Gli inganni della manovra economica del Governo

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di Guglielmo Forges Davanzati – 21 ottobre 2018

Gli inganni della manovra economica del Governo, “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 21 ottobre 2018: Il documento di Economia e Finanza ha, per così dire, ingannato numerosi commentatori, convinti che si tratta di una svolta radicale della politica economica italiana e convinti che finalmente ci siamo lasciati alle spalle le politiche di austerità. Si tratta di un inganno dal momento che, come verrà mostrato, questa manovra – sebbene basata su un aumento del rapporto deficit/Pil – non contribuisce alla ripresa della crescita. Ed è un’illusione ottica pensare che qualunque politica fiscale espansiva generi crescita, nel breve come nel lungo periodo. La manovra del Governo, poi, si configura come un insieme di interventi che rischia di accentuare le divergenze regionali. Per le seguenti ragioni:
1) La flat tax – ancora in fase di definitiva elaborazione – è un’imposta regressiva, che, cioè, fa pagare più tasse, in termini relativi, ai percettori di redditi bassi rispetto ai percettori di redditi alti. Poiché questi ultimi si trovano prevalentemente al Nord, l’effetto macroeconomico non può non essere maggiore detassazione al Nord rispetto alle aree deboli del Paese.
2) Il reddito di cittadinanza, nella sua ultima formulazione e dunque con il vincolo della spesa per prodotti italiani, va nella direzione di incentivare i consumi per beni prodotti al Nord e, al tempo stesso, di disincentivare le innovazioni da parte delle imprese lì localizzate. L’appello all’italianità, in questo caso, dato il dualismo che caratterizza storicamente l’economia italiana, si traduce di fatto in un appello a comprare beni prodotti nelle regioni più ricche del Paese. Molto è stato detto sui centri per l’impiego. Anche in questo caso, va rimarcata una significativa disparità, nel loro funzionamento, fra Sud e Nord del Paese, con prevedibili effetti di segno negativo sulla loro capacità, nelle regioni meridionali, di funzionare in modo efficace.
3) La “pace fiscale” – ovvero, chiamata per quello che è, il condono per gli evasori – al netto delle discutibili implicazioni etiche e anche economiche (di norma, i condoni creano l’aspettativa di ulteriori condoni, accrescendo, non diminuendo, l’evasione), riguarda ovviamente i percettori di redditi variabili, dunque non i dipendenti pubblici e, più in generale, non i percettori di redditi tassati “alla fonte”. Anche in questo caso, il dualismo dell’economia italiana conta. La “pace fiscale” non può che tradursi, nei fatti, in un sostegno al reddito delle partite IVA e delle piccole imprese del Nord.
Vi è un diffuso consenso fra gli economisti (al netto della delegittimazione dei tecnici che caratterizza la presente fase storica) in merito al fatto che le politiche di austerità sono fallimentari anche per l’obiettivo che dichiaratamente perseguono, ovvero ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. Di fatto, la riduzione della spesa negli ultimi anni ha sempre fatto crescere questo rapporto, passato dal 107% del 2007 al 120% del 2011 al 134% del 2017. Ma vi sono buone ragioni per ritenere che non è il mero superamento (o il tentativo di superamento) della fase dell’austerità a creare le condizioni per la fuoriuscita dalla recessione. In altri termini, l’attuazione di politiche fiscali espansive non è un bene in sé, dipende da quale uso si fa delle risorse aggiuntive, da quali strumenti si utilizzano e soprattutto con quali obiettivi. Il DEF di questo Governo è sostanzialmente uno scontro con l’Europa sul rispetto della disciplina di bilancio: scontro che potrebbe anche aver senso – nell’ottica della revisione dei Trattati e dell’architettura istituzionale europea, che peraltro nessuno più difende – se gli strumenti di politica economica fossero adeguati a rilanciare la crescita. Così non è. Per quanto detto, vi sono buone ragioni per ritenere che accrescano i divari regionali e che accrescano anche le diseguaglianze.
L’economia italiana avrebbe necessità di un piano di investimenti pubblici, per la ricerca scientifica, le infrastrutture, la messa in sicurezza del territorio. Il DEF, salvo alcuni passaggi, è sostanzialmente silente su questo e, come registrato da numerosi commentatori, sovrastima gli impatti moltiplicativi delle misure espansive previste. Si tratta di una questione di massima importanza per una corretta valutazione dei provvedimenti. Gli effetti moltiplicativi attengono all’aumento del Pil derivante da un aumento degli investimenti o della spesa pubblica. Di norma, gli effetti moltiplicativi sono maggiori per gli investimenti pubblici rispetto a quelli associati ad aumenti della spesa corrente; gli impatti espansivi sul Pil derivanti da aumenti di spesa sono, di norma, maggiori rispetto a quelli derivanti da riduzioni delle tasse. Data la previsione di un modesto incremento degli investimenti (che è un’aggiunta rispetto a quanto già programmato dal precedente Governo) e data soprattutto delle difficoltà di spendere, non vi è da attendersi valori elevati del moltiplicatore. La difficoltà di spendere è un problema tipicamente italiano. Su fonte ANCE, si stima che dei circa 300 milioni di spesa in conto capitale stanziati dal Governo Renzi circa la metà, ad oggi, non è stata spesa per blocchi e ritardi (molti provvedimenti richiedono intese con le Regioni che spesso richiedono trattative estremamente lunghe). La bassa crescita dell’economia italiana, e soprattutto l’aspettativa che questi provvedimenti non comporteranno una ripresa significativa e duratura, stanno già avendo impatti sullo spread (il differenziale fra tassi di interesse sui titoli di Stato italiani e tassi di interesse sui titoli tedeschi), ormai collocato sistematicamente sopra la soglia dei 300 punti. Ciò comporta un aumento degli interessi che lo Stato italiano deve ai suoi creditori, il che potrebbe vanificare almeno parzialmente gli effetti di un aumento della spesa e del deficit. Ciò a ragione del fatto che potrebbe rendersi necessario un aumento della spesa pubblica per pagare interessi ai creditori dello Stato e probabilmente potrebbe rendersi necessario anche un aumento della tassazione. Più che una manovra del “popolo” per “il popolo”, sembra di trovarsi di fronte a un insieme di misure che rispondono alla logica di immediata acquisizione di consenso in un’ottica di breve periodo (le elezioni europee del 2019). Sia chiaro che la ricerca del consenso è stata una caratteristica fondamentale di tutte le manovre finanziarie degli ultimi decenni e, in qualche modo, è fisiologico che sia così. Ma il complesso di misure messe in atto da questo Governo aggiunge un elemento ulteriormente distorsivo: va verso un braccio di ferro con le Istituzioni europee senza disporre di strumenti di negoziazione adeguati. Se non la ingenua (e pericolosa) considerazione che un uomo forte in un Paese economicamente debole possa costruire una nuova Europa.