La crisi della politica, la democrazia svuotata, le condizioni di una ripresa

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di Alfredo Morganti – 15 febbraio 2019

C’è un’intera bibliografia che racconta le #disuguaglianze, i divari tra ricchi e poveri e la forbice che si allarga sempre di più. E ce n’è un’altra che descrive la ribellione di intere categorie sociali, la rivolta dei territori, la rabbia delle #periferie, la sofferenza degli #ultimi. C’è dovizia di analisi, insomma. Quel che ci manca è la sintesi. Siamo carenti di bibliografie che ci spieghino come affrontare questa epoca senza cadere nel suo stesso tranello e nella sua stessa logica. Perché la società si è spaccata, perché è cresciuta la disuguaglianza, perché il divario tra i primi e gli ultimi è divenuto incolmabile? Per le ragioni che molti raccontano, a partire dalla riscossa neoliberale e dallo smantellamento dello Stato sociale e delle infrastrutture che garantiscono ridistribuzione e uguaglianza. Ma pochi accennano convintamente a quella che è ragione e soluzione assieme delle disgrazie di questa epoca, ossia la fine della #politica. Ma non della politica che si fa comunicazione, o di quella che incarna l’ambizione personalistica, oppure che si sdraia sui dettati dell’economia, o che ha perso il nerbo culturale, o che si è prosciugata. Che poi è quel che ne resta, la maschera, il suo mero camuffamento. La politica che manca è quella democratica, quella dei partiti, quella della rappresentanza, l’impresa collettiva alla cui base c’è la partecipazione organizzata. La #mediazione che raccorda società e Stato, e che avvicina i lavoratori, i cittadini e le persone alle #istituzioni democratiche.

È questo il lutto che scontiamo, la mancanza vera, la lacuna impossibile da rielaborare, la ragione ultima della crisi e, assieme, la sua soluzione. C’è poco da fare, se si resta al fatto sociale in sé, se si resta alla disamina e alla denuncia a specchio delle ingiustizie e delle #diseguaglianze, e non si fa alcun passo avanti, il populismo è l’unico porto, a destra come a sinistra. Non c’è altro all’infuori di esso. Se alla rabbia sociale si risponde con la rabbia politica, all’abisso con l’abisso, al vuoto politico con la esibizione di impulsi, la lingua resta la stessa, i fatti non si cancellano, anzi prevalgono. Se un soggetto o più soggetti animati da una visione politica non si fanno avanti, anche contraddittoriamente, anche zoppicando, il divario sociale, il gap abissale, la distanza delle periferie resteranno la base su cui le classi dominanti (non le élite, usiamo le parole giuste e lasciamo stare i vocabolari altrui) continueranno a dominare, e gli ultimi a essere dominati. Il vuoto politico è come un soffice terreno per chi ha in odio i Parlamenti e la rappresentanza dei partiti. Lo scontro astratto, irriflesso è una panacea per il capitale. Perciò, se non rimettiamo qualcosa di politico, di soggettivo, una elaborazione, una mediazione, un ponte al centro della fenditura sociale che si è aperta, se non torniamo a fare un discorso pubblico laddove dominano soltanto grida e insulti personali e interessi immediati, questo vuoto non si riempirà mai e alle disuguaglianze abissali non ci sarà mai rimedio. Il compito della #sinistra è questo: semplice e complesso allo stesso tempo. Quello di indagare vie nuove, d’accordo, ma prima ancora quello di ricreare le condizioni democratiche, effettive, concrete, reali di questa ricerca. Che oggi sembrano non sussistere affatto.