Jobs Act, una bufala neoliberista

per Gabriella
Autore originale del testo: Virginia Della Sala
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Url fonte: http://masferrario.blogspot.it/search/label/_Gallino%20Luciano

intervista a Luciano GALLINO di Virginia Della Sala, 28 luglio 2015

“Il Jobs Act è una bufala neoliberista. Lo Stato assuma come Roosvelt”

Vi proponiamo questa intervista a Luciano Gallino di qualche mese fa, che ci era sfuggita, su un argomento di grande attualità.

Il Jobs Act è una riforma sbagliata perché lega l’occupazione alle decontribuzioni per le aziende. Ma intanto riduce le tutele sociali. Si assume per licenziare più facilmente. Si assume a condizione di poter fare dell’assunto ciò che si vuole, come mandarlo a lavorare a 500 chilometri di distanza. Si assume su un vincolo che dura tre anni, quello delle decontribuzioni, e che è destinato ad esaurirsi. Tutto cambia per lasciare tutto com’è o, addirittura, per peggiorare la situazione. E questo sistema, seppur dovesse creare qualche beneficio, è destinato ad esaurirsi per le sue stesse debolezze. Nè si può pensare che siano solo le aziende a creare occupazione.

D: A chi tocca?
Credo che, in questi casi, ci sia bisogno di una ricetta robustamente keynesiana: quando ci sono squilibri sul mercato del lavoro e disoccupazione, bisogna agire sulla a domanda aggregata: lo Stato deve intervenire e fare in modo che aumentino i livelli di produzione e quindi anche di occupazione. Proprio come è accaduto nel 1933.

D: Che è successo quell’anno?
Il presidente americano Roosvelt, padre del New Deal, sapeva che lo Stato non dovrebbe occuparsi di economia ma fece ciò che l’economia privata, da sola, non riusciva a fare. Diede lavoro agli americani impiegandoli in lavori pubblici come antidoto alla crisi: sono stati realizzati chilometri e chilometri di strade, ferrovie, case. Infrastrutture che hanno contribuito allo sviluppo del paese e hanno generato posti di lavoro, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Che a loro volta hanno generato stipendi, incrementato i consumi e la produzione. È così che si fa ripartire un’economia. Non come oggi.

D: Cioè?
Con metodi neoliberisti di governi che amano giocare con numeri, decimali e calcolatrice. Non è così che si misurano il lavoro, la crescita e lo sviluppo di un Paese. Quella è propaganda, che di sicuro non costruisce il futuro. Dal 1994, riforma dopo riforma, non è cambiato nulla: Treu, Berlusconi, Sacconi. Veri massacri per arrivare al prodotto di oggi: la disoccupazione media al 13%, quella giovanile oltre il 40. Tra vent’anni il prodotto delle riforme di oggi sarà la previsione del Fmi.

D: Come siamo arrivati a questo punto?
Si sono susseguiti governi di dilettanti, incapaci di organizzare politiche del lavoro efficienti. Sarebbe bastato circondarsi di ministri e tecnici competenti. Ma, l’Italia ha soprattutto un altro problema.

D: Quale?
Il debito pubblico. Come si può pensare che uno stato sia in grado di riformarsi in modo strutturale se il suo debito pubblico aumenta a ritmo di 100 miliardi l’anno? Se deve pagare gli interessi, come può investire sul lavoro? Allora fa scelte inverse. Taglia 10 miliardi sulla sanità, taglia la ricerca, taglia sulla formazione. Si inventa che ci sono troppi assunti nella pubblica amministrazione. Le dirò: in Francia i dipendenti pubblici sono molti di più di quelli italiani.

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