La Ditta e il destino del partito-contenitore

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 21 marzo 2019

A differenza del partito-contenitore, del partito-non partito, la #Ditta vuole ‘mediare’ attivamente tra la società e il livello politico-istituzionale. Come? Rafforzando la rappresentanza, promuovendo una partecipazione organizzata, sviluppando il dibattito pubblico. Secondo la tradizione tipica della #sinistra storica italiana. Il partito-contenitore vorrebbe, al contrario, ‘svuotare’, semplificare, disarticolare, disintermediare, rendere lineare ciò che invece è più articolato, riducendo al confronto elettorale e all’esercizio della leadership il campo vasto della iniziativa politica. Per far ciò accoglie in sé ogni scheggia o residuo possibile, nella speranza di riempirsi annullando le differenze, ed essere così non un ‘partito’ ma un ‘tutto’ o un quasi-tutto capace di aspirare alla vocazione maggioritaria, dove questa quasi-totalità diverrebbe lo strumento per conquistare il Palazzo, magari grazie a un bel premio maggioritario.

La Ditta non promette nulla ‘#Adesso!’, semmai vuole innescare processi unitari che riattivino uno spazio oggi devastato, quello della sinistra, e indichino un percorso. La forza che incamera e la capacità di rappresentanza che acquisisce sono come un investimento da far pesare nel #Parlamento e nel Paese. Per il partito-contenitore, invece, i tempi sono brevissimi e verticali: si deve ‘vincere’, si deve andare a Palazzo Chigi e per cinque anni industriarsi indisturbati nell’azione di governo. Senza alleanze, senza partecipazione popolare, senza guardare nemmeno in basso, pur occupando il vertice dello Stato. Se non per ragioni di comunicazione, controllo delle opinioni, gestione dell’elettorato guidati dal timone essenziale dei sondaggi. La linea della Dittà è orizzontale, e si interseca equilibratamente col piano verticale del governo. La linea del partito-contenitore è invece verticale, si proietta verso il comando, vuole un potente ‘slancio’ elettorale per occupare le stanze alte e da lì gestire potere e #narrazione

Il #PD, probabilmente, non è mai stato Ditta, se non nella fase bersaniana. Il PD è stato sin dall’inizio un contenitore teso a ‘vincere’, teso alla conquista del potere nel modo più rapido e verticale possibile. Fu così nel veltronismo e poi col renzismo. Stagioni che indicavano nella vocazione maggioritaria, nel mito del #40%, nella conquista del Palazzo il vero e unico compito del partito, che avrebbe insediato lì una nuova leadership e una nuova classe dirigente, per avviare un qualche ‘cambiamento’. La Ditta ha in mente altro, ha in mente di riarticolare la politica, di ripristinare o inventare ex novo nuovi canali di partecipazione organizzata, di riattivare le istituzioni, di potenziare la rappresentanza, di dare vigore alla democrazia ‘orizzontale’ e rilegittimare la politica su basi di massa.

Non una ventata mediatica a ridosso delle urne, ma un lavoro progressivo, scandito, che punta a estendersi piuttosto che ‘scattare’ come un elastico verso l’orbita dei Palazzi del potere. Il PD-contenitore, a un certo punto, della Ditta non ne volle sapere niente. Scelse la favola del 40% e confidò nel magico schioccare di dita del Capo, presunto o sedicente Vincente. Non fu una sorpresa quel ribaltone, quell’Opa, fu invece un tempestoso ritorno di veltronismo e di altro, condito però di ingredienti, lessico, ritualità e gesti del tutto anomali e fuori linea rispetto alla tradizione. Vedremo, perciò, la leadership di #Zingaretti dove condurrà. È un fatto che dovrà fare i conti con un tale nugolo di renziani e una tale quantità di contraddizioni e di equivoci, che non basterà la fiducia e la simpatia del Capo a sciogliere i grovigli della tela.