La fanciulla che non conosciamo

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Sapete che io adoro raccontarvi vecchie storie sui musical, ma oggi voglio parlarvi di uno che è molto speciale: perché non è mai stato composto. A dire la verità il soggetto è stato scritto nei primi anni del Novecento: è una bella storia d’amore ambientata nel west al tempo della corsa all’oro. C’è tutto quello che serve per un ottimo musical: c’è la trama principale, ci sono le sottotrame, e poi c’è passione, c’è suspense, c’è emozione, c’è lo sceriffo che è il cattivo e c’è il bandito che alla fine è il buono, e c’è lei, la protagonista, bella, forte, che combatte per il suo amore, e poi c’è il lieto fine con i due innamorati che galoppano insieme al tramonto. E il west piace sempre: è un classico. La miglior dimostrazione che questo soggetto funziona l’ha data Cecil B. DeMille che nel 1915, basandosi su questo script, ha sceneggiato, montato, diretto e prodotto un film che è stato un successo di quell’anno. E Cecil è uno che di belle storie se ne intende: pensate a quella dove c’è l’eroe che per salvare il suo popolo in fuga con il suo bastone divide in due le acque del Mar Rosso. Quindi il soggetto c’è. Manca il libretto, o meglio ci sarebbe anche quello, ma è in italiano ed è un po’ datato, a volte un po’ troppo aulico: in fondo la poesia italiana dei primi anni del Novecento risente inevitabilmente o della retorica carducciana o dell’estro dannunziano. Comunque questo non sarebbe il problema maggiore: trovata l’idea e composta la musica, il libretto si scrive da sé. E c’è già anche la musica. Bellissima, coinvolgente, piena di emozioni. Indubbiamente un capolavoro. Ma non è stata scritta per Broadway, il pubblico che esce dallo spettacolo non si mette a canticchiare quelle arie come fa invece con le canzoni di Oklahoma!

Oh, what a beautiful mornin’
Oh, what a beautiful day

Intendiamoci: è musica moderna per i suoi tempi, molto moderna, e prepara tutta la musica “nuova” che ci sarà nel Novecento, ma non è ancora jazz. E’ “solo” opera.
Luciano Berio conosce molto bene le opere di Giacomo Puccini. Lo apprezza proprio perché con la sua musica il compositore lucchese sperimenta nuove forme, nuovi colori, nuove armonie. Puccini è un musicista che vuole contaminare i suoni di tutti i continenti. Berio sa bene che Puccini è il maestro di tutto il Novecento e per questo ha deciso di comporre un musical partendo da uno dei suoi capolavori, La fanciulla del west. Purtroppo non ci riuscirà e a noi rimane il rammarico di immaginare cosa sarebbe potuto nascere dal lavoro comune di questi due grandi compositori, le cui musiche, così diverse, aprono e chiudono il Novecento.
Non potremo mai assistere a questo musical perché Berio non ha fatto in tempo, perché ha impiegato molto tempo prima di affrontare Puccini. Ha dovuto essere Berio fino in fondo, ha dovuto sperimentare moltissimo prima di affrontare questo “classico”, in qualche modo è dovuto diventare lui stesso un “classico”.
A più di settant’anni decide di scrivere il finale di Turandot, dimenticando quello composto da  Franco Alfano e tagliato con l’accetta da Arturo Toscanini. Berio riprende le pagine già scritte da Puccini, che si è portato dietro a Bruxelles e su cui ha continuato a lavorare fino alla morte, le arrangia per l’orchestra cercando di essere il più fedele possibile allo stile del maestro di Torre del lago, e aggiunge quello che manca, questa volta senza dimenticare di essere Berio, senza rinunciare al proprio stile, con tutte le sue asperità. Eppure quando ascolti il terzo atto dell’opera, dopo la morte di Liù, tu sai che non è più Puccini, e probabilmente non è neppure Berio, è semplicemente Turandot, è semplicemente grande musica. Ovviamente non c’è nulla di semplice, ma è qualcosa che ti arriva al cuore, perché quella storia ti parla, ti parla il sacrificio di Liù e ti parla il cambiamento della principessa che finalmente diventa donna.
Mi piace pensare che Berio con questo finale e con il progetto di far diventare un musical La fanciulla del west abbia voluto dirci proprio questo, che la musica è più forte di tutte le nostre categorie, di tutti i nostri generi, di tutte le nostre filosofie. E credo che Puccini sarebbe stato assolutamente d’accordo.