Vincitori e vinti. Il potere genera “diversi”. Succede anche nell’arte

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 Vincitori e vinti. Il potere genera “diversi”. Succede anche nell’arte

 di Lina Lombardo

Commento all’articolo di Robert Fisk del 31 marzo 2013 “When George Bush invaded Iraq, life imitated art”

(http://www.independent.co.uk/voices/when-george-bush-invaded-iraq-life-imitated-art-8555498.html )

Robert Fisk, nel suo articolo, prende come pretesto la guerra in Iraq, condotta da George Bush junior in nome del “diritto divino” ovviamente cristiano e in particolare evangelico, trattandosi di Bush junior, che ha avuto, a suo dire, come ricaduta di distruggere una delle più antiche comunità cristiane in Medio oriente; in realtà il pretesto è utile a focalizzare l’attenzione sulla rappresentazione della figura di Cristo nell’arte europea, e tirando per la giacca Giotto, porre la domanda su quale sia stato il perché e il momento storico in cui si è deciso che Cristo dovesse appartenere al “noi” europeo.

Fisk correttamente guarda alla storia quando afferma che l’Iraq è stata culla delle più antiche comunità cristiane poiché è appurato che nell’antica Mesopotamia vi è stato San Tommaso che con i suoi discepoli Addai e Mari, vi predicò la cristianità ben sei secoli prima dell’avvento dell’Islam che apparve solo nel VII secolo d.C. e si sa che la maggior parte degli studiosi colloca la nascita di Gesù a Betlemme in Galilea tra il 7 e 6 a.C. al tempo di re Erode e dell’imperatore Augusto, quest’ultimo nato nel 63 a.C. , morto nel 14 d.C., incoronato imperatore il 16 gennaio del 27 a.C.

Mentre per rispondere alla domanda di Fisk del perché e del quando avvenne l’europeizzazione di Cristo, penso ci si debba interrogare in primis sulle modalità di rappresentazione del “diverso” nell’arte.

A darci notizia del “diverso” è Marco Bussagli, storico dell’arte, nella sua relativa ricerca sulle opere d’arte figurativa studiate nell’ambito delle civiltà antiche dove il “diverso” era inteso come nemico e sconfitto e in genere come straniero.

Bussagli attraversa un periodo che va dal 3000 a.C. in Egitto fino al 500 d.C. in area occidentale. Ci racconta che il diverso o lo sconfitto veniva raffigurato per esaltare il vincitore, colui cioè che apparteneva alla civiltà dominante. Ad esempio nella Tavolozza di Narmer, proveniente da Ieracompoli (attuale Kom el-Ahmar) e oggi conservata al Museo Egizio del Cairo i tratti del “diverso” -il nemico sconfitto- era individuato con l’aspetto negroide, in altre scene della stessa tavolozza, le insegne imperiali animate e dotate di mani fanno prigionieri gli sconfitti raffigurati quasi nudi (Donadoni 1981).

Nei rilievi assiri provenienti dalle grandi residenze reali e per la gran parte conservati al British Museum, a marcare la differenza tra il vincitore e il vinto sono i costumi e l’atteggiamento dei personaggi. Nell’Obelisco nero di Salmanassar III (858-824 a.C.) si può osservare l’atto di sottomissione di Iehu, sovrano d’Israele, commentato da un’iscrizione il cui soggetto è Salmanassar stesso: «Tributo di Iehu, ‘figlio’ di Re Omri d’Israele>>.

Sul pannello litico proveniente dalla XXXVI stanza del palazzo S-O a Ninive e ora conservato al British Museum sono rappresentati i prigionieri ebrei, catturati dopo la presa di Lachish, che al tempo era la seconda più importante città del regno di Giuda “Esso mostra, da fonte assira, una scena relativa agli episodi narrati dalla Bibbia (II Re, 17), quando il re assiro Sennacherib (704-681 a.C.) impose al re di Giuda, Ezechia, un tributo d’oro talmente grande da obbligarlo a sguarnire delle lamine del prezioso metallo perfino gli stipiti del tempio di Gerusalemme” (Cagni 1981).

 In questo pannello lo scultore assiro, rimasto anonimo, per rendere le caratteristiche dell’etnia del “diverso” realizza teste rotondeggianti e regolari con barbe e capelli ricci e corti in contrasto con le teste alquanto allungate e con le barbe e i capelli lunghi dei vincitori assiri. (De Maigret 1980).

Anche in Grecia, notoriamente democratica, l’iconografia vigente sottolineava la differenza con lo straniero, il “diverso”. Un esempio è dato dall’oinochòe plastica, un vaso di produzione attica datato ultimo venticinquennio del 6° secolo a.C. e conservato al Museum of Fine Arts di Boston: il corpo del vaso è costituito dalla testa di un uomo di razza negra i cui tratti somatici sono caratterizzati da un naso largo e da labbra carnose e la bellezza del manufatto non basta a cancellare il significato negativo del servitore nero. Erodoto (tra 490 e 480-424 a.C.) nelle Storie, infatti più volte, tende a considerare l’Asia come ricettacolo di tutte le negatività possibili, in opposizione alla Grecia, modello di ogni positività.

Data questa premessa, a mio avviso, è corretta l’ipotesi che in Europa non si potesse rappresentare Cristo, ebreo e di colore scuro ma riconosciuto come divinità, nelle sembianze del “diverso”e soprattutto dello straniero indesiderato e perseguitato quale sarebbe dovuto essere come ebreo. Due qualità di per sé negative e da occultare assolutamente.

Che Cristo fosse scuro di pelle si evince dagli studi raccolti dalla BBC ( So what colour was Jesus? e Was Jesus White?) nei quali appare assodato che il popolo giudaico- le prime descrizioni risalgono al III secolo- fosse di “pelle scura” e che gli uomini portassero capelli corti. Che Gesù avesse capelli corti ce lo dice San Paolo il quale riferisce che non era decoroso per un uomo ebreo portare capelli lunghi. E anche se nei Vangeli non vi è una descrizione fisica di Gesù, in qualche modo a certificare che Gesù aveva capelli corti c’è Giuda che dovette baciarlo per farlo riconoscere in mezzo agli altri. Ma soprattutto importante al fine di una rappresentazione europea di Cristo è la storia travagliata del popolo ebraico, considerato nel tempo di razza inferiore e fatto bersaglio di ostracismo e di persecuzioni. La prima descrizione di ebrei resi schiavi in Egitto (1312) appare in Esodo, anche se il racconto non è confermato da archeologi ed egittologi durante una ricerca durata un secolo. Ma certamente gli ebrei furono massacrati durante la prima crociata (1098) dopo la presa di Gerusalemme e certamente furono perseguitati in modo sistematico a partire dal 1215, anno del Concilio Lateranense di Papa Innocente III, nemico giurato degli ebrei, che in quella occasione fece rilasciare una serie di norme che avrebbero segnato per molti secoli il loro destino.

Ora pare abbastanza ovvio, data la cultura antisemitica più che evidente a partire dal 1215, che Giotto (1267 circa-1337) e i pittori del suo tempo prendessero le distanze da una rappresentazione della Divinità di Cristo che richiamasse la sua origine giudaica.

giotto

Nei loro dipinti eseguiti generalmente all’interno di chiese, tra i quali appunto i dipinti di Giotto e del suo seguace Bernardo Daddi, citati da Fisk, Gesù è rappresentato con sembianze occidentali riconoscibili da pelle chiara e capelli lunghi.

Giotto è stato un pittore innovativo, ha superato lo stile bizantino alquanto monotono e ripetitivo. Nei suoi dipinti è monumentale e soprattutto attento alla plasticità dei corpi, alla espressività dei volti che sono concentrati e profondi, capaci di esprimere sentimenti forti. I corpi appaiono reali e vivi, posseggono una loro energia, se ne percepisce il movimento, agiscono in maniera autonoma, rivelano la loro individualità nella gestualità tanto personale quanto eloquente. Il suo naturalismo è evidente anche nelle architetture che restano consistenti e verosimili tanto da immaginare di potervi entrare dentro.

Le sue immagini mutuano il sentire e la cultura del mondo in cui vive e di cui è attentissimo osservatore. Giotto, il grande innovatore con la sua pittura naturalistica, sarà l’artefice della evoluzione dell’arte che verrà perché influenzerà generazioni di grandi artisti a cominciare da Masaccio e Michelangelo fino ai nostri giorni.

Ed ora un accenno alla seconda guerra in Iraq e la conseguente distruzione della più antica comunità cristiana, citata da Fisk, per dire che nel caso di Bush junior , pare, ed è obbligo dire pare, date le fonti di informazione interne ed esterne controverse, che non sia stato l’unico artefice del declino della cristianità in quella regione.

A quanto leggo da un reportage dall’Iraq del 2002 a firma Luigia Storti, sulla rivista Missioni della Consolata, già prima Saddam Hussein, che pare avesse il desiderio di riunire sotto il suo comando tutto il mondo arabo per la maggior parte musulmano, abbia cambiato la linea dello stato, prima laico, in senso religioso, che lo abbia avvicinato al sentire musulmano inserendo nella bandiera irachena la dicitura “Allah Akbar” (Allah il più grande) e pare che questo cambiamento già dal 1997 al 2001, periodo di osservazione da parte del gruppo di Luigia Storti, avesse indotto moltissime donne a portare il velo e che a Mosul addirittura non potessero uscire per strada dopo il tramonto. I cristiani che rappresentavano il 3% della popolazione, secondo fonti interne, non avevano problemi di convivenza – lo stesso vice primo ministro Tareq Aziz era cristiano caldeo.

Secondo fonti estere, americane ed inglesi, sarebbero stati sottoposti dal governo a ricollocazione forzata in altre zone e inoltre sarebbero stati costretti a cambiare la loro identità di discendenti degli assiri per assumere quella dell’etnia araba o kurda ,le uniche riconosciute.

Mons. Sllemoun Warduni, patriarca vicario dei cristiani Caldei, facendosi portavoce di una denuncia tanto grave quanto circostanziata, aveva confermato al gruppo di Luigia Storti, che con l’applicazione di un nuovo decreto gli iracheni dovevano dichiarare nei loro documenti di identità di “essere o non essere musulmani”, dovevano assegnare, ai figli, nuovi nati, un nome arabo, iracheno o islamico e i nomi biblici, qualora usati, come ad esempio Maria doveva essere cambiato in Mariam. Era stato inserito “l’obbligo dello studio del corano in tutte le scuole del paese -compresi gli orfanotrofi cattolici frequentati solo da cattolici- e gli istituti dove si insegnava il cristianesimo erano sempre meno”. Tutto questo avveniva anche se in questo periodo l’Iraq si considerava uno stato laico in contraddizione aperta con un Ministero degli Affari Religiosi al suo interno che puniva l’apostasia da parte del musulmano, decretandone la “morte civile” -la pena di morte, applicata in precedenza, era stata abrogata- con la privazione dei diritti civili e umani “perdita del lavoro, dei beni, del diritto ereditario, del coniuge e dei figli dai quali era forzatamente separato”.

 Conclude Luigia Storti dicendo che L’Iraq è un paese dove le informazioni sono difficilissime da ottenere perché ogni aspetto della religiosità, sia essa cristiana o musulmana (sciita), viene esaminato, filtrato e ricondotto al Ministero degli Affari Religiosi totalmente controllato da musulmani, e la incongruenza osservata tra informazione interna ed estera sia possibile ricondurla all’ipotesi del desiderio da parte delle minoranze religiose in Iraq di tenere un basso profilo per favorirne la sopravvivenza.

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Su Chiesa Espresso Repubblica.it sempre del 2002 leggo un articolo a firma Sandro Magister che riporto in parte testualmente.

Silenzio assordante dei vertici della Chiesa cattolica sulla persecuzione religiosa in atto in Iraq.” Nei giorni scorsi l´agenzia “Fides” del dicastero vaticano De Propaganda Fide ha messo in rete un nutrito dossier sulla Chiesa caldea. Il dossier dà un´immagine positiva dei cristiani in questo paese. C´è sì la minaccia della guerra, c´è la mancanza di cibo e medicine, c´è la piaga dell’emigrazione. Inoltre «di tanto in tanto avvengono alcuni incidenti, soprattutto da quando una corrente fondamentalista si è pian piano diffusa nel mondo arabo».

Ma in compenso i cattolici in Iraq «non subiscono discriminazioni» e godono di «libertà religiosa», sia pure «nei limiti indicati dallo Stato». E qui, aggiungo per inciso, è sottinteso il riferimento al Ministero degli Affari Religiosi di cui parla Luigia Storti. “Antonios Mina, responsabile per la Chiesa caldea presso la congregazione vaticana per le Chiese orientali garantisce che “I rapporti col governo sono buoni. Nel governo c’è il vicepremier Tareq Aziz che è cattolico caldeo, sua moglie è molto credente. Il patriarca Raphael Bidawid è molto stimato, rispettato dalle autorità civili». Scrive Magister: C´è del vero in questo. Ma più di tutto, nel dossier di “Fides” e nei pronunciamenti del patriarca, colpisce il silenzio assordante sullo stato reale delle libertà religiose e civili in Iraq.
Per i cristiani dell´Iraq il silenzio è comprensibile. Lo è meno per un´agenzia vaticana come “Fides”, in passato distintasi per la precisione e la completezza delle sue informazioni.
Tanto più che non si tratta di informazioni inedite. Basta sfogliare i rapporti di Amnesty International o dell´Aiuto alla Chiesa che Soffre per avere un quadro del massacro di vite e di diritti umani compiuto ogni giorno nell´Iraq di Saddam Hussein.

Di questo massacro sono vittime, oltre ai musulmani di osservanza sciita – che sono la maggioranza della popolazione irachena, il 60-65 per cento su un totale di circa 23 milioni -, anche i cristiani, con un crescendo negli ultimi mesi …..”

Questo il quadro delineato prima che la seconda guerra d’Iraq, condotta da Bush junior, scoppiasse nel marzo del 2003 e la cui durata si protraesse fino al dicembre 2011.

Certamente con la caduta di Saddam Hussein, la qualità di vita dei cristiani in Iraq non è migliorata, in realtà si ha notizia che siano peggiorate in quanto sono stati uccisi  molti capi religiosi cattolici, ortodossi e protestanti e queste violenze hanno portato con sé una massiccia emigrazione dal Paese.