In memoria di un urbanista

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“La vita come l’ha vissuta Salzano è un processo di apprendimento continuo, un accumulo inesauribile di acquisizioni scientifiche e di esperienze… La sua vocazione pedagogica, una vera e propria passione per la divulgazione, è testimoniata da gran parte delle sue pubblicazioni, dei suoi glossari, del sito eddyburg, delle scuole estive di urbanistica…”. Lunedì 23 settembre è morto Edoardo Salzano. Come straordinario urbanista lascia prima di tutto due idee: la città, le decisioni sulle trasformazioni territoriali vanno sottoposte a processi decisionali pubblici; il punto di partenza e di arrivo dell’urbanistica deve essere “zero consumo di suolo”. Una specie di negazione dell’urbanistica main-strem. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Salzano e condividere molte battaglie tanti anni fa: lo ricordiamo con le parole che Paolo Cacciari gli ha scritto nove anni fa in occasione del suo ottantesimo compleanno

Krumau, dipinto di Egon Schiele. Foto di Pas Liguori

Lunedì 23 settembre è morto Edoardo Salzano. “Il caro amico e compagno di tante lotte, Edoardo Salzano, ci ha lasciti – scrive Paolo Cacciari – Io non ho molta voglia di scrivere. preferisco ricordarlo con le parole che gli scrissi nove anni fa in occasione del suo ottantesimo compleanno”. Altri articoli dedicati a Salzano sono leggibili su Eddyburg.

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Auguri e grazie, Eddy! Di solito il regalo lo si fa a chi compie gli anni, ma questa volta il dono è venuto dal festeggiato. In occasione dei suoi ottant’anni Edoardo Salzano ha pubblicato Memorie di un urbanista, Corte del Fontego, Verona, pp.240. Un regalo a figli e nipoti, amici e discepoli, cultori della materia e storici ma anche a quanti volessero controllare la posizione del proprio “sestante ideologico”, strumento di navigazione inventato dall’autore per indicare la rotta politica tracciata dai propri pensieri.

Ho letto da qualche parte che l’autobiografia è un modo di andare verso sé stessi. Il racconto della propria vita (ed Eddy lo fa a partire dalla prima infanzia napoletana) è anche “ri-significazione della propria esperienza in una trama di relazioni e di genealogie” (Maria Annunziata Tentoni, L’ospitalità della scrittura, Teuth, Rimini, 2009) che, nel caso di Salzano, sono molte, calde e sapienti. Con la sua famosa ascendenza, Eddy, un po’ ci gioca, un po’ ci tiene. Un po’ dissacra i salotti domestici frequentati da principi, baroni, marchesi, cardinali e, soprattutto, generali (essendo il suo nonno materno nientepopodimeno che Armando Diaz, il Maresciallo d’Italia, il Duca della Vittoria che riscattò Cadorna, sebbene al prezzo di una spietata repressione dei disertori e dei soldati allo stremo), un po’ si compiace del suo carattere apparentemente distaccato e aristocratico. Ma chi scrive per raccontarsi – dicono sempre gli psicoanalisti – ripensa il proprio passato in chiave evolutiva. In effetti, il “nuovo racconto” di Edoardo Salzano non è affatto né nostalgico, né celebrativo, ma è un ausilio a prendere le giuste distanze dal passato per ricominciare con nuovo slancio l’impegno della vita. Vale a dire che questo navigato cattedratico, affermato professionista, saggista di successo… continua in realtà ad essere fresco di testa come un ragazzino e a scoprire (venuto a meno ormai da tempo il suo antico amore, il Partito Comunista Italiano) l’antagonismo dei movimenti altermondialisti, i conflitti territoriali, i social forum, la stretta collaborazione con Carta (nel corredo fotografico del libro c’è una foto che lo ritrae a Vicenza insieme ad Alberto Magnaghi a reggere uno striscione con su scritto: “Urbanisti contro la base Usa”. Va anche ricordato che nei giorni scorsi Salzano è stato eletto presidente della Rete dei comitati e delle associazioni per la difesa del territorio e dell’ambiente del Veneto).

La vita come l’ha vissuta Salzano è un processo di apprendimento continuo, un accumulo inesauribile di acquisizioni scientifiche e di esperienze. In questo senso, un modo di vivere e un saper vivere che ne fa un vero “docente”, accumunando studio e impegno civile. La sua vocazione pedagogica, una vera e propria passione per la divulgazione, è testimoniata da gran parte delle sue pubblicazioni (Ma dove vivi? La città raccontata, sempre per i titoli della Corte del Fontego, 2007), dei suoi “glossari”, del sito “eddyburg”, delle scuole estive di urbanistica. Le Memorie, quindi, non sono affatto un crogiolarsi nei ricordi, ma una nuova chiamata al confronto. I destinatari sono nominati, ricordati puntualmente lungo una fitta “carriera” scientifica e politica: il sodalizio riformatore al ministero ai Lavori pubblici (dove incontra l’inseparabile Vezio De Lucia), le grandi vertenze per le riforme, la stagione delle giunte di sinistra, l’Istituto nazionale di urbanistica con il suo Notiziario, i dipartimenti di urbanistica nelle università di architettura, la sperimentazione dei Piani regolatori e paesaggistici (l’ultimo con Soru in Sardegna), le battaglie sulle proposte di legge di riforma. Salzano non dimentica niente; propone e pretende bilanci. Cerca interlocutori tra i vecchi protagonisti, sfida i nuovi. Ne esce una storia vivissima dell’urbanistica italiana; un attraversamento guidato nell’Italia da prima delle “mani sulla città” allo “svillettamneto” padano; dalla legge Sullo alla urbanistica contrattata; dall’idea di piano agli immobiliaristi.

Salzano è un intellettuale riformista intransigente (ammette di non essersi fatto coinvolgere troppo dal ’68), un impasto tra radicalismo civile ed slanci sentimentali. Un cattolico laico. Si forma politicamente frequentando Franco Rodano, Claudio Napoleoni e lavorando alla “Rivista Trimestrale”. Dice di aver avuto con la politica un approccio solidaristico: non gli interessava la “macchina della politica”, ma la “politica come attivazione morale”. Le femministe direbbero oggi una “politica senza desiderio di dominio”. A un certo punto dice che il mestiere dell’urbanista è come quello del diplomatico, non ammette l’esistenza di interessi privati. Ha un’idea precisa: la città, le decisioni sulle trasformazioni territoriali vanno sottoposte a processi decisionali pubblici. Non si limita a dirlo, ci prova chiudendosi per dieci anni nel “bunker” dell’assessorato all’urbanistica del Comune di Venezia. Produrrà un favoloso fotopiano e una metodologia innovativa per un recupero filologico della città storica (analisi tipologica per categorie edilizie). Ma il clima era già cambiato: dentro al comune (i piani verranno stravolti proprio dalle amministrazioni che lo stesso Salzano aveva contribuito a sostenere) e fuori, nella società in preda allo ubriacatura neoliberista. Lucio Libertini, il dirigente del Psiup, poi del Pci con venature popolar-populiste, dirà degli urbanisti e degli ambientalisti alla Cederna e alla Salzano: “giacobinismo illuminista”.

La militanza politica di Salzano si “dissolve” – scrive proprio così – con i democratici di sinistra, ma è la stessa idea della pianificazione urbanistica ad evaporare. Si può quindi dire che Salzano racconta una parabola, descrive una delle tante sconfitte culturali della sinistra. Se la “perequazione” è il simbolo dell’urbanistica neoliberista, altri grimaldelli sono stati usati per destrutturare altre discipline e altri settori pubblici: la “compensazione” in ecologia, la managerializzazione e l’aziendalizzazione nei servizi alla persona, la concertazione nella contrattazione del lavoro, la privatizzazione dei vari pezzi dello stato che in questi giorni è giunta all’apice con la trasformazione della Protezione civile e dell’Esercito in S.p.A.

Sarebbe interessante fare una lettura combinata con il libro di un altro vecchio saggio (quasi ottantenne), Lucio Magri (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, il Saggiatrore 2009), anche lui formatosi nei “cattolici comunisti”, per capire dove si sia perduta quella “grande speranza”, quel progetto di cambiamento radicale e di rivoluzione anticapitalista che pure ha animato un pezzo non piccolo della “sinistra comunista”. Magri ad un certo punto dice che il Pci entra nelle istituzioni e nel governo “disarmato” (cioè privo di una aggiornata teoria dello stato), confondendo il sistema liberale oligarchico con la democrazia stessa. Ecco, l’appunto che si può fare a Salzano è proprio questo: continuare ad affidare l’idea del pubblico, dei beni comuni e dell’interesse generale alle istituzioni statali come se fossero il luogo della sovranità democratica. Non è solo l’urbanistica pubblica ad essere regredita; è la stessa democrazia a essere stata declassata al ruolo ancellare del mercato. Allora per uscire dalla demoralizzazione, bisognerebbe ripartire da un “oltre”, da quella “benedetta irrequietezza” (penso all’ultimo libro di Paul Hawken, Incontenibile moltitudine, Edizioni Ambiente 2009) che serpeggia appena sotto la crosta della rappresentazione che politica e mezzi di comunicazione di massa (oramai sono la stessa cosa) forniscono della società. Bisognerebbe pensare anche per l’urbanistica a una “urbanistica scalza”, post-normale, disegnata direttamente dalle popolazioni, senza mediazioni. Salzano dice quale potrebbe essere il punto di partenza e di arrivo: “zero consumo di suolo”. Una specie di negazione dell’urbanistica main-strem al servizio della valorizzazione fondiaria dei suoli. Una urbanistica, all’opposto, al servizio delle politiche di riconversione generale degli apparati tecno-produttivi, della megamacchina termo-industtriale, in chiave della sostenibilità ambientale e sociale. Una urbanistica che prende in cura le risorse naturali, studia i bilanci dei flussi di materia e di energia impiegati nel “metabolismo sociale” (penso a Martinez Aliez, L’ecologia dei poveri, Jaca Book. 2009), rispetta e fa rispettare i cicli biologici della vita sulla terra.

Come scrive Salzano, quindi, una urbanistica non solo trans-disciplinare, ma democratica, nel senso che pone al centro della disciplina il diritto degli abitanti (di tutti i residenti, presenti e futuri) a vivere in città salubri, ordinate, di qualità.

Giacomo Becattini un economista studioso del territorio (questa volta un cattolico molto cattolico e poco comunista) ha scritto (Ritorno al territorio, il Mulino, 2009): “ciò che mi divide dal grosso degli economisti è, fondamentalmente, che io considero scopo unitario delle scienze sociali, economia politica inclusa, la promozione della joie de vivre della persona umana in carne ed ossa, quale l’ha fatta il passato nei luoghi in cui vive. Questo approccio mi separa da quella parte dei miei colleghi economisti che si abbandonano al sogno – che può facilmente trasformarsi in un incubo, come dimostra la crisi attuale – della promozione di una crescita sfrenata, comunque e dovunque, della giostra degli scambi, travestita da sviluppo delle ‘forze produttive’. Produttive di che cosa? Di lucro privato presumibilmente”.

Ma qui mi fermo, perché so che posso provare a spingere Eddy fino al “bien vivir” zapatista, ma non fino alla decrescita di Serge Latouche!

Auguri ancora.