La Germania: il problema d’Europa?

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 di Gabriele Pastrello

La Germania: il problema d’Europa?

1. Le elezioni europee: gli attori principali (tedeschi):

1.1 Merkel, il Grande Tattico (quello vero).
La Merkel è il vero trionfatore di questa tornata politica europea. Mostrando, da ferma, vere doti tattiche (in confronto all’iperattivismo inconcludente di Renzi). Ha cominciato a destabilizzare la candidatura Schulz da prima delle elezioni, ricordando che la nomina era prerogativa dei governi mentre Schulz enfatizzava il ruolo del Par­lamento europeo. Poi dall’Italia è partita la candidatura ‘americana’ della Lagarde (il Presidente del FMI). L’unica cosa che si capiva era che c’era un convitato di pietra, gli USA che, per la prima volta, metteva apertamente i piedi nel piatto. Poi Renzi ha bruciato la candidatura Schulz, subito dopo le elezioni. Mentre la Merkel sembrava non ostile alla candidatura ‘americana’ (che successivamente si tolse da sola), osteg­giata in precedenza da Schulz. Poi la Merkel ha effettuato una conversione sulla can­didatura Juncker, peraltro quella ufficiale della sua famiglia politica europea, il PPE. Mentre Cameron lanciava un ultimatum in bluff (secondo il Financial Times indotto dalla stessa Merkel; e poi piantato in asso) minacciando l’uscita dell’Inghilterra dalla UE in caso di nomina di Juncker a candidato presidente da parte dei governi (oggi Juncker lo è, e l’Inghilterra è ancora lì). A quel punto anche il PSE (o comunque si chiami) ha accettato Juncker. Probabilmente per chiudere su una candidatura ‘euro­peista’, magari temendo che continuando a opporgli Schulz potesse finire con un qualche terzo incomodo (‘americano’). Ma la storia non era ancora finita. Ad accordo tra famiglie politiche europee, PPE e PSE, concluso, Renzi ha provato a mettersi di traverso con ragioni pretestuose (‘prima il programma’; ‘tutte le nomine – Presidenza e le altre – insieme’, etc; viene il sospetto che anche stavolta ci fosse lo zampino Mer­kel). Ovviamente senza alcun esito: Juncker, il candidato ufficiale del PPE è oggi il candidato dei governi per la conferma del Parlamento europeo.
Senza quasi muoversi la Merkel oggi troneggia su un campo di cadaveri politici. In primo luogo Schulz che, dopo una campagna elettorale fatta con piglio da quasi-Pre­sidente, con affermazioni nuove e importanti sulla necessità di modifiche sostanziali della politica economica europea, si è ritrovato alla casella di partenza, a Presidente del Parlamento europeo, insieme alla SPD, ridotta in Europa allo stesso ruolo di ju­nior partner che ha in Germania. Naturalmente di questo declassamento deve ringra­ziare anche Renzi, nuovo acquisto del PSE, che abbandonando la disciplina di gruppo politico europeo gli ha impedito perfino di poter trattare sulla Presidenza da una posi­zione, se non di forza, almeno decorosa.
Non parliamo di Hollande, già grande perdente nel suo paese, e ignorato nel suo ten­tativo di far passare Letta a presidente del Consiglio europeo, luogo oggi più che mai importante di formazione della volontà politica europea, che nella crisi economica ha assunto un ruolo perfino più importante della Commissione, vincolata ai Trattati, mentre il Consiglio ha approvato misure eccezionali. Anche in questo caso la candi­datura Letta, appoggiata anche dall’Inghilterra, è stata bruciata da Renzi.
Cameron, indotto alla mossa rischiosissima di minacciare un’uscita dell’Inghilterra dalla UE, trovandosi come unico alleato contro Juncker lo squalificatissimo unghe­rese Orban, e tornando a casa avendo rilanciato con il suo fallimento gli euro-scettici dell’UKIP verso un obbiettivo incredibile: il governo inglese; e oggi può solo sperare nella benevolenza della Merkel per poter compensare la sconfitta odierna con qualche nomina di peso (e infatti il potentissimo Ministro delle Finanze Schäuble si è già mosso in aiuto).
Juncker, candidato ufficiale del PPE, partito vincitore, per quanto solo con maggio­ranza relativa, delle elezioni europee, ha dovuto sospirare la designazione ufficiale: prima la Merkel ha mostrato possibili preferenze per altri candidati, esterni alla rosa di quelli elettorali; poi, una volta accettata la sua candidatura, gli ha messo i bastoni tra le ruote per mezzo di Cameron e Renzi, ricordandogli che la sua designazione di­pendeva da lei e non dal risultato elettorale. Fatto che avrà la sua ufficiale conferma dal voto parlamentare in cui sarà l’accordo delle due famiglie europee, PPE e PSE, cioè dai patti siglati dalla Merkel, a farlo definitivamente eleggere Presidente della Commissione. In chiaro: io, Merkel, sono l’unico e vero king maker di questa storia.
Tsipras, che sperava in una sponda PSE per poter contare in Europa e magari tentare un movimento di riunificazione a sinistra sotto la sua leadership come quello che gli è riuscito in Grecia, ha fatto politica l’espace d’un matin, riuscendo solo a riportare l’ambito della scelta all’interno dei candidati elettorali, contro le tentazioni ‘ameri­cane’ della Merkel (e di Renzi?) dei primissimi giorni; ma poi completamente ta­gliato fuori dall’immediato cedimento del PSE al diktat PPE. E che quindi si trova in pessima compagnia di gruppetti rissosi, ideologici, quando non decisamente fuori di testa, senza la sponda PSE per domarli.
Per non parlare di Renzi. Che finora ha portato a casa solo l’elezione di Pittella a ca­pogruppo del PSE; un incarico formale in cui ci vogliono grandi capacità personali di mediazioni e di conoscenze per esercitare un qualche ruolo tra i vari partiti ‘socialisti & democratici’, qualità che Pittella possiede in modo decisamente limitato. Per cui questa scelta sembra solo un omaggio formale al risultato elettorale italiano, e la con­cessione di  una controfigura a Renzi. Mentre i bookmaker inglesi non vedono molto bene la candidatura della seconda controfigura, la Mogherini.
Renzi (per non parlar dell’ultima sceneggiata: il discorso di insediamento della Presi­denza semestrale del Consiglio europeo, e lo scontro con il capogruppo tedesco del PPE, Weber) aveva cominciato buttando sul terreno la sua vittoria elettorale e muo­vendosi a tutto campo, procurandosi, temo, poche simpatie in tutti i settori, per essersi messo di traverso sia alla candidatura Schulz che a quella Juncker, per aver bocciato la candidatura italiana di Letta, per aver avanzato richieste impegnative di allenta­mento delle regole dei Trattati per un rilancio economico e a cui, con la richiesta tas­sativa di rientro dal deficit entro il 2015 (non solo contro tutte le aspettative e le ri­chieste ma, soprattutto, un disastro economico), è stato ricordato rudemente (anche da Weber, con grande scortesia istituzionale; che non promette nulla di buono dall’ege­monia tedesca nel parlamento europeo) che: 1) non basta una vittoria eletto­rale per diventare una potenza politica in Europa, 2) non basta mettersi al servizio di una potenza politica (la Merkel) per ottenere rispetto in Europa, 3) che sia lui che il paese hanno bisogno della benevolenza tedesca per sopravvivere. Un vero capola­voro.

1.2. L’SPD, la Grande Assente.
L’SPD ha un grave problema; che le elezioni europee del 2014, ribadiscono il risul­tato delle elezioni politiche tedesche del 2013: e cioè che dal 2002 è cominciato un declino che ne fa una forza per così dire ‘regionale’ (in senso politico, non geogra­fico), cioè non ‘nazionale’, che non riesce più a esprimere il governo del paese. In sette anni, dal 2002 al 2009, ha perso circa 8%, guadagnati dalla Linke, la formazione di sinistra; e, in generale, dal 2002 al 2013 ha perso e non recuperato il 10% che la fa uscire dalla zona di forza di governo autonoma.
Il fatto è che in Germania l’SPD è un partito di insediamento. L’SPD ha ancora molte caratteristiche di un partito di massa tradizionale (a differenza del PD italiano): orga­nizzazione, forti legami coi sindacati, think tanks di partito, ampia rete di amministra­zioni locali. Questo costituisce un certo ‘zoccolo duro’ (sperando che la definizione non gli porti sfortuna); ma, una volta persi contatti a sinistra, il centro è saldamente presidiato dalla Merkel (anche brutalmente, come vedremo) e quindi operazioni al centro sono abbastanza inefficaci. O meglio, l’SPD, come ha fatto nelle ultime ele­zioni, deve mantenere un profilo moderato, per non perdere il contatto con il ‘pro­prio’ centro (come il PD prima di Renzi), ma questa politica non ha effetti espansivi, ma solo ‘difensivi’; per via del tabù a sinistra.
Questa è la frattura. In un sistema politico a ispirazione maggioritaria (non un pro­porzionale corretto, come si dice erroneamente in Italia, ma un sistema che ‘pola­rizza’ il risultato sui (due) partiti principali), rompere sul lato estremo del proprio schieramento non è mai una buona idea (Mitterrand vinse per la ragione opposta). Blair, che tutti dicono di imitare, non lo fece. Fece invece un compromesso con l’ala old Labour (che, infatti, con Ed Miliband, è tornata a governare il partito). In Germa­nia probabilmente la cosa è stata peggiorata dall’antagonismo personale tra Schröder e Lafontaine a fine anni Novanta. Non solo, ma il fatto che nella Linke, formazione in cui confluì Lafontaine, fossero presenti di eredi della SED, il partito comunista della DDR, ha reso praticamente tabù una qualsiasi politica di collaborazione con quel partito (ci vorrebbe un politico molto abile e spregiudicato, per romperlo; ma a quanto pare in giro per l’Europa la spregiudicatezza è monopolio della destra). Ov­viamente si potrebbe cercare di sfondare verso il centro, come fece Blair, per quanto temporaneamente, o Renzi adesso (ma per ragioni strutturali totalmente diverse), ma non in Germania.
Il pacchetto Hartz, introdotto nel 2003, nel periodo di maggioranze SPD-Verdi, cioè la riforma del mercato del lavoro e del welfare, tanto lodato in Italia, in effetti ha dato risultati molto più moderati delle riforme del lavoro italiane. Un certo grado di preca­rietà è stato introdotto, ma in genere i commentatori italiani ignorano che la gestione del pacchetto è stata concordata con i sindacati, grazie alla struttura industriale tede­sca centrata sulla grande impresa (a differenza di quella italiana). E anche il welfare, pur ridotto, resta molto più comprensivo di quello italiano. Inoltre, i governi regionali sono notoriamente intrecciati con il sistema bancario regionale (la ragione per cui la Germania si oppone all’Unione bancaria come proposta da Draghi, che vorrebbe estendere la vigilanza della BCE a tutte le banche di un paese).
Pur con risultati non devastanti del pacchetto Hartz, il risultato politico di quella svolta di Schröder fu che la CDU/CSU iniziò la campagna elettorale del 2005 con un vantaggio di 21 punti, dopo un voto di sfiducia del Bundestag a Schröder (fatto raris­simo in Germania). Schröder riuscì a limitare le perdite raggiungendo numeri che (non permettendo una maggioranza con i Verdi) consentirono una Grosse Koalition dal 2005 al 2009, risultato che invece non raggiunse nel 2009. Indubbiamente la crisi del 2009, e i sacrifici che furono sostenuti per superarla, favorì un certo recupero sulla CDU/CSU rispetto alla sconfitta del 2009, ma non al punto di rovesciare l’esito politico.
Le vicende dell’ultima legislatura sono istruttive. Dopo aver vinto le elezioni nel 2009, con l’SPD a minimi storici, già dal 2010 la Merkel aveva cominciato a perdere elezioni regionali. La Grecia fu un’«occasione esemplare». Sul terreno internazionale la Germania l’utilizzò per imporre la propria visione sulla crisi creando l’«esempio negativo» per eccellenza. Ma la Grecia fu sfruttata anche all’interno. La campagna contro la ‘prodigalità’ dei paesi mediterranei fu lanciata con forza. Nel giro di due anni l’opinione pubblica tedesca fu conquistata. Su questo terreno l’«egemonia» della Merkel è incontrastata, anche perché ha mobilitato strati profondi della ‘psicologia collettiva’ tedesca. Ho sperimentato di persona come settori di elettorato SPD la con­dividessero. Forzando quindi l’SPD a una strategia ‘subalterna’, di attacco su que­stioni marginali, che le ha consentito un certo recupero, ma non più di quello, abban­donando a se stesso ben il 15% a sinistra di opposizione alla Merkel, tra Linke e Verdi, che naturalmente l’SPD non ha neppure provato a utilizzare. Il che combinato con il crollo dei liberali ha consentito un ritorno a una Grosse Koalition.
Come si è visto, questa subalternità è stata confermata dalle elezioni europee. Si po­teva pensare, prima, a un accordo paritario sul governo tedesco, e quindi in Europa, perché in Germania la Merkel poteva aver la maggioranza solo con l’SPD. Ma evi­dentemente il tabù sulla sinistra ha indebolito l’SPD, e ha dato via libera alla Merkel, come è stato ribadito nella vicenda europea.

2. Deutschland, as ever (come sempre).

Si parla molto del neo-mercantilismo tedesco, cioè dell’ossessione tedesca per un avanzo di bilancia commerciale. Peraltro, fase moderna della strategia enunciata da Friedrich List, economista tedesco di metà Ottocento che aveva propugnato la chiu­sura economica come mezzo di difesa dalla potenza espansiva inglese, e di costru­zione della potenza economica nazionale, previa a una successiva espansione sui mercati mondiali (strategia seguita puntualmente anche dal Giappone, come mostrato da un grande economista, Morishima).
In realtà è molto più di questo. Questa strategia commerciale è oggi solo un aspetto di una strategia economica, ma anche sociale e politica, nota come Sozialemarktwirts­chaft, Economia Sociale di Mercato. La cui formulazione risale al Ministro delle Finanze Ludwig Ehrard, Ministro delle Finanze dal 1949 al 1963 e Cancelliere dal ’63 al ’66. È interessante questa coincidenza: la Germania veniva ricostruita sotto l’ege­monia liberale dal ’49 al ‘63, ma anche l’Italia sperimentava il suo miracolo economico dal 1948 al 1963 – la cui fase più ‘liberista’ impostata da Einaudi, Mini­stro delle Finanze, poi Governatore di Bankitalia e poi Presidente della Repubblica, dal 1947 al 1955 – coincise con la stagione politica del ‘centrismo’.  Il 1963 fu un anno cruciale, finiscono fasi politico-economiche ‘liberali’ sia in Germania che in Italia: il centrosinistra incomincerà in Italia nel ’64, la Grosse Koalition in Germania nel ’66.
A sua volta la Sozialemarktwirtschaft origina dalla concezione detta ordoliberali­smus, elaborato da un gruppo di liberali sotto la guida dell’economista Walter Euc­ken, sotto il nazismo. È in quell’ambito che presumibilmente nasce la costruzione ideologica e autoassolutoria, tuttora sostenuta dai gruppi dirigenti tedeschi (Schäuble lo sostenne sul Financial Times ancora nel 2012), che fu l’iperinflazione del ’22-23 a essere all’origine dell’ascesa di Hitler.
La costruzione è autoassolutoria perché fu in realtà la disoccupazione di massa creata nel biennio ’31-32 dal Cancelliere Brüning, seguace della vera ossessione liberale per la finanza sana, ad aprire le porte all’esplosione del partito nazista (fino al ’29 praticamente ininfluente). La costruzione è ideologica, perché una delle sue conse­guenze è un’attenzione spasmodica alla dinamica salariale (soggetta tuttora in Ger­mania al controllo di un Comitato di Saggi), come se questa fosse all’origine dell’ipe­r­inflazione dei primi anni Venti. Non fu così: l’iperinflazione fu originata dal crollo dello Stato tedesco dopo la sconfitta del 1918, e dalla necessità di finanziarne il fun­zionamento praticamente senza entrate, come si dice: stampando moneta (una ec­cellente ricostruzione e interpretazione non ortodossa degli eventi la si trova ne La Riforma Monetaria di John Maynard Keynes).
Da cui una strategia complessiva di crescita che a buon diritto si può chiamare anti-keynesiana; tra i fattori della crescita tedesca non sono mai stati annoverati né il defi­cit del bilancio dello Stato (semmai, solo occasionale), né la crescita salariale, trainata dalla crescita e non trainante. La Germania, si può dire, è stato in tutto il dopoguerra il parassita delle politiche keynesiane mondiali. Il mondo cresceva grazie a quelle, e così le esportazioni tedesche. Il modello Deutschland si basava su export e progresso tecnico. Il progresso tecnico, innanzitutto, grazie all’aumento di produttività (che rende più competitive le esportazioni) permetteva di controbilanciare l’apprezzamen­to del marco (dovuto agli avanzi commerciali); apprezzamento che a sua volta rendeva più economiche le importazioni. All’interno, l’aumento di produtti­vità veniva distribuito anche grazie alla Mitbestimmung, il coinvolgimento dei sinda­cali a livello a­ziendale. L’export (e gli investimenti produttivi che ingenerava) era il principale motore della domanda. (Nei primi anni Ottanta, il G7 fu teatro di infinite e inconcludenti diatribe tra USA e Germania; dove i primi chiedevano inutilmente alla seconda di assumere un ruolo di locomotiva – cioè importare di più – per far uscire l’economia mondiale dalla recessione di quegli anni. Più o meno come certe discus­sioni di oggi).
Ovviamente, in Germania era visto come il fumo negli occhi la politica di svaluta­zione, innanzitutto italiana, ma anche francese. Indubbiamente, serpente monetario prima e euro poi, oltre che modalità di avvicinamento all’unificazione europea, sono sempre state viste in Germania come strategie per impedire ai paesi concorrenti sva­lutazioni competitive. Mentre le regole di Maastricht avevano come obbiettivo di omogeneizzare le politiche fiscali, di modo che i differenziali di crescita derivassero principalmente da variabili reali: investimenti, produttività e export. Il rispetto di que­sti obbiettivi ha imposto, non solo all’Italia, politiche di aggiustamento (tagli di spesa pubbliche e più tasse); tuttavia, una volta raggiunti i livelli prescritti, il loro rispetto fino al 2007 era esercitato con una certa flessibilità (anche perché pure la Germania era tra i peccatori). Non solo, ma la strategia monetaria dell’euro sembrava avere successo. I cosiddetti spread (le differenze tra l’interesse sui titoli tedeschi e su quelli degli altri paesi) dal 2000 al 2007 erano a livelli minimi, e i saldi TARGET2, cioè l’ammontare annuale di riserve che le banche centrali nazionali dovevano cedere alla (o ottenere dalla) BCE per via di squilibri della bilancia di pagamenti (differenza tra esportazioni e importazioni, più la differenza tra entrate e uscite di capitali), erano molto ridotti (l’Italia fino al 2011 aveva perfino avanzi positivi, nonostante il deficit commerciale).
Mi sono un po’ dilungato in questi aspetti ‘tecnici’, perché la crisi 2008-09 ha fatto saltare gli equilibri, ma soprattutto perché la risposta tedesca (radicata nella sua filo­sofia politico-economica di lungo periodo) ha cambiato drasticamente gli equilibri economici e politici in Europa. La svolta è avvenuta quando, nella primavera 2010, la Germania di fatto decretò il fallimento della Grecia, sorprendendo banche europee e mercati finanziari che non ci avevano creduto fino alla vigilia (sennò perché mai si sarebbero imbottiti di titoli greci?).
Non solo, ma tra il 2011 e il 2012 impose a livello europeo un’accelerazione per il raggiungimento dell’obbiettivo del pareggio di bilancio che era rimasto non del tutto definito dopo Maastricht (da cui il fiscal compact, il six packs e il two-packs). La base di partenza era stato l’attacco dei mercati ai debiti pubblici (detti sovrani); la Germa­nia sostenne che la ragione dell’attacco era il disordine fiscale dei paesi in questione (soprattutto Spagna e Italia; la Grecia era ormai fuori gioco), e che quindi innanzi­tutto bisognava ‘metter ordine nei conti’ per rintuzzare l’attacco. Conti a posto, si so­steneva, necessari per poter ripartire. E inoltre, visto che la svalutazione era impossi­bile, si raccomandava ai paesi la ‘svalutazione interna’;  espressione pudica per ‘ta­glio di salari’; taglio indiretto (in Grecia era stato diretto) sulle retribuzioni, via ri­forme del mercato del lavoro, o indiretto sul salario ‘reale’, via riduzione del welfare, come anche Draghi sosteneva fosse necessario nel gennaio 2012 in un’intervista al Wall Street Journal.
La diagnosi si rivelò falsa e pretestuosa. Sotto attacco era l’euro in quanto tale, e l’attacco ai debiti sovrani era solo la strada per divaricare l’area dell’euro e costrin­gere a una rottura della zona monetaria (peraltro tra il 2011 e il ’12 erano circolate tesi in Germania favorevoli alla rottura della zona; evidentemente i mercati ci conta­vano: infatti, fino a maggio 2012 i bookmaker di Londra davano per sicura l’uscita della Grecia dall’euro). Che la diagnosi fosse falsa lo si vide quando nel luglio 2012 Draghi mise fine alla speculazione con la famosa dichiarazione: “farò tutto quello che è necessario” per impedire la rottura dell’euro. Ma fino alla primavera 2012, Weid­mann e la Bundesbank avevano continuato a sostenere che l’austerità fiscale (peraltro gabellata come espansiva) era l’unica strategia da perseguire, arrivando a un passo dalla rottura dell’euro e del naufragio dell’Europa .
Più si continuava nell’austerità, infatti, più le condizioni peggioravano e l’attacco ai debiti sovrani cresceva (fino a che Draghi non lo fermò passando a minacciare mi­sure monetarie).
Peraltro, il momento scelto per il cosiddetto ‘consolidamento’ fiscale (cioè: tagli) non poteva essere peggiore. Già Keynes durante la Grande Depressione, e Krugmann oggi, hanno sostenuto, inutilmente, che il tempo dei tagli è quello della ripresa, non quello della recessione. Perfino il FMI, ma solo dopo però, ha sostenuto che la tesi dell’«austerità espansiva», con cui vennero giustificate le misure, era una bufala. Ma il risultato furono ulteriori anni di recessione dopo quelli immediatamente la crisi. Il risultato fu una subordinazione dei paesi sotto attacco, in quanto bisognosi di ‘bene­volenza’ da parte delle istituzioni comunitarie, e quindi di Berlino, per avere sostegno finanziario, sia per le crisi bancarie (soprattutto la Spagna) che fiscali. Inoltre la ‘svalutazione interna’ che, perseguita esplicitamente o implicitamente, ebbe luogo, favoriva le catene del valore europee a cui capofila stavano le industrie tedesche, ren­dendole più competitive sui  mercati mondiali.
Sembrava, prima delle elezioni, che anche negli ambienti della destra europea si fosse accettato che bisognava fare una svolta e chiudere la fase dell’austerità. Schulz aveva parlato di modifica degli accordi e di necessità di un nuovo approccio. Ma sia le vi­cende delle ultime fasi della campagna, che quelle subito dopo le elezioni indicavano che in realtà non c’era affatto consenso sull’entità delle misure, e che invece si stava affermando l’idea che sarebbe stata sufficiente una svolta minima sia nell’immagine, Juncker, e non Schulz, al posto di Barroso, ma anche come misure da adottare.
Come temevo questo minimo sembra essere proprio solo il minimo. Nonostante le roboanti richieste di Renzi sia in fase pre- che post-elettorale: investimenti, allenta­mento del rigore e cose del genere. Richieste peraltro più di effetto, secondo lo stile dell’uomo che efficaci: basti pensare che Renzi ha menzionato 240 miliardi di euro di investimenti, quando l’entità dell’emissione di eurobonds, stimata dai proff. Prodi e Quadrio Curzio, necessaria per un rilancio effettivo dell’eurozona, ammontava a 2000-23000 miliardi di euro. Le recenti e ripetute dichiarazioni di Schäuble, e Weid­mann, indicano che per il momento l’unica misura correttiva dell’austerità ac­cettata è la politica monetaria espansiva di Draghi. Niente eurobonds, niente  o po­chissima tolleranza fiscale, quantomeno per il momento; su investimenti qualcosa ci sarà, pen­so, ma non è ancora chiaro cosa e quanto. Immagino che prima si aspetterà di veder l’esito delle misure monetarie di Draghi.
D’altra parte, non credo ci si possa aspettare molta duttilità da un gruppo dirigente come quello tedesco che è stato capace di arrivare fino a un passo dal crollo dell’eu­ro, e di tutta l’Europa, pur di continuare a sostenere la propria linea di politica economica e di non recedere dalla propria filosofia ‘liberista’ sulla crisi: colpa della ‘prodigalità’ fiscale, così come negli anni Trenta Hayek sosteneva che la crisi del ’29 fosse dovuta a un eccesso di consumi. (Lo stesso Hayek, grande ispiratore, per quanto poco noto, degli assetti dell’euro; come dichiarato dall’economista tedesco, Otmar Is­sing, che aveva partecipato alla costruzione di quegli assetti).

3 Il Trattato trans-atlantico: fine del secolo lungo della Socialdemocrazia tedesca?

Eric Hobsbawn ha parlato del secolo breve, segnata dalla nascita e caduta dell’URSS (1914-1991), ma forse adesso stiamo assistendo alla fine di un secolo lungo (1914-2015), segnato dalla presenza della Socialdemocrazia tedesca (massimo esponente della storia del movimento operaio europeo ancora collegabile al nome di Marx) al vertice dello Stato tedesco.
Con l’approvazione dei crediti di guerra nel 1914, la Socialdemocrazia tedesca (come quella francese, peraltro) fu cooptata tra le forze politiche dirigenti dello Stato. Non senza resistenze, come si vide dalla successiva feroce controffensiva nazista, cui i gruppi dirigenti liberali diedero campo libero; come in Italia con il fascismo, peraltro (seppure qualche decennio fa’ assolti – autoassolti – dalla tesi di Nolte; che il nazismo sia stato solo una ‘reazione’ al bolscevismo, e quindi in certo senso giustificato dalla ‘ferocia’ di quest’ultimo. Tesi demolita dall’affermazione di papa Wojtyła: il nazismo male assoluto; cioè contrassegnato da un eccesso negativo senza alcuna giustifica­zione possibile).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le esigenze della guerra fredda tennero la Social­democrazia ancora in quarantena; ma dopo l’abiura del marxismo a Bad Godesberg, e previa Grosse Koalition nei primi anni Sessanta, l’SPD ritornò a essere legittimata come forza di governo. Non solo, ma era funzionale, anche nella filosofia dell’ordoli­beralismus, per la gestione del lato ‘welfare’ (da sviluppare dopo la fase della ricostruzione post-bellica e connessi sacrifici) della strategia della Sozialemarktwirts­chaft, che pure lasciando al mercato completo campo libero sull’accumulazione, cioè su direzioni e livelli di occupazione (a questo equivale una politica che punti siste­maticamente al pareggio di bilancio; anche se talvolta sfori), puntava a frenare gli effetti socialmente dissolutori del capitalismo di tipo anglosas­sone (contrapponendo­gli il capitalismo renano, come lo si è chiamato).
Qui sta la fondamentale legittimità politica della Socialdemocrazia tedesca nel quadro di governo della Germania.  Sono tre gli aspetti che, dall’inizio degli anni Novanta mettono in questione quella legittimità: l’unificazione tedesca, la globalizzazione e l’unificazione europea. E che forse oggi, con il Trattato trans-atlantico sta per rice­vere un colpo che pare rischiare di essere definitivo.
La rapidità con cui, l’assoluto bradipo della politica europea, Kohl, si è mosso tra Thatcher, Mitterrand e Gorbaciov per portare a casa l’unificazione tedesca dopo il 1989, suggerisce che i gruppi dirigenti tedeschi fossero molto più pronti a quell’eve­nienza di quanto si potesse pensare. Perché, come si è visto successiva­mente, la vera e propria annessione ha implicato una strategia di trasformazione su scala di un intero paese, di cui dovevano essere già pronte le linee portanti, per essere affrontata. Non solo, ma da come hanno agito implacabilmente per cancellare perfino le tracce della DDR hanno mostrato una volontà di continuità con il Reich pre-bellico (di cui erano già state rifunzionalizzate parti nella guerra fredda, come l’Organizzazione Gehlen) che inquieta (sono stati combattuti e ostracizzati infatti molto più i suoi – della DDR – ambienti intellettuali di ‘sinistra’, evidentemente sgra­dita memoria di contrasto con quel passato, che non le sue strutture di potere; come testimonia la cooptazione della stessa Merkel, l’ossie – cittadina dell’Est – adottata politicamente da Kohl).
Suggerisce inoltre che quell’unificazione sia stata molto meno la riparazione a una fe­rita del sentimento nazionale tedesco e molto più un’occasione da sfruttare in modo ‘egemonicamente’ espansivo; molto più di quanto ci si aspettasse (sia da Mitterrand che da Gorbaciov, pare; la Thatcher era più sospettosa). E suggerisce anche che que­sta essere-già-pronti sia stato in un certo senso ‘dissimulato’ a lungo ‘dietro’ politici di sicura fede democratica come ad esempio Brandt (peraltro bruciato a metà anni Settanta, quando nessuno poteva capire che eravamo alla vigilia dell’abbandono della Ostpolitik, archiviata dall’elezione di Wojtyła al Soglio). Genera preoccupazione che ‘solo’ il vecchio Cancelliere, del dopo-Brandt, Helmut Schmidt abbia avanzato ri­serve sulla strategia egemonica tedesca in Europa oggi.
Inoltre, anche dal lato economico l’irruzione della globalizzazione, aveva messo in tensione la strategia e la legittimità socialdemocratica.

Digressione. Il mito della stagnazione tedesca dei Novanta e l’Agenda 2010.
Con questo nome è noto il programma di governo 2002-2005 di Schröder, di ispirazione liberale, intorno a cui maturò, a fine anni Novanta, la rottura con Lafontaine. Il programma, come già detto, introdusse la precarietà nella ge­stione della forza lavoro tedesca e ridusse, anche se non di tanto, la copertura del welfare. All’introduzione di questo misure è stato attribuito il merito di aver risollevato la Germania da una stagnazione degli anni Novanta. È un vero coro.
Peccato che a nessuno venga in mente che l’unificazione tedesca era avvenuta nel 1990, e che c’era stata una recessione mondiale nel ‘91-92. Pare nessuno ricordi più che, in una notte, l’industria della Germania orientale fu messa fuori mercato da un cambio sopravvalutato marco occidentale-marco orientale uno a uno (invece che uno a cinque, per dire; cambio imposto da Kohl al Presidente della Bundesbank, Pohl) che al tempo stesso rendeva felici i cittadini dell’Est che finalmente potevano usare i loro risparmi per comprare le merci dell’Ovest, e rendeva invendibili i prodotti di quell’industria. Da quel momento la Germa­nia aveva il suo Mezzogiorno. Per quasi un decennio l’Est visse di sussidi e di ricostruzione edilizia. Pare ovvio, ma la smemoratezza impazza, che con una tale palla al piede la prestazione complessiva dell’economia tedesca ne sof­frisse, e il tasso globale di crescita non potesse essere che la media di quello delle due zone. Quindi la famosa stagnazione tedesca è stata in realtà poco più che un fatto statistico; la Germania Ovest, industriale, non era stagnante, sicu­ramente quantomeno né come il Giappone nei Novanta, né come l’Italia nei Duemila.
La soluzione non fu statistica, ma politica. Siccome a occidente i sindacati trattarono nelle grandi imprese sull’applicazione del Pacchetto Hartz, riducen­done gli effetti precarizzanti, chi invece ne sentì tutto il peso fu la zona orien­tale. Di fatto con quella misura il governo di Berlino creò il suo Est interno, nel senso di un’area, come Polonia, Bulgaria e Romania, dove delocalizzare. An­che perché era nota la riluttanza delle imprese dell’Ovest a investire all’Est per buona parte degli anni Novanta. Ecco l’origine della pseudo-stagnazione tede­sca, e della sua fine.
Inoltre un altro fattore di rilancio dell’economia tedesca in realtà fu la costru­zione massiccia sia di Centri di grande ricerca scientifica (i Planck Institute) sia un numero elevato di centri a metà strada tra ricerca scientifica e industria che hanno contribuito potentemente all’aumento di produttività dell’industria tede­sca, fatto che ha contribuito alla crescita industriale impetuosa degli anni Due­mila, e anche alla ripresa post-crisi, ben più efficacemente della relativamente limitatati precarietà, quantomeno rispetto all’Italia, nonostante il livello sala­riale più elevato.

Quindi l’unificazione tedesca, fu l’occasione per inferire un vulnus alla struttura so­ciale tedesca, ‘importando’ condizioni di ‘globalizzazione’, cioè di maggiore preca­rietà nel mercato del lavoro. Probabilmente non eccessivamente rilevanti dal punto di vista quantitativo, ma sufficienti per rendere il sistema di ‘protezione sociale’ meno chiuso, e soprattutto gerarchizzando all’interno della Germania tra diversi livelli di ‘copertura’. Lo stesso risultato in Italia è stato raggiunto differenziando generazionalmente le condizioni d’ingresso sul mercato del lavoro, mentre in Germania è stato ottenuto gerar­chiz­zando territorialmente.
L’SPD fu messa doppiamente sulla difensiva. In primo luogo, perché l’unificazione costruiva un’area di ‘espansione’ e di ‘subordinazione’ a favore dell’industria tedesca, il cui nucleo centrale, il lavoratori della parte occidentale, continuavano  a mantenere so­stanzialmente immutate le ‘protezioni’ raggiunte, ma che al di fuori costruiva un si­stema concentrico di fasce a minore protezione, dall’Est interno all’Est esterno, e ul­timamente, con le politiche di ‘austerità’ e ‘svalutazione interna’ anche un Sud esterno; quindi da un lato la ‘copertura’ veniva intaccata, per quanto non sostanzial­mente, ma dall’altro la presenza dell’area a minore copertura come funzionale alla struttura globale della catena del valore costituiva una minaccia continuamente la­tente di possibili peggioramenti. Per di più rendendo corresponsabile l’SPD di questa gerarchizzazione rendeva molto difficili (per quanto non impossibili, come recenti esperienze FIOM mostrano) eventuali tentativi di unificazione rivendicativa su tutto l’arco della catena produttiva. Senza contare la responsabilità SPD per le condizioni sociali generali peggiorate nei paesi ‘mediterranei’; cui come si è visto in queste ele­zioni l’SPD non ha dato risposte efficaci politicamente, prima di tutto per se, oltre che per gli altri.
Ma il pericolo maggiore, oggi viene dalle trattative riservatissime sul TTIP (Tran­satlantic Trade and Investment Partnership; Cooperazione transatlantica per il com­mercio e gli investimenti). Qui voglio sottolinearne solo un aspetto: le cosiddette Mi­sure non-tariffarie. Si tratta delle misure per rendere possibile l’integrazione delle imprese americane sull’area europea (compresi, ad esempio, gli appalti pubblici). Per avere un’idea delle implicazioni possibili basta pensare che l’adesione alla UE della Gran Bretagna non include ad esempio le misure del pacchetto ‘sociale’ su lavoro, assistenza e previdenza. Basta pensare che ci sono una serie di campi estremamente sensibili non solo per l’opinione pubblica europea, ma per i valori stessi della costru­zione europea: finanza, ambiente, salute, lavoro e assistenza che in un qualche modo dovranno essere omogeneizzate. Ma siccome è impensabile che le regolazioni euro­pee vengano importate negli Stati Uniti, l’esito più probabile è che le de-regolazioni americane vengano, quantomeno in parte, importate in Europa.
Ma tutta la filosofia, la ragione storica dell’esistenza della Socialdemocrazia europea, prima ancora della stessa costruzione europea, ne verrebbero seriamente messe in di­scussione. Quella globalizzazione i cui effetti, in un certo senso la forza economica e mone­taria europea potrebbero tener fuori dai confini europei, verrebbero introdotti via ac­cordi con gli USA. Finora l’SPD ha difeso le condizioni ‘sociali’ dei lavoratori tede­schi ‘gerarchizzando’ le condizioni dentro e fuori della Germania. Questi sviluppi, adombrati dal TTIP implicano il rischio che possa toccare ora ai lavoratori tedeschi, oltre che a noi tutti. È come se i dirigenti del capitalismo europeo avessero deciso di abbandonare le differenze della cultura sociale e politica europea. Un ostacolo? Resi­dui di mondi passati? Pronti a cooperare o a competere con le multinazionali ameri­cane? Alla pari, o anche solo come junior partner?

4. Contro l’Ideologia Tedesca.

Abbiamo un grande problema Mitteleuropeo, come si dice dalle parti di Trieste, cioè un problema nel centro dell’Europa. Cito qui Antonio Napoletano in un recente post (sul blog “Da Sinistra per Bersani”; nome inattuale, ma tant’è): “…qui c’è un’intera grande nazione al centro dell’Europa che identifica se stessa, le proprie virtù, le sue grandi qualità con quella forma particolare di ideologia e i suoi risultati, non solo per l’evidente e diffuso e alto benessere che le sono stati intestati, ma (penso in particolar modo) per quell’aura di ineluttabilità virtuosa nella quale essa circonfonde e con­fonde l’aggressività e il cinismo della conquista e del primato sotto le spoglie della pacifica concorrenza, di una superiorità meritata e, per definizione, non inibita agli altri”.
Non vi è alcun dubbio che la situazione attuale sta configurando un rovesciamento di quello che si è presentato storicamente come un asse asimmetrico Francia-Germania, con la Francia nel ruolo del Protettore politico di un paese sotto tutela. L’unificazione sembrava solo la necessaria chiusura della lacerazione post-bellica, mentre il gigante economico e ‘nano’ politico non pareva costituire alcuna minaccia di sovvertimento dei rapporti di forza. Fu così che la costruzione dell’euro, innanzitutto, ma anche della stessa modalità di ‘omogeneizzazione’ fiscale, finirono col mancare non tanto di istituzioni ‘federaliste’ ma dell’idea stessa che ne sta alla base: e cioè che in qualche modo qualcuno deve prendersi la responsabilità dell’insieme (l’ha fatto di risulta Draghi). Ai francesi andava bene l’assenza esplicita di ‘autorità sovranazionali’, eredi dell’«Europa delle patrie» gollista. Mentre è probabile che, in prima battuta, ai gruppi dirigenti tedeschi interessasse innanzitutto mettere la mordacchia ai concor­renti (italiani, innanzitutto) impedendo le svalutazioni competitive. Quindi, il gap fe­deralista andava bene sia a francesi che a tedeschi, per non parlar degli inglesi; ognuno tutto preso nella sua strategia miope.
In realtà, in tutti i campi vi erano anche federalisti che pensavano che si dovesse pa­gare un prezzo ai primi passi verso un’unione, accettando anche istituzioni imper­fette, progettate a partire da egoismi nazionali, ma che nei momenti di crisi, inevita­bili per via delle imperfezioni, si sarebbero potute modificare in senso federalista (se­condo l’esempio statunitense).
Ma vi era qualcuno nel gruppo, tra cui l’economista tedesco Issing probabilmente, ma non solo, che invece pensava che l’assetto della Banca centrale europea, di necessità indipendente dagli Stati europei (in assenza di un potere federale), dovesse prefigu­rare in realtà un assetto futuro permanente delle autorità economiche, che incorpo­rasse per l’insieme degli Stati dell’Unione l’idea liberale di una società atomistica in grado di funzionare autonomamente (una volta garantita l’assenza o la riduzione al minimo della presenza statale): ognuno per se e Dio per tutti. Realizzando così una modalità possibile della cosiddetta de-statalizzazione della moneta, elaborata alcuni decenni fa dall’economista di riferimento di Issing, Friedrich von Hayek, l’implaca­bile e indefettibile nemico di Keynes, dagli anni Trenta in poi.
Ovvio corollario di questa ideologia ‘liberale’ di un’unione fra Stati è che ogni Stato debba essere in grado di reggersi economicamente da solo senza ‘aiuti’ (o riservando ‘aiuti’ a soggetti deboli nella transizione dell’ingresso nell’Unione  – come per i paesi dell’Est -; una versione interstatuale del ‘conservatorismo compassionevole’); e se non lo fosse ciò va attribuito esclusivamente alla sua responsabilità individuale, per cui ciò non darebbe diritto ad alcun salvataggio.
Ovviamente non vale obbiettare che questo non è l’assetto di nessun stato federale, né gli USA, né tantomeno la Germania dei Länder; né tantomeno vale obbiettare che ogni Stato singolo è in grado di reggersi ‘solo’ se gli è consentita la sovranità per poter prendere le adeguate misure per la sua sopravvivenza. Ma, pretendendo da una lato di privare i singoli Stati della sovranità in campi esistenzialmente cruciali – mo­neta, fisco – e impedendo dall’altro che si formi un’autorità (detto in termini generici: in una qualsiasi modalità, federale o di accordo interstatale è lo stesso) in grado di prendere i provvedimenti necessari per governare l’insieme (come fa la stessa Ger­mania a casa sua), si produce necessariamente un campo di squilibri inter-nazionali, e un rischio di collasso. Perché nessuna unione può mai funzionare come somma di unità assolutamente autonome.
Anche perché non è questione di trasferimenti fiscali per solidarietà come purtroppo anche da persone sensate si sente dire. Gli Stati (a differenza di noi comuni mortali)  possono spendere prima di incassare (poi, volendo, possono riprendersi tutto, an­dando in pareggio; ma questo è solo una possibilità). In questo consiste la sovranità monetaria, come sapeva bene Keynes che suggeriva al Tesoro inglese, durante la guerra, di spendere prima e di emettere i titoli del debito solo dopo, per godere di in­teressi minori. Quindi uno Stato può (o in sua assenza deve poterlo fare un suo sosti­tuto: un’autorità, governance, sovranazionale) spendere, direttamente o anche indi­rettamente, a favore di aree deboli all’inizio della storia, aspettando serenamente che queste somme spese tornino naturalmente verso le aree forti (il piano Marshall del dopoguerra si basava su questa logica), contro esportazioni di queste verso le deboli (e poi si trasformino in imposte a riequilibrare). Cosa c’entra qui la solidarietà. Nulla. Ma c’è bisogno di un’autorità superiore a quelle delle singole unità che goda di que­sta sovranità.
Questo è un modo di crescere che fa crescere tutti contemporaneamente. Perché ci si può anche aspettare di conseguenza un funzionamento virtuoso del mercato che fac­cia sorgere nuove attività laddove ci sia potere d’acquisto, aiutando a innescare pro­cessi di crescita, e associato progresso tecnico, che si autosostengano.
Ma c’è un altro modo di crescere. A danno degli altri. E sembra proprio che questo sia il modello scelto dalla Germania. Perché se si impone ai paesi dell’Unione di a­prirsi alle influenze della globalizzazione, o meglio di attuare politiche che di fatto ne importano gli effetti: riduzione dei poteri contrattuali dei lavoratori e riduzione della copertura del welfare per le popolazioni, si condannano paesi industrialmente più deboli a soccombere alla potenza industriale tedesca: unica soluzione, accodarsi in modo subalterno. Ma questo, con il crollo della domanda interna e l’esplosione delle disuguaglianze, finisce con l’interromper il percorso di crescita sociale oltreché economica di quei paesi. Questo è di fatto l’effetto delle politiche di austerità, ma so­prattutto delle cosiddette ‘riforme’, merce di scambio per la ‘sopravvivenza’ finanzia­ria di quei paesi. In questo modo lo spazio economico europeo non diventa altro che uno spazio di estrinsecazione della potenza germanica. Inoltre, questo processo sem­brerebbe naturalmente e altrettanto stranamente confluire in quel passaggio riservato che è la trattativa intorno al Trattato trans-atlantico.
I Trattati di Maastricht costituivano un compromesso dilatorio, come sempre in que­sti casi. Ma il senso di questo compromesso, contrariamente alle aspettative dei fede­ralisti, potrebbe invece rivelarsi nell’accordo transatlantico, il cui esito potrebbe es­sere quello di uno smantellamento delle regole costruite in quasi due secoli nei paesi europei (in un processo complesso e non lineare, ma comunque con esiti convergenti) che hanno garantito una crescita delle società europee. Potrebbe cioè concludersi in una ‘liberalizzazione’ sfrenata della società europea. Come conseguenza dell’aver troppo a lungo traccheggiato di fronte alla costruzione di una qualsiasi forma di ‘sta­tualità’ sovranazionale. E quindi la scelta di sbloccare la situazione in una direzione opposta: non avendo costruito le regole meglio abbatterle (da cui forse anche il senso dello spazio politico di Renzi, in analogia con la sua soluzione per l’Italia; non a caso gli anglosassoni ne sono entusiasti).
E colpisce che siano tedeschi (del Ministero delle Finanze di Schäuble) gli studi più entusiastici sulle conseguenze benefiche del Trattato (qualcuno ricorda gli analoghi studi sull’euro, il cui maggior limite, a parte l’enfasi ottimistica, fu di concentrarsi su aspetti totalmente irrilevanti delle conseguenze della sua introduzione). Ci si sa­rebbe aspettato invece da custodi dell’ordoliberalismus un atteggiamento più cauto (a parte considerazioni di potenza internazionale: il senso abbastanza esplicito del Trat­tato di costruire cinture verso Russia e Cina).
Verrebbe da chiedersi se i gruppi dirigenti tedeschi abbiano già deciso, o siano forte­mente tentati a farlo, di buttare a mare tutte le strategie di ‘modernizzazione’ attuate in Germania negli ultimi due secoli, che implicavano un ‘freno’ alle dinamiche spontanee di mercato: dalla costruzione dello spazio industriale interno (List), alle prime politiche sociali (Bismarck prima e la Socialdemocrazia poi), e che puntavano a costruire la transizione alla società industrializzata mantenendo la coesione sociale, la Sozialemarktwirtschaft  (che anche il nazismo rispondesse a questa esigenza può spie­gare parte del consenso che ebbe). Ma che sia giunta l’ora di realizzare l’inten­zione primitiva dello smithiano List: che una volta raggiunto un certo livello di potenza industriale si sarebbe potuto entrare nel free trade, e nella free society de-re­golata tipica del mondo anglosassone (ovviamente come sappiamo, nella storia il pendolo ha oscillato anche in senso opposto; ma da trent’anni ha girato, e pare una scelta per il momento irrevocabile).
E’ sicuramente presto per dirlo, ma proprio il fatto che tutto sia estremamente coperto fa nascere dubbi. L’accordo transatlantico necessariamente deve riguardare mag­giormente l’omogeneizzazione delle regolazioni, quello che in gergo si chiamano Mi­sure-non-tariffarie. Ma si può davvero pensare che questo riguardi solo quello che sta scritto sulle scatolette di carne in scatola? O piuttosto che riguardi il contenuto delle regolazioni riguardanti innanzitutto ambiente e salute, implicito nelle ‘regole’ di pro­duzione e commercializzazione dei prodotti, ma poi si debba necessariamente river­sare nelle ‘regole’ di protezione ambientale e sociale, se si deve permettere un movi­mento di imprese verso questo lato dell’Atlantico.
E questo andrebbe invece a influenzare pesantemente tutta la civiltà giuridica euro­pea, incorporata nelle richieste ai paesi entranti detto acquis communitaire. Ma non solo. J.P. Morgano ritiene che le Costituzioni europee siano troppo ‘democrati­che’, nel senso che enunciano principi di ‘limitazione’ della libertà (intesa come ar­bitrio dell’impresa; ricordate Berlusconi sull’art. 41?), atteggiamento peraltro condi­viso da quelle società di management che hanno avvisato nei giorni scorsi i movi­menti che a Honk Kong chiedono più democrazia che questo potrebbe fare fuggire le multinazio­nali. Questo Trattato sembra quindi essere la vera frontiera avanzata per la battaglia politica in Europa, che non riguardi solo le condizioni di benessere. Drasti­camente compromesse dall’austerità, ma degli stessi principi della democrazia euro­pea. Que­sto Trattato sembra costituire la tentazione più forte per il  completamento di un’ege­monia  tedesca, compiutamente ‘liberista’, in Europa.

5. La sinistra in Europa.

Purtroppo bisogna prenderne atto. Tutte le cose sensate sono già state dette. Il premio Nobel Krugman, il Nobel Stiglitz, il caporedattore del Financial Times Wolf, Olivier Blanchard, capo dell’Ufficio studi del FMI, hanno già messo in luce a sufficienza l’assurdità sia di politiche deflattive in tempo di recessione, che infatti sta rimbal­zando sulla Germania portandone a zero la crescita dopo la ripresa impetuosa post-2009, sia l’impossibilità, pena l’autodistruzione, di soddisfare la richiesta ultimativa della riduzione del rapporto debito/PIL via riduzione del bilancio e non via aumento del reddito, assurdità stigmatizzata anche dal FMI, nonché l’assurdità di indicare come da imitare da tutti politiche come quelle mercantilistiche che richiedono per l’appunto necessariamente che non tutti le mettano in atto, oltre che la quasi suicida perseveranza nel richiedere l’austerità fiscale come rimedio agli attacchi ai debiti so­vrani quando era proprio il rimedio a causare l’attacco, sconfitto dalla gestione della politica monetaria di Draghi.
Ma le ripetute dichiarazioni di Schäuble, di Issing, del presidente della Bundesbank Weidmann, e di altri meno noti, come il capogruppo PPE, Weber, hanno mostrato come ai gruppi dirigenti tedeschi far la figura degli ottusi ostinati non li preoccupi né poco né punto. Loro dicono quello che gli pare e nessuno, pensano, sarà in grado di fargli cambiare né quello che dicono né le politiche che esigono contestualmente vengano attuate. Ovviamente anche loro sono capaci di sceneggiate, quale infatti va ritenuta la diatriba pubblica con Renzi sulla flessibilità, che altro non è che la tolle­ranza per qualche ‘moderato’ sforamento nei parametri. La flessibilità è già stata e­nunciata come programma da Juncker in qualità di designato dal Consiglio dell’U­nione europea alla Presidenza della Commissione; e quando verrà riconfermata uf­ficialmente da Juncker come Presidente, come sarà, Renzi avrà sfondato una porta aperta. Ma non era né quello che Renzi aveva chiesto prima, la luna nell’approccio tedesco, né quello di cui ci sarebbe bisogno, per evitare un possibile collasso della costruzione europea. Enon saranno certo le schermaglie verbali nel Parlamento europeo o sui media a farci avvicinare di un passo a quegli obbiettivi.
Perché il vero problema non affrontabile dal di fuori della Germania è che questa ideologia dei gruppi dominanti tedeschi è diventata consenso, religione di massa dei tedeschi. La popolazione tedesca in generale condivide l’idea che il benessere tedesco è merito dei tedeschi e basta, e che qualsiasi invito a fare politiche ‘sovranazionali’ equivale a chiedere ai tedeschi di pagare per altri, che non meritano ‘salvezza’ (Lu­tero nelle politiche europee). Chi potrà mai fargli capire che assumersi la responsabi­lità di gestire l’Unione è prima di tutto nel loro stesso interesse, che il Trattato che si annuncia potrebbe suonare la campana per il loro stesso benessere, che crescere sull’immiserimento delle altre popolazioni europee è la ricetta sicura per un disastro epocale. Visto che l’SPD ha rinunciato a farlo, come si evince sia dal comportamento subalterno durante la campagna elettorale sia dalle schermaglie rinunciatarie sulla candidatura Schulz, che aveva enunciato alcune condizioni necessarie, per quanto moderate, di fuoriuscita dall’austerità.
La mancanza di forza egemone dell’SPD è il vero problema sul terreno. Questo ci manca oggi in Europa. Che la Socialdemocrazia tedesca assuma lucidamente le sfide congiunte portate da: unificazione tedesca, globalizzazione, unificazione europea e rapporto con gli USA (il Trattato), per assumere il ruolo storico, che solo lei potrebbe esercitare per la storia e per il ruolo stesso della Germania: traghettare la democrazia sociale europea nel nuovo mondo del secolo appena iniziato.
Non è l’ispirazione keynesiana del pieno impiego che va prima di tutto sostenuta. Questa seguirà, o non seguirà perché bloccata da tabù liberisti insormontabili, ma è l’ispirazione politica dell’Unione, degli Spinelli e degli altri fondatori di un’Europa dal capitalismo ben temperato modello di convivenza per il mondo intero. Tempera­mento necessario perché la libertà non diventi arbitrio del più forte (e il progetto di Roosevelt – come appariva anche dal suo manifesto politico Guardando al futuro – poteva sembrare di fatto indicare quella stessa direzione di marcia, poi presente nell’ispirazione del lancio dell’idea di un’Europa politicamente unita). Allora le poli­tiche di pieno impiego, le funzioni conseguenti di una banca centrale, la spesa neces­saria per il riequilibrio e non solo mance, seguono spontaneamente.
Di questa riscoperta dei principi c’è bisogno. Non del passaggio di mano di qualcosa che è li pronto per essere ereditato, come i posti di comando e di sottogoverno, og­getto del desiderio dei Telemachi di sempre. Qualcosa che invece sta andando perso: la civiltà politica europea. Solo una sinistra che si sa tale può assumersene il com­pito. Ancora una volta, come sempre, nei tempi di crisi.