Il Sud, il reddito di cittadinanza e la politica del lavoro che non c’è

0
56

di Francesco Drago e Lucrezia Reichlin – 21 ottobre 2018

Non si spende per mettere il Sud nelle condizioni per ripartire, si compensa questa parte del Paese con elargizioni dal centro per il suo mancato sviluppo

Sulla manovra del popolo si è ampiamente discusso, ma una questione non è stata analizzata. Quali sono le idee e le risorse che dedica al Mezzogiorno? Nella nota di aggiornamento al documento di economia e programmazione finanziaria il riferimento al mezzogiorno compare solo due volte, a proposito del progetto di una ciclovia dal Brennero a Palermo e del binomio enogastronomia e turismo. Nel successivo documento programmatico di bilancio non ci sono altri riferimenti. Se ne deve dedurre quindi che il reddito di cittadinanza sia la misura più importante rivolta al Mezzogiorno. È infatti nel Sud d’Italia che si concentra la maggior parte dei possibili beneficiari. Questa misura ha tante facce: sostegno ai redditi più bassi e alleviamento della povertà, misura di sostegno alla ricerca attiva di lavoro, sostegno della domanda. I suoi potenziali effetti sulla crescita e l’occupazione delle regioni meridionali dipendono dall’effetto che produrrà su lavoro e crescita e sul moltiplicatore del consumo (cioè l’effetto che avrà sul Pil tramite l’aumento del consumo) in questa area del Paese. Analizziamo questi aspetti in dettaglio.

Il reddito di cittadinanza è pensato come un trasferimento monetario condizionato alla formazione dei beneficiari. Come è stato detto da altri, se implementato su larga scala, l’intervento dovrebbe essere preceduto da progetti pilota tramite i quali si rilevino limiti e punti di forza della misura. È chiaro che senza un meccanismo istituzionale solido (i centri per l’impiego al momento sono largamente sottodimensionati ed impreparati al compito che li attende) che monitora e forma i beneficiari, il reddito di cittadinanza danneggerà soprattutto il mercato del lavoro nelle regioni meridionali dove i salari sono bassi, il lavoro in nero è esteso e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è scarsa. Ma anche supponendo che i centri dell’impiego funzionino perfettamente, in che senso questa misura potrebbe incidere positivamente sull’occupazione del Mezzogiorno?

Veniamo ai fatti. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è del 44 per cento. Al Nord è sensibilmente più alto, con tassi che si avvicinano al 65 per cento (Figura 1). Le differenze nei tassi di occupazione tra Nord e Sud sono ancora più marcate se consideriamo la popolazione femminile: al Nord il tasso di occupazione delle donne è del 59 per cento, al Sud del 32 (Figura 2), tra i più bassi in Europa. Una parte consistente di chi non lavora è costituita dagli scoraggiati (coloro che non figurano come disoccupati perché non cercano attivamente lavoro ma che sarebbero disposti a lavorare). Il reddito di cittadinanza – questo è uno degli obiettivi della misura – fornisce un incentivo all’attiva ricerca di occupazione e quindi dovrebbe fare aumentare la disoccupazione così come è misurata e diminuire gli scoraggiati. Questo dovrebbe comunque essere positivo (meglio un disoccupato che cerca lavoro che uno che ha rinunciato). Ma l’effetto sull’occupazione sarebbe positivo solo se questa ricerca attiva si tramutasse in impiego e quindi se la disoccupazione non fosse dovuta a una strutturale mancanza di lavoro, ma a un temporaneo problema causato dal mancato incontro tra l’offerta (colui o colei che cerca un impiego) e la domanda (il datore o la datrice di lavoro). In questo caso il reddito di cittadinanza, combinato con l’attivazione dei centri per l’impiego, aiuterebbe questi nuovi disoccupati a trovare il giusto «match» con una impresa che cerca lavoratori.

Ma i dati suggeriscono che il problema del lavoro nel Mezzogiorno non è dovuto ad un temporaneo «mismatch» tra domanda e offerta, ma da una strutturale carenza di domanda specialmente nei segmenti più qualificati nel mercato del lavoro. Questo spiega lo strutturale basso tasso di occupazione. Come ulteriore evidenza a questa affermazione è utile guardare ai dati raccolti da Isfol sui posti vacanti, un indicatore di domanda di lavoro. Questa indagine raccoglie in modo dettagliato tutti gli annunci di posti vacanti sui maggiori giornali italiani. A titolo di esempio, riportiamo gli annunci al Sud e al Nord Est nella Figura 3. I dati sono disponibili solo fino al 2010, ma tutte le altre fonti più recenti confermano lo stesso fenomeno: i posti vacanti al Sud rimangono bassi e sono poco sensibili al ciclo economico. Questo suggerisce che al Sud il problema è quello di una bassa domanda strutturale e che mettere in rete domanda e offerta di diversi mercati del lavoro locali avrebbe effetti minimi su tasso di occupazione e disoccupazione. Nella migliore delle ipotesi è facile prevedere che molti disoccupati siano assorbiti nelle regioni settentrionali (se saranno disposti a trasferirsi). Un buon risultato per i beneficiari, non una politica per il Mezzogiorno. Inoltre, il reddito di cittadinanza di 780 euro, nella formulazione degli esponenti di governo, sembra essere compensativo. Questo implica un’aliquota implicita sul lavoro del 100 per cento. In questa formulazione, una colf che guadagna per 20 ore settimanali con contratto regolare 600 euro al mese, avrebbe 180 di reddito. Ogni aumento di reddito fino a 780 diminuirebbe di uguale importo la compensazione del suo reddito di cittadinanza. Se smettesse di lavorare avrebbe comunque 780 euro. Se continuasse a lavorare in nero ne avrebbe 1380. Gli incentivi che crea questa misura sono chiari. Nutriamo seri dubbi che l’impianto istituzionale attuale sia in grado di evitare distorsioni su larga scala.

Ma c’è un’altra motivazione per il reddito di cittadinanza: mettendo soldi in tasca a fasce della popolazione con alta propensione al consumo (cioè fasce a reddito basso che spendono una percentuale alta in consumo e hanno un basso tasso di risparmio) si avrà un alto impatto sulla domanda aggregata generando attività economica nel Mezzogiorno, un puro effetto keynesiano. Ma anche qui questo ragionamento non convince pienamente. Primo, non è chiaro se questo ipotetico aumento di domanda produrrà attività economica locale o semplicemente importazione di beni prodotti altrove. Secondo, poiché questo reddito sarà probabilmente percepito dai beneficiari come transitorio, è difficile che generi un aumento di domanda consistente: il consumo non dipende dal reddito provvisorio ma dal reddito medio nell’arco della vita (il cosiddetto reddito permanente).

Rimane la possibilità che il reddito di cittadinanza, pur non aiutando il lavoro e la crescita nel Mezzogiorno, allevi la povertà. Altri autorevoli commentatori hanno evidenziato come non sia questo lo strumento più adatto (si veda ad esempio l’intervento di Massimo Baldini su lavoce.info). Ma anche se lo fosse, è chiaro che limitare le misure del governo per il Mezzogiorno al solo reddito di cittadinanza rivela l’assenza di un’idea per lo sviluppo di questa parte del Paese. I problemi strutturali rimangono tutti sul tappeto: inefficienza della pubblica amministrazione, produttività del lavoro stagnante, scarso capitale umano, periferie urbane abbandonate, infrastrutture carenti e sistema giudiziario lento e inefficiente in un’area in cui l’illegalità pervade. L’ammontare destinato al reddito di cittadinanza avrebbe potuto essere destinato a premiare ed incentivare il lavoro e a liberare le regioni meridionali dai potentati locali e dalle rendite di posizione. Gli esempi, le idee e i progetti non mancano e le energie sane su cui fare leva per attuarli, per quanto oggi isolate, nemmeno. Occorrerebbe avere il coraggio politico di metterle in campo e di attendere che i benefici si materializzino su un orizzonte temporale di lungo periodo perché non c’è una ricetta ad effetto immediato. Il reddito di cittadinanza come unica misura della manovra per il Sud è coerente con la concezione secondo cui il mancato sviluppo di queste regioni è ineluttabile: non si spende per mettere il Mezzogiorno nelle condizioni per ripartire con una narrazione diversa dal passato, si compensa questa parte del Paese con elargizioni dal centro per il suo mancato sviluppo. Finché i conti reggono, ovviamente.