Il violento nolente. Quando le vittime sono considerate carnefici dei carnefici

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di Alfredo Morganti

Per un italiano su quattro la violenza sessuale è addebitabile al modo di vestire delle donne. E quasi il 40% della popolazione italiana è convinta che sia possibile sottrarsi ad un rapporto sessuale, se davvero lo si volesse. La colpa, per molti, è delle donne, se subiscono una violenza. Ed è il solito refrain: se lo sono cercato. Ce lo spiega l’Istat, che ha compiuto un sondaggio in materia. Ma è come dire che, se ti derubano, è perché vai in giro con dei soldi e magari estrai il portafoglio dalla tasca. E se qualcuno ti mena, è solo perché gli sei capitato davanti proprio mentre agitava le mani. Oppure hai detto o fatto una cosa, per quanto rispettosa, che ha soggettivamente turbato il violento e quello, come per un riflesso condizionato pavloviano, ha subito reagito. Così che un violento “turbato” diventa immediatamente innocente: essere in turbamento lo salva dal peccato. L’omo è omo, insomma. Ma se quella turbata è invece una donna, allora si rimetta in riga, perché nel suo caso il turbamento è immediatamente peccato, altro che salvezza.

Sembra un mondo al rovescio, o meglio ben collocato dalla parte dei carnefici, e che imputa alle vittime una colpa che non possono avere (sennò non sarebbero vittime!). Difatti, se portiamo alle estreme conseguenze l’argomentare, non è possibile concepire come ‘vittima’ una persona che deterrebbe colpe (come quelle di aver turbato, essersela cercata, aver indotto alla violenza dei poveri carnefici sino a quel momento poveri stinchi di santo) ed è quindi, come minimo, complice se non rea in senso integrale. Così come non è possibile concepire in toto come carnefice la persona che viene (secondo molti) quasi indotta, sospinta, se non forzata, alla violenza. Verrebbe voglia di rispolverare una locuzione popolare: “a sua insaputa”. Il violento a cui si para davanti una donna che lo turba, produce violenza, appunto, a sua insaputa. È un violento nolente.

È la sua natura che lo indurrebbe. Perché egli è privo di libero arbitrio, anzi: è pura necessità animale che scatta dinanzi al drappo rosso. Un animale appunto: questa già mi sembra un’ottima definizione del violento e buon punto di partenza. Un animale che però è uomo, ed è sottoposto alla legge, e non può di certo invocare una licenza a stuprare o a essere violento in nessun caso. Ma sono tanti (il 25%) quelli che pensano che un uomo sia sostanzialmente un animale, preda di pulsioni irrefrenabili, istinti incontrollabili, pronto a far scattare la violenza verso una vittima, e in ciò giustificato o quasi da una certa massa di popolazione. Un animale a nostra insaputa, questo saremmo quindi per tanti italiani, vittime presunte delle vittime vere, della loro libertà, della loro autonomia, del loro sacrosanto bisogno di diritti e opportunità. Un mondo sbagliato che sembra retrocedere dinanzi ai colpi dell’odio e del risentimento che la destra fa circolare nel Paese, al solo scopo di catapultarsi a Palazzo Chigi e da lì continuare con lo stesso odio e lo stesso risentimento di prima.