La brutta politica, quella di Matteo contro Matteo

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Stasera, da Vespa, assisteremo (assisterete o forse assisteranno) alla sfida ‘Matteo contro Matteo’. In questo semplice annuncio, ancor prima che nel fatto, c’è il peggio della politica di questi ultimi decenni, in un condensato mirabile. “Da Vespa”, ossia nella cosiddetta Terza Camera della Repubblica: una Camera personalizzata, mediatica, senza rappresentanza, senza gruppi parlamentari, senza dibattito pubblico, ma solo monologhi e interviste, dove spesso le domande sono assist all’intervistato. “Assisteremo”: niente di più, niente di meno, “assistere”, conformandosi a spettatori plaudenti, ad audience, a referenti passivi di una attività, la politica, che in realtà dovrebbe essere agire, discorso, partecipazione. “Sfida”, ossia scontro personale, competizione agonistica, celodurismo, tutto meno del confronto aperto, del dibattito che si celebrava nelle agorà, dove le posizioni politiche (le soluzioni da offrire al governo della polis) si confrontavano alla luce del sole e non erano soltanto una gara fine a se stessa, ma una contrapposizione volta al bene comune.

“Matteo contro Matteo”: qui, sul prevalere del nome di battesimo frana, infine, un’intera memoria politica. Tutto si intimizza, tutto si apparenta, tutto si fa confidenza amicale, persino plateale. Nessuno è più il suo cognome, nessuno pratica la distinzione offerta dal nome ‘pubblico’, quale accertata e manifesta distanza simbolica tra cosa pubblica e cosa privata. La politica si riduce a una complicità di fondo, che nasconde la lotta, o meglio la sminuisce e la trasforma in wrestling, in grande rappresentazione virtuale a uso dei media, in confidenza tra amici che poi vanno a bere una birra al pub per tifare la stessa squadra con battutacce e pacche sulle spalle.

Questa è la brutta politica. Matteo e Matteo ne sono i dioscuri (ma anche Silvio). La bella politica, invece, è il viceversa. Il Parlamento, non Vespa. Ossia il confronto pubblico nelle istituzioni democratiche e rappresentative. Parlando a nome del proprio gruppo, non di se stessi. Nessun personalismo da prime donne, secondo una logica mediatica, ma l’espressione viva di un lavoro e di un impegno collettivi. Non “assisteremo” ma “parteciperemo” nelle forme e nei modi di una organizzazione politica, sociale, civile, nazionale, locale, di quartiere, di genere, generazionale, purché sia un’organizzazione anche ridotta a pochi, essenziali vincoli associativi. Non “sfida”, che evoca lo sport più che la politica, ma disputa, confronto, scontro, dibattito, discussione pubblica. Non due atleti politici che si allenano prima con i rispettivi staff e per i quali c’è poi la “pagella”, ma due dirigenti politici che presentano la loro proposta per il bene comune e del Paese. Non uno scontro orizzontale, tutto racchiuso nello scontro in sé tra i due nomi di battesimo in pista, ma verticale, avendo a mente che c’è una comunità a cui dare delle risposte, che non deve limitarsi a tifare, a essere supporter, ma deve essere messa in condizione di “capire” i contenuti proposti e di “giudicare”.

E infine basta con questi nomi o nomignoli. Berlinguer era Berlinguer, Moro era Moro, Nenni era Nenni, La Malfa era La Malfa. Erano figure pubbliche, non amici nostri. Semmai compagni, nel caso di taluni. Non devo andarci a bere una birra al pub, tra pacche sulle spalle e battute, ma debbo guardare a loro come dirigenti, come chi ha il compito di indicare una direzione, specificare un indirizzo, proporre una qualche “salvezza”. Semmai al pub ci si va da soli, piuttosto che con Matteo, Silvio, Gigino. E si può stare anche da soli davanti a una birra, a riflettere, a ritemprarsi. In compagnia di sé, e delle proprie responsabilità. Perché c’è il tempo della lotta e quello della riflessione e del riposo. E sarebbe normale, sarebbe umano, non un gesto di solitudine, anzi.