La casa sull’Appia Antica

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La casa sull'Appia Antica - Alfonso Lagi - copertina

LA CASA SULL’APPIA ANTICA  – di ALFONSO LAGI – ed. LA VELA

di Franco Cardini – 17 dicembre 2018

Il professor Alfonso Lagi, fiorentino, circa settantenne, Primario Emerito del celebre ospedale di Santa Maria Nuova (fondato alla fine del duecento da Folco Portinari, il padre della Beatrice dantesca) e attualmente primario della nota casa di cura della sua città “Villa Donatello”, è uomo di vaste risorse e di molteplici interessi. Come càpita spesso ai grandi clinici, è anche prolifico autore di romanzi specie di genere “giallo”. Ma, temperamento in fondo appartato, ha finora preferito firmarli con un pseudonimo e stamparli a proprie spese. Solo di recente l’incontro con un editore pisano d’origine ma viareggino d’adozione, David Nieri, titolare dell’editrice La Vela, appunto, di Viareggio – un altro che fa le cose per passione, senza curarsi minimamente delle prospettive di lucro –, ha fatto scoccare una reciproca scintilla di simpatìa. Ne è scaturito un primo a mio avviso molto felice episodio di collaborazione: per i tipi dell’editrice La Vela sta per uscire, dunque (sarà in libreria prima di Natale), il “romanzo giallo” (chiamiamolo, forse riduttivamente, così) di Alfonso Lagi, La casa sull’Appia Antica: si tratta, in realtà, se si vuole, di un “romanzo storico”: il “delitto Matteotti” del giugno 1924 raccontato dalla “proprietaria-direttrice”, dalle “ragazze” e dagli avventori di un’elegante, esclusiva “casa di appuntamenti” romana del tempo.

Autore ed Editore – forse tenendo presente anche una specie di mia passionaccia di “giallista mancato” –  mi hanno fatto l’onore di chiedermi una Prefazione a quel libro. La propongo anche a Voi, con la raccomandazione di comprare il libro, sotto forma di un

 INVITO ALLA LETTURA

Valgono ancora, i generi e i sottogeneri letterari? Hanno mai avuto un valore, o meglio, sono mai valsi a qualcosa? Il mio pervicace e facinoroso anticrocianesimo mi porterebbe ad affermare che il loro valore è immenso e imprescindibile, dal momento che don Benedetto tanto li detestava. Mi resta d’altronde difficile ignorare il magistero di Aristotele e di Orazio, che tanto peso ha avuto nella tradizione medievale e umanistica; come mi risulta arduo il passar sotto silenzio il carattere rivoluzionario che l’applicazione della teoria dei generi letterari ha rivestito nell’esegesi biblica. Resta d’altronde vero che non v’è genere letterario che non si possa scomporre, decostruire, ibridare: che poi operazioni del genere equivalgano o meno a una loro vanificazione, è altro problema rispetto al quale non saprei prendere posizione: giova, in casi come questi, appellarsi al fatto che tali problematiche sono ormai vetuste e desuete?

La questione è d’altronde tornata d’attualità con il dibattito relativo alla public history. Se è possibile – e magari civicamente opportuno – rendere accessibile a sempre più larghi strati di utenti la conoscenza storica studiando forme e formule atte a permetterne la fruizione sacrificando il meno possibile della sua problematicità concettuale e della sua complessità metodologica, perché recalcitrare dinanzi a proposte che tendono a presentare la narrazione storica in termini efficaci e magari addirittura seducenti?

Prendiamo una situazione e distendiamola all’interno di un racconto che impegni la descrizione di ambienti, di situazioni, di caratteri; caliamoci dentro personaggi storicamente vissuti e magari addirittura noti se non celebri, ma – nel modo meno invasivo possibile – accompagnamo il resoconto storico, inevitabilmente fatto di “pieni” e di “vuoti”, versando negli interstizi dei blocchi di veridica sicurezza a proposito di quel che davvero è avvenuto (lo eigentlich gewesen del vecchio caro Droysen), e, beninteso, sia fingendo di non nutrire dubbi a proposito dell’esistenza di una “verità storica”, sia evitando la terrifica questione se essa coincida o meno, e fino a che punto, con l’inconoscibile “verità obiettiva”, la fluida malta dell’”immaginario verosimile”: in altri termini, misceliamo quel ch’è “obiettivamente” (?!) vero, certo, sicuro, con quel che soggettivamente potrebb’essere verosimile, possibile, magari poeticamente o fantasticamente ricostruibile. Scomodiamo ancora una volta il signor Bertolt Brecht, che del resto se l’è voluta con la sua insofferente e insopportabile domanda a proposito del cuoco di Giulio Cesare. “Giulio Cesare conquistò tutta la Gallia – rifletteva petulante Herr Bertolt –: ma non aveva nemmeno un cuoco?”. Ebbene, probabilmente ce l’aveva, per quanto le storie non ne facciano menzione. Ma allora andiamo avanti nel gioco. Quel cuoco era alto o basso, giovane o vecchio, allegro o triste, sereno o irascibile? Avranno mai discusso di uova o di pesci, di garum o di pulmentum? C’era simpatìa, o complicità, o distacco, o insofferenza nei loro reciproci rapporti? Tutti questi problemi appartengono essi stessi alla storia. Ma è storia che non potremo mai recuperare con gli strumenti dell’esegesi o della critica strutturale. Quanto è allora arbitrario, quanto è profanizzante, quanto è improponibile, quanto è viceversa possibile tentar di ricostruirlo alla luce di un immaginario educato dalla consuetudine con la storia e suoi problemi e capace di tenere a freno la fantasia e di esercitare una rigorosa “critica dell’avvenuto possibile” ch’è d’altronde improbabile nel senso etimologico del termine, in quanto non sarà mai possibile rinvenire le prove storiche attestanti o neganti che quel che proponiamo come detto e/o avvenuto lo sia mai stato davvero?

Ed entra qui in gioco, di nuovo, la teoria dei generi letterari e la loro possibile ibridazione.

Roma, giugno 1924: i giorni del delitto Matteotti. I protagonisti, i precedenti, le ragioni dell’evento, la sua immediata ricostruzione, la critica storica ad essa relativa. Una legge elettorale contestata, delle elezioni turbate da brogli e da violenze, il bivio storico dinanzi all’insediarsi di un governo veramente “forte”, che possa governare senza venir obbligato alla continua transazione con le opposizioni, o all’annullamento dei risultati elettorali sospetti e a nuove elezioni caratterizzate, stavolta, da controlli più rigorosi e suscettibili di esiti ben diversi rispetto ai precedenti. L’affresco relativo a quel che veramente accadde in quell’estate e quindi nell’autunno e nell’incipiente inverno successivo, i mesi dell’Aventino, fino al taglio del “nodo di Gordio” del celebre discorso di Mussolini il 3 gennaio del ’24 dinanzi a un parlamento dagli scranni delle opposizioni drammaticamente semivuoti. L’assassinio di Giacomo Matteotti aveva avuto l’effetto immediato di mettere in crisi il partito di (vera o falsa) maggioranza nel paese e di provocare la secessione aventiniana che avrebbe dovuto ammutolire un “regime” – già lo si chiamava in tal modo – reso de facto illegittimo in quanto non solo nato dai brogli e dalle violenze, ma soprattutto perché quasi certamente complice, forse addirittura mandante della morte crudele di un suo avversario leale, di un uomo buono e onesto, di un parlamentare ineccepibile e rigoroso. Esso ebbe l’effetto remoto, che forse non avrebbe dovuto essere inatteso ma che fu comunque obiettivamente paradossale, di consolidare il regime a causa dell’opposizione silenziosa degli aventiniani, convinti che il loro sdegno sarebbe stato sufficiente a fermare una potente macchina politica che era riuscita a riaversi abbastanza presto dalla crisi del primo impatto: le esitazioni e le incertezze di un sovrano che dette purtroppo già fin da allora inequivocabile prova di sé, la miopìa pusillanime delle opposizioni “moderate” che non vollero accogliere l’unica voce realistica e coraggiosa, quella di Antonio Gramsci, che proponeva “l’appello al popolo” e la brutale energia di Mussolini determinarono la vera e propria nascita del regime. Ne è prova l’iter paradigmatico della trasformazione delle squadre d’Azione in Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, parte effettiva delle forze armate del regno: decisa già dal 28 dicembre 1922 e tempestivamente tradotta un paio di settimane dopo, il 14 gennaio 1923, in un decreto legge che entrò in vigore il 1° febbraio successivo, in modo da consolidare senza dubbio il fascismo ma al tempo stesso da instradare la violenza squadristica sul binario di una nuova legalità autoritaria, si arenò dinanzi a un parlamento comprensibilmente restìo dinanzi alla prospettiva della trasformazione dei gruppi squadristici in reparti militari e quindi all’ingresso di un esercito di partito nell’esercito dello stato. Dopo il fatidico discorso del Duce del 3 gennaio, ritenuta la data formale del decollo del regime, il Regio Decreto firmato ventisei mesi prima venne formalizzato come Legge dello stato il 17 aprile del ’25.

La parabola da un assassinio politico e un riassetto istituzionale, compiuta in circa sei mesi, non lascia ormai grande spazio a future e peraltro sempre possibili e auspicabili riflessioni storiche: sempre che da qualche archivio  nascosto, da qualche segreta collezione di documenti, non salti fuori una carta che vanifichi tutte le nostre finora acquisite conoscenze e ci mostri la realtà sotto una nuova, sconvolgente luce.

Ed eccoci al possibile-non probabile. E se ci fosse, da qualche parte, quel documento? Se la tragedia di Giacomo Matteotti e il dramma dell’Italia non s’inquadrassero primariamente in un contesto politico, se ci fosse qualcosa d’altro, di diverso, di magari almeno per allora improbabile e inimmaginabile?

Incrociando il sottogenere letterario del romanzo storico con l’altro, quello del “giallo”, del “racconto poliziesco”, in qualche modo della spy-story,e magari aggiungendoci un bel po’ di “racconto di genere”,  una pennellata di psicostoria e una spruzzatasexy, Alfonso Lagi – celebre clinico fiorentino, buon conoscitore di storia – ha una laurea in storia moderna all’università d’Annunzio di Pescara -, qualcosa di più del dilettante autore di “gialli”, c’invita qui a guardare alla grande scena dell’Italia del primo dopoguerra e del fascismo nascente da un curioso e divertito “buco della serratura”: una “casa di appuntamenti” nella signorile, raffinata cornice dell’Appia Antica, nell’anno del Signore 1924, che sarebbe stato anche il II dell’Era Fascista ma in un tempo nel quale il calendario rivoluzionario non era ancora di moda. Lì, in un dècor decisamenteart nouveau, facciamo la conoscenza della “Signora” Matilde, qualcosa di più di una maîtresse e quasi una confidente di gente che conta; alla sua corte, ci è difficile non guadagnarci l’amicizia e di non subire il fascino sfrontato eppure non volgare della bella Vanda, ancor giovane ma espertissima prostituta in carriera approdata a Roma dopo un arioso giro in tutti i migliori bordelli della sua Firenze, dei quali vanta buona conoscenza; e di non guardare senza qualcosa di più d’un po’ di simpatìa al “gigante buono” Osvaldo, che se avesse un po’ più di stile militare ricorderebbe il von Stroheim di Viale del Tramonto ma che nei confronti di Matilde finisce con lo svolgere un ruolo analogo a quello dell’inflessibile ex-regista teutonico dinanzi alla divina Gloria Swanson. Già, Osvaldo: un ex pugile abbastanza suonato ma che pure ha un grande cuore, è un uomo coraggioso e fedele che, come tuttofare nella riservata bomboniera dell’Appia Antica ha continuamente a che fare con un variopinto corteggio di clienti quasi sempre danarosi, molto spesso equivoci, talvolta attori di non primissimo eppur nemmeno d’infimo piano sulla scena della storia del tempo. A un certo punto, ecco il brivido: che tra i clienti più o meno semimpotenti o assatanati e fallòmani di madame Matilde, tra quelle mura tutte odor di Coty e bistro negli occhi rapaci, in quel Paradiso di Voluttà dal ventre dorato  una bella sera non piombi dall’alto, magari, perfino Lui?… E in effetti Lo incontreremo, anche Lui: ma in un differente scenario, in un contesto più politico; e il suo splendido, tagliente cinismo sbaraglierà l’opportunistico squittire degli arrampicatorelli e dei delinquentucci che lo attorniano.

La genesi, la preparazione, le fasi, l’epilogo del “delitto Matteotti” si svolgono qui, in quest’atmosfera ovattata e profumata della “casa dell’Appia Antica”, tra seducenti e vaporose sottovesti e fatali giarrettiere: “vestiti che ballano”, direbbe Rosso di San Secondo, e tra essi troviamo le gonne sopra il ginocchio e i cappelli “a cloche” dei primi Anni Venti mischiati alle inevitabili, fatidiche camicie nere. Secondo la rigorosa norma della tragedia greca, il delitto non viene consumato dinanzi ai nostri occhi bensì narrato e magari perfino rivissuto attraverso le differenti narrazioni  dei coprotagonisti di esso. Sino al finale davvero mozzafiato, che dopo averci illusi di trasportarci a Vienna ci fionderà invece a Londra, e di là in filigrana scorgeremo da lontano i magnati statunitensi della nuova divinità del Novecento, il Dio Petrolio. E scopriremo che dietro la rivoluzione un po’ da operetta un po’ da periferia sedicente futurista ma in realtà provinciale e volgaruccia del manganello e dell’olio di ricino – volete mettere con la Grande Tragedia dell’Ottobre Rosso, con i bagliori insanguinati della Budapest di Bela Kun, con la Monaco dei soviet bavaresi e del Putsch davanti alla Feldherrenhalle, con la  rabbia disperata dei Proscritti di von Salomon? –, e anche dietro i nobili sentimenti di chi la combatteva, si agitavano altre forze, si movevano altri scenari. Forze e scenari vivi e vegeti ancor oggi, in una specie di Passato-che-(davvero)-Non-Passa.