La #crisidigoverno vista da lontano

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Seguo la crisi di governo da lontano, ma – come insegna Poe – questo dovrebbe far vedere le cose più chiaramente.

La crisi c’è già ma prenderà meglio forma in questi giorni e chissà se, a fronte della dichiarazione del Presidente Conte di rendere questa la crisi più trasparente di sempre, non si arriverà a un voto parlamentare sulla mozione di sfiducia presentata dalla Lega e da suoi ministri (ancora in carica), tra cui il Vicepremier-senatore Salvini.

Una volta apertasi formalmente la crisi, il Presidente della Repubblica aprirà le consultazioni con i Presidenti delle Camere e le forze politiche. Se da queste emergerà una maggioranza parlamentare, il Presidente conferirà l’incarico di formare il governo alla persona in grado di tenere insieme quella maggioranza. Se, invece, non ci sarà, scioglierà le Camere e si dovranno tenere nuove elezioni.

Preciso che questa seconda eventualità è tecnicamente piena di difficoltà, che riguardano anzitutto il voto in autunno avanzato, con una prima convocazione delle Camere introno alla metà di novembre e, nel caso in cui sia semplice formare un governo, la sua costituzione all’inizio di dicembre, con la necessità di approvare una legge di bilancio quasi senza discussione (forse più che in passato). Se poi la formazione del governo si complicasse – magari come all’inizio delle ultime due legislature (2013 e 2018) – l’esercizio provvisorio sarebbe un destino inevitabile, con conseguenze certamente negative sull’economia, in un quadro (almeno) europeo già complicato.

A queste difficoltà post-elettorali, se ne sommerebbero di elettorali, per la definizione degli schieramenti, in particolare nell’ambito di un eventuale centrosinistra, per la necessità che (nuove) liste non presenti in Parlamento hanno di raccogliere le firme per partecipare alle elezioni.

I risultati delle elezioni dipenderanno, naturalmente, anche dalla campagna elettorale e dalle proposte in campo. Il centrodestra a decisa trazione leghista mi pare molto avanti: “sicurezza”, contrasto all’immigrazione e flat-tax rappresentano già chiarissime indicazioni, tra l’altro condivise da tutti e tre i partiti che compongono ormai da anni quella coalizione nelle diverse competizioni elettorali.

Il Movimento 5 stelle ha molto da farsi perdonare (e questo è l’unico effetto prodotto dall’abbuffata di #popcorn che il Pd a guida renziana mise in campo come strategia post-elettorale), ma credo che potrà riprendere soltanto dai suoi temi tradizionali che stanno (ancora) a cuore a molti cittadini: eliminazione dei privilegi (abbiamo, ad es., ancora indennità parlamentari del tutto fuori misura rispetto al lavoro che deve essere svolto), lotta alla corruzione, partecipazione, tutela dei più deboli, con una riformulazione del reddito di cittadinanza e l’introduzione del salario minimo, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, ad esempio, realizzando opere pubbliche eco-compatibili (un piano di investimenti è molto importante per il rilancio economico, ma devono essere investimenti necessari per il miglioramento della vita delle persone).

Il Pd e le forze di sinistra o centrosinistra mi sembrano più indietro. Anzitutto nella costruzione di una eventuale “alleanza” (utile per conquistare almeno qualche collegio uninominale), che se comprende – come nel 2018 – solo liste confezionate all’ultimo, senza nessuna storia politica né idee ulteriori rispetto a quella di provare a portare Lorenzin o Tabacci per l’ennesima volta in Parlamento, non servono a nulla. Ma poi quanto alla definizione del programma. In attesa della “Costituente delle idee” (stesso nome di una iniziativa alla quale avevo partecipato con altri esperti, organizzata da Civati nel 2017), che potrebbe arrivare un po’ tardino, ieri Walter Veltroni provava a delineare alcuni punti su La Repubblica. Ci sono alcuni punti importanti e altri se ne possono aggiungere. Pregherei però lo schieramento progressista – se ci sarà – di essere chiaro. E come diceva una mia vecchia professoressa d’italiano delle scuole medie, se non ti esprimi chiaramente forse è perché non ti è chiaro in testa. Ecco. Occorre chiarirsi e non voler tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Niente “ma anche”, insomma… Partirei dalla questione ambientale, che ormai ci dovrebbe essere anche fisicamente molto più presente, con tutto quello che sta succedendo nel mondo, per farne, non un “capitolo”, ma la “chiave” del programma, capace di guidare la scelta degli investimenti pubblici, il rilancio del mercato del lavoro (e le stesse tutele dei lavoratori), la politica estera, la quella sanitaria e l’istruzione. L’ambiente deve diventare un criterio per le scelte pubbliche e un’opportunità di rilancio dell’economia. C’è anche – soprattutto – la necessità di recuperare la fiducia pubblica: per questo servono interventi volti ad evitare che chi ricopre funzioni pubbliche le eserciti per proprio tornaconto personale: quindi meno privilegi e deciso contrasto alle situazioni di conflitto d’interessi.

Partendo da questi temi, riprendendo in mano il reddito minimo (di cittadinanza) e il salario minimo, il Pd e il centrosinistra potrebbero trovare, se necessario per arrivare alla maggioranza, un accordo di governo con il M5S, certamente su basi di molta maggiore compatibilità di quello dell’ultimo anno e mezzo.

Rispetto alla diatriba degli ultimi giorni, che – senza destare stupore – ha diviso il Pd, infatti, deve comunque considerarsi che, prima o dopo le elezioni, se il centrosinistra vorrà governare probabilmente dovrà farlo con il Movimento 5 stelle.

Certamente, in questa legislatura è possibile, soprattutto con il concorso dei gruppi di LeU, oltre che di singoli iscritti al misto.

Però, occorre essere chiari: l’eventuale governo così costituito non dovrebbe essere “di scopo” e cioè di pochi mesi, ma politico, sulla base dei punti sopra ricordati, e destinato a durare e a recuperare alle forze politiche coinvolte, credibilità e consenso in base ai fatti.
Altrimenti, servirà soltanto a portare ancora più consensi verso la Lega e il centrodestra.