiato con quello divino, il perdono dell’uomo si può dilatare a tal punto da giungere a perdonare Dio stesso nel suo agire nella storia. Perciò Dio non solo è salvato dall’uomo, ma anche perdonato da lui. La Scrittura consente queste iperboli. Molte volte, nella tragica esperienza umana, si alza il grido di chi dice di non poter perdonare Dio per i dolori patiti, e questa è la causa di tante separazioni da Lui. È vero infatti che anche di Dio, per come via via lo abbiamo inteso, ci sono delle cose che è difficile perdonare. Lui stesso del resto, come dice l’Antico Testamento, si pentì del male che aveva deciso di fare e non lo fece, come quando non cancellò dalla faccia della terra l’uomo che aveva creato, o come quando risparmiò Ninive dall’essere distrutta. E come perdonare Dio del male fatto ad Isacco, inscenando una falsa esecuzione contro di lui, portandolo fin sull’altare del sacrificio, armando la mano del padre per ucciderlo, come si narra nella tremenda seconda lettura della veglia pasquale?
Forse non si è lontani dal vero se si pensa che per farsi perdonare rispetto a questa rappresentazione che era stata percepita di lui, Dio ha consegnato suo Figlio (e perciò Isacco e il Cristo sono accomunati e scambiati nella veglia pasquale cristiana), lo ha messo al posto di tutte le vittime, per far vedere quanto valga il perdono, fino a che prezzo meriti di essere pagato.
Perché questo perdono sia possibile, la sofferenza umana è stata portata dentro Dio stesso, “Unus de Trinitate passus est”, uno della Trinità ha patito, come dice il Concilio costantinopolitano nel VI secolo. È per questo che rispondere all’attuale emergenza messianica vuol dire partecipare al dolore dell’altro, comprendere e gestire la realtà a partire dal bisogno e dalla distretta dell’altro, persone o popoli che siano, non da se stessi. Condizione ne è il perdonarsi a vicenda, e perciò accogliersi e scambiarsi nel reciproco bene, senza limiti, e questa è la pace.
La seconda risorsa è la politica, che non si può licenziare o astrarsene aspettandone una migliore. La politica è qui ed ora, ed è la dimensione pubblica della vita degli uomini insieme. Per renderla degna bisogna venire alla verità della politica. Purtroppo, da una lunga esperienza storica abbiamo appreso che il potere e la verità non viaggiano insieme, sono in conflitto ed estranei tra loro, e perciò il potere è spesso omicida. Ma il paradosso, o il dover essere, è quello che irrompe nella risposta di Gesù a Pilato: il re è colui che rende testimonianza alla verità. Chi l’avrebbe mai detto? Ma è per questo che Gesù dice “io sono re” e annuncia un mondo in cui il regno sia invece secondo verità. Ma che cos’è la verità?
Nella recente assemblea romana, dovendosi dare un nome alle cose che accadono, è emerso un problema di verità. E ha detto Giuseppe Ruggieri, citando il vangelo di Giovanni (Giov. 8, 43-44) che la menzogna, radice di ogni violenza, è dare un nome a partire da me, da ciò che è mio, mentre la verità è dare un nome a partire dall’altro. L’ultima prova è il nome che abbiamo dato a quei migranti che hanno costretto il capitano della nave a non riportarli in Libia ma a portarli verso un porto sicuro. Li abbiamo chiamati “pirati”. Ecco la menzogna. Invece il vero nome delle attuali politiche securitarie è “reati”.
Allora la politica è secondo verità se parte dagli altri, se assume la sofferenza umana a partire da quelli che nelle Beatitudini sono chiamati beati: i poveri, gli oppressi, i piangenti, gli stranieri, i perseguitati, i curvati. Ciò non si può fare tra gli osanna (i consensi, i sondaggi…). La politica invece è offrirsi in sacrificio per gli altri. Come dice René Girard, in ogni intronizzazione c’è in qualche modo la premonizione di un sacrificio. Per molti è stato così. Per Moro è stato così. Per Allende è stato così, e così è stato per Romero, per gli uccisi di tutte le Resistenze.
Nella rilettura messianica, nella speranza aperta sul domani, pertanto, la politica è quella per cui milioni di uomini e di donne, dal più piccolo al più grande, prenderanno su di sé la sofferenza di tutti e, ognuno con le sue bandiere, con i suoi compagni di lotta, i suoi ciclostili, ne appronteranno i rimedi, ne elaboreranno il pensiero e costruiranno pietra su pietra la nuova agognata casa comune in cui abiti la giustizia e di cui sia custode la pace.