La metamorfosi normalizzatrice del M5S e l’incognita Zingaretti

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Il recente evento di Napoli del M5S ha definitivamente sanzionato la normalizzazione partitica del Movimento. Una normalizzazione, tra l’altro, di basso livello, che prevede l’inserimento del M5S nello stuolo dei raggruppamenti politici che contano di accumulare potere grazie soprattutto a una politica di interdizione e “ricatto”. Di Maio ha esplicitato questo disegno affermando: “saremo l’ago della bilancia di tutti i futuri governi”, non rendendosi conto che questa è la tipica affermazione dei partiti “mezze tacche” e trasformisti, che hanno maturato la consapevolezza di non avere più la forza di imporre una loro politica, ma solo di impedire quella degli altri, e con questa forza di interdizione lucrare qualche concessione alle proprie proposte. Il giorno precedente, in un’intervista, un’altra esponente dello stesso partito, la viceministro Castelli, aveva già espresso un concetto simile (tra l’altro da noi già intuito ed espresso in un precedente “gessetto”): “[al nostro popolo] quasi non gliene frega più niente se stiamo con questi o quelli”.
Come sono lontani i tempi in cui quel Movimento dichiarava con tracotanza “non ci alleiamo con nessuno, perché dobbiamo governare da soli per attuare integralmente il nostro programma”, posizione che bloccò sul nascere il tentativo di Bersani nel 2013, tentativo che, se fosse andato a buon fine, ci avrebbe risparmiato le “larghe intese” care a Napolitano (governo Letta) e il “renzismo”. Oggi invece il M5S è un partito che sembra che dica “va bene qualsiasi cosa purché ci diate una fetta di potere”.
In fondo stanno vivendo la parabola che caratterizza quasi tutte le organizzazioniin senso lato. All’inizio un’organizzazione nasce per raggiungere un fine esterno all’organizzazione stessa, il famoso “oggetto sociale”, poi, un po’ alla volta, l’obiettivo principale diventa quello della perpetuazione, della sopravvivenza dell’organizzazione, quindi le finalità sono tutte rivolte all’interno, gli esponenti pensano solo a tenersi a galla il più possibile, le vecchie finalità esterne valgono solo se sono funzionali a quelle interne, altrimenti si cambiano, si “negoziano”. La qual cosa può anche risultare positiva, perché,come si dice, il “compromesso è l’anima della politica”, a condizione però che non si esageri, come sembra stia accadendo con il M5S (“questo e quello per me pari sono”), e che il “compromesso” non diventi in realtà solo l’arma per la politica dell’interdizione e del ricatto, per la sopravvivenza dell’organizzazione e del suo gruppo dirigente, e per coprire l’assenza di una visione politica complessiva.
Questametamorfosi del maggior partito (parlamentare) della coalizione governativa, aggiunta alla politica corsara di Renzi, non fanno prevedere un cammino tranquillo al governo nei prossimi mesi. Solo il Pd sembra realmente interessato alla stabilità, anzi Zingaretti ha esplicitamente dichiarato che il suo obiettivo è quello di costruire una alleanza stabile con il M5S, prospettiva alla quale però Di Maio sta facendo orecchio da mercante. Non si capisce molto la strategia di lungo termine di Zingaretti, perché il rischio reale per il Pd, come ho già scritto, è quello di fare il “taxi” del M5S verso una nuova maggioranza o verso un recupero elettorale.