La coscienza di Piero. Calamandrei a Collicello d’Amelia (1943-1944)

per Carlo Pontorieri
Autore originale del testo: Carlo Pontorieri

di Carlo Pontorieri, 13 dicembre 2018

Piero Calamandrei è stata una figura decisiva della storia italiana, non solo del diritto: docente universitario e rettore dell’Università di Firenze, avvocato e presidente del Consiglio nazionale forense, tra gli autori del Codice di procedura civile, tutt’oggi in vigore, membro eminente dell’Assemblea Costituente, occupandosi in particolare delle garanzie istituzionali e del potere giudiziario; polemista acuto e scrittore fecondo, non solo di cose giuridiche.

È praticamente sua la formula del 2’ comma dell’art. 3 della nostra Costituzione, quella che recita:

 “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 Nei primi anni ‘40 Calamandrei, voluto dal ministro guardasigilli fascista Dino Grandi, faceva parte della Commissione chiamata a redigere il nuovo Codice di procedura civile, insieme ai colleghi Francesco Carnelutti ed Enrico Redenti – tutti e tre noti antifascisti. In quegli anni rischiò l’arresto, per una denuncia maturata nell’ambiente forense; l’arresto, secondo il suo diario, sarebbe stato scongiurato all’ultimo momento grazie a un intervento diretto proprio del ministro.

Dal 1939 infatti il giurista fiorentino teneva un diario personale, che in certi giorni – quei giorni della guerra nei quali gli sembrava probabile la vittoria dell’Asse – immagina come una sorta di lascito ai posteri da parte di uno degli ultimi rappresentati della civiltà che stava per essere rasa al suolo dalla furia nazista; una civiltà scomparsa, da raccontare ad ignari archeologi del futuro.

Si immaginava come Montaigne, rinchiuso nella sua torre, disgustato dal presente e alla ricerca di se stesso.

Il 25 luglio 1943, la caduta del fascismo e gli eventi che ne seguirono videro Calamandrei eletto per poche settimane rettore dell’università di Firenze, ma l’invasione tedesca dell’Italia e la proclamazione della Repubblica sociale costrinsero il giurista alla fuga dalla città, per evitare l’arresto che sicuramente sarebbe stato ordinato contro di lui.

Si trasferì prima a Montepulciano, nel palazzo dei nonni, in cui passava le vacanze da bambino; poi, sentendosi braccato e immaginando che quel nascondiglio potesse essere prevedibile e poco sicuro, si rifugiò nel piccolo borgo di Collicello d’Amelia, nella campagna umbra.

Lì rimase fino alla Liberazione.

Arrivato in quel paese, che nel diario descrive amabilmente, con lo stile sicuro dell’uomo appassionato di lettere, quello stile che ha reso famose le pagine del suo Inventario della casa di campagna, annota il 23 ottobre 1943:

 “Questo, in tempi normali potrebb’essere il luogo ideale per il riposo: qualche settimana di compiuto isolamento, senza libri, senza lavoro, in questa serena cordialità di paesaggio e di ambiente familiare (…) Ma questo, che dovrebbe essere riposo, è per me nascondiglio e angosciosa attesa: e tutte le cose e le persone d’intorno si colorano di questa sfumatura d’ansietà, che dà al mondo un tono come di sogno o d’incubo”.

 Nonostante ciò, molte pagine del diario del periodo del forzato soggiorno umbro restano memorabili: descrizioni della natura, con annotazioni sul paesaggio, la luce, i fiori e gli alberi nelle diverse stagioni – Calamandrei possedeva un erbario ed era appassionato di botanica – dei personaggi, persino degli animali, anche i più umili, che animavano la vita del paesello sulla collina: pagine che spesso si aprono in un controllato ma palpitante lirismo.

Il 9 novembre del 1943 però annota nel diario:

 “Mi accorgo in questi giorni quanto sia artificioso e convenzionale concepire il nostro pensiero come qualcosa di lineare e di definito che si svolga con continuità logica isolato nella mente come su uno sfondo vuoto: in realtà la coscienza è come un continuo flusso di pensieri amalgamati eterogenei, come una corrente in cui affiorano ogni tanto ragionamenti individuati e poi il filo si spezza e si risommergono come relitti sbattuti dalle onde in piena: e in questo amalgama si sovrappongono e si confondono sensazioni fisiche e angosce morali”.

 È singolare trovare questo riferimento al “flusso di coscienza” in un giurista, un intellettuale, di chiarissima matrice illuminista. Un’angoscia, che turba il carattere univoco della percezione, del discernimento e della comprensione del mondo e persino di sé: quella stessa univocità che spesso è il presupposto logico di tanta scienza giuridica – si pensi solo alle teorie dell’imputazione o della colpa nel diritto penale, o anche, in fondo, allo stesso principio di autodeterminazione, fondamento delle libertà moderne – si incrina, trovando come una crepa. Ancora nel diario, Calamandrei annota che in quei giorni spesso ricorreva a sonniferi per riuscire a dormire la notte.   

Si tratta di un’angoscia resa con accenti inaspettati.

Ora, in quale rapporto era il giurista fiorentino con la psicanalisi? Verosimilmente nessuno. Nei suoi diari non si riviene mai il nome di Sigmund Freud, né di altri padri della scuola. E soprattutto non vi è neppure un accenno a possibili interpretazioni psicanalitiche di eventi o persone.

Forse bisogna indagare tra le sue passioni letterarie. E due indizi probabilmente ci aiutano: il primo è la pagina del diario datata 15 luglio 1940 – l’Italia è appena entrata in guerra contro Francia e Inghilterra, e sui giornali gli intellettuali fanno a gara ad esprimere opinioni appiattite sulla decisione del regime. La nota è un tipico esempio di prosa ironica calamandreiana, ora sulla proverbiale ignoranza fascista, che era dilagata anche nell’università. Calamandrei forse ci mette pure un suo tocco di scaramanzia:

 “In un articolo pubblicato sulla «Nazione», l’innominabile universitario fiorentino addita Joyce come lo scrittore più rappresentativo del caos mentale e dell’immoralismo inglese: infatti Joyce è irlandese, vive a Parigi, ha scritto Ulisse a Trieste.”

 Un altro è invece del 26 agosto 1944. Firenze è stata appena liberata e Calamandrei si trova a Roma: racconta di un appuntamento in piazza S. Pietro con l’amico Giorgio La Pira; incontra pure S.E. Antonio Lanza, arcivescovo di Reggio Calabria, che si offre di far accompagnare la signora Ada, la donna con “gli occhi stellanti”, da Collicello a Montepulciano con la sua macchina; poi va a una riunione del Partito d’Azione con Tristano Codignola; ma una lettera di Lea, la fida segretaria, gli turba la giornata. Lea infatti gli annuncia da Firenze che le sue carte e i libri a cui più teneva non c’erano più, erano stati rubati. La villa dei parenti a cui aveva chiesto di tenere quelle che giudicava le sue cose più preziose – tra cui un manoscritto inedito di Benvenuto Cellini – era stata infatti distrutta dai bombardamenti. Poi erano passati gli sciacalli.

Lui commenta:

“Tutti i miei libri migliori (gli Scrittori d’Italia, la Plèiade, Proust…)”.

In realtà non era andata proprio così, la signora Lea era stata troppo frettolosa e pessimista: la villa era stata sì distrutta, ma i cugini di Calamandrei erano riusciti a portare in salvo le cose di Piero, che successivamente poté pubblicare anche il suo manoscritto celliniano.

In ogni caso, abbiamo i nomi di Joyce e Proust.

Appare così verosimile che quella descrizione così vivida del “flusso di coscienza” durante la stagione dell’angoscia a Collicello trovasse la sua origine in un’attenta e devota consuetudine con la Recherche e l’Ulisse.

Poi vennero i giorni esaltanti della Costituente e della fondazione della Repubblica.

 

 

 

Riferimenti bibliografici:

Piero Calamandrei, Diario, I, 1939-1941, Roma, ult. ed. Edizioni di Storia e Letteratura, 2015; Diario, II, 1942-1945, Roma, ult. ed. Edizioni di Storia e Letteratura, 2017; Inventario della casa di campagna, Le Monnier, Firenze, 1941 ult. ed. Edizioni di Storia e Letteratura, 2013; Scritti e inediti celliniani, a cura di Carlo Cordié, La Nuova Italia, Firenze, 1971; L’avvenire dei diritti di libertà, Galaad, Giulianova (TE), 2018; Ada con gli occhi stellanti, Sellerio, Palermo, 2005.

A. Galante Garrone, Calamandrei. Biografia morale e intellettuale di un grande protagonista della nostra storia, Effepi, Monte Porzio Catone (RM), 2018.

P. Roncarati – R. Marcucci, Codici e rose. L’erbario di Piero Calamandrei tra storia, fiori e paesaggio, Verona, Olschki, 2015.

 

La foto dell’alba da Collicello d’Amelia è di Vincenzo di Vincenzo, che ringrazio.

 

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