La “buona” scuola: una brutta storia e la comunicazione al posto della politica

per Gabriella
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 9 luglio 2015

Sbagliare storie. Quando la comunicazione è al posto della politica.

Oggi Alessandro Robecchi non la manda a dire. E si rivolge ai renziani che continuano a ritenere i problemi del governo (uno per tutti la ‘buona scuola’) derivanti soltanto da ‘errori di comunicazione’ e da narrazioni non sempre impeccabili. Mera questione tecnica, insomma, per la quale basterebbe mettersi attorno al tavolo con un coach per rimediare efficacemente. Robecchi dice abbastanza lapidariamente che la narrazione va bene, ma bisognerebbe saperla fare altrettanto bene. Certo, in qualche misura, concorda obiettivamente coi renziani, e ritiene anche lui che si tratti di ‘errore’ tecnico (una narrazione fatta male). Pur tuttavia il suo ragionamento sconfina oltre questa prima impressione e si dirige verso il cuore della questione. E fa un esempio: difficile immaginare Napoleone, che osservando dalla collina la disfatta di Waterloo, annunci ai suoi generali: “non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatto, chiamatemi quelli della comunicazione!”.

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La realtà dice ben altro e francamente la comunicazione c’entra poco con la disfatta sul campo (per quanto Napoleone sia stato molto sensibile al tema fondando il ‘Moniteur’ e destinando ai giornali molti interessi censori; ma già prima la Rivoluzione Francese fu detta la ‘Rivoluzione dei Giornalisti’!).

D’accordo con Robecchi, dunque, ma con una sola osservazione (però decisiva): i renziani non si limitano solo a far male il loro mestiere di raccontatori di storie, in realtà essi pensano che lo storytelling possa effettivamente SOSTITUIRE la politica, anzi ESSERE la politica, e credono che ‘narrare’ possa esaurire in toto l’agire politico. Dico di più: probabilmente alcuni fighetti e/o fenomeni non sanno nemmeno cosa sia la politica-politica (o peggio la traducono ostinatamente nello stile, nel linguaggio e nelle modalità del ‘patto’ e degli accordi intrapresi dentro sgabuzzini, stanze di fotocopiatrici, abbaini al riparo da tutti, tra maschi soli al comando). Per ripartire davvero, bisognerebbe invece riequilibrare (se possibile) questa situazione squilibrata a tutto vantaggio delle ‘tattiche’ comunicative (spin, spot, sound byte e tweet) e a totale discapito degli effettivi approcci politici (concreta dialettica istituzionale, partecipazione ai processi, rete dei corpi intermedi, iter dei provvedimenti, ruolo dei partiti, individuazione delle risorse, quadro normativo, ecc.). Ristabilendo così un corretto divario tra l’annuncio e il fatto, tra un depliant e un provvedimento di legge, tra la comunicazione e la politica in sé.

Torno all’esempio di Napoleone. Lui è sulla collina e dice che la comunicazione è stata sbagliata mentre viene in realtà sbaragliato sul campo. Pessima comunicazione, ovviamente, anche perché in assoluto contrasto con la realtà delle cose. Ovviamente non c’è stato alcun errore di comunicazione, semmai, al contrario, un ricorso eccessivo a quest’ultima (e la sconfitta lo testimonia). La politica-politica comincia, invece, nella vicenda palese sul campo di battaglia, nei movimenti della truppe, negli schemi di attacco e di difesa. E ancor più nel reclutamento dei soldati, nell’addestramento, nelle risorse disponibili, nella logistica, nella formazione e scuola di guerra per gli ufficiali, nell’analisi del contesto storico e ambientale, nell’organizzazione dei soccorsi, nell’innovazione degli strumenti bellici, nella catena di comando, ecc. La politica è un mosaico terrificante di aspetti, è un complesso molto articolato di cose, e non c’è nulla di più distante dello storytelling (il bollettino di guerra) dall’immenso lavoro che si deve fare per portare finalmente un esercito competitivo di combattenti (non di comunicatori!) sul campo di battaglia. Certo, tenere alto il morale delle truppe e della nazione è un compito essenziale (storytelling) ma da qui a vincere la guerra vera il passo è talmente lungo da risultare inconcepibile a molti renziani fighetti che si sono iscritti non al PD ma direttamente ai vari gruppi di comunicazione del governo, perpetuando l’illusione che basti un bel faccino per consentire la realizzazione di infrastrutture strategiche per il Paese, per esempio. Il rischio, insomma, è che si scambi la competizione elettorale per il governo, un outsider che ha colto l’attimo e percorso una scorciatoia vertiginosa per un vero premier, la fatica di trasformare un paese con il sogno ‘narrato’ di questa trasformazione.

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