La giustizia si addice ad Elettra

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di Luca Billi  8 aprile 2019

Si tratta certamente di un gioco beffardo del caso – perché la sorte è stata determinante nel definire il corpus della tragedia greca che è sopravvissuto, prima agli incendi delle antiche biblioteche e all’inevitabile consunzione dei rotoli di papiro e poi alle scelte, spesso arbitrarie e assai poco consapevoli, di qualche oscuro monaco medievale sulle opere da copiare nel proprio scriptorium – ma credo sia significativo che Elettra sia l’unico personaggio protagonista di un’opera giunta fino a noi di tutti e tre i grandi maestri di questo genere. Il personaggio più importante delle tragedie greche che noi conosciamo è una figlia che uccide sua madre.
I tre autori raccontano la stessa storia, ossia la vendetta di Oreste ed Elettra ai danni della loro madre Clitennestra e di Egisto, ma ciascuno a suo modo e le differenze, anche solo per accenni, sono molto utili per capire come ciascuno di loro vedeva Elettra.
Cominciamo dall’opera più antica, le Coefore, la seconda tragedia della trilogia che prende il nome da Oreste. E’ il 458 a.C.: sono gli anni in cui comincia l’età d’oro della democrazia ateniese, gli anni dei primi successi militari di Atene su Sparta. Elettra è la figlia ideale: sente il dolore per la morte del padre, soffre moltissimo del fatto che sia stata proprio sua madre a ucciderlo, ma non può fare nulla, perché è una donna. Il suo destino è quello di aspettare il ritorno di Oreste, perché solo il primogenito maschio della casa può compiere quell’atto di giustizia, per quanto terribile. 

Elettra è la sorella per cui Oreste uccide e infatti il cuore del dramma è la scena del riconoscimento. La giovane vede presso la tomba del padre le impronte di un uomo, poi un ciuffo di capelli, poi le vesti cucite in cui Oreste era stato avvolto da piccolo: sono i segni che aspettava. Saranno gli dei della polis – Atena in particolare – ad assolvere Oreste, e quindi anche Elettra, del matricidio. Eschilo non lo dice, ma Elettra andrà in sposa al fidato amico del fratello, Pilade: passa dalla condizione di figlia e sorella a quella di moglie.
Sono passati quarantacinque anni: è il 413 a.C., gli spartani hanno occupato una parte dell’Attica e la flotta siracusana ha inflitto una grave sconfitta a quella ateniese, la democrazia è ormai finita, nel giro di due anni ci sarà un colpo di stato. Euripide racconta la storia della morte di Clitennestra e di Egisto ed Elettra assume tutt’altro ruolo, a partire dal titolo. La giovane non vive più a palazzo, non è più la figlia di un re, ma la moglie di un contadino. Egisto infatti ha pensato a questo espediente per impedire che un futuro figlio di Elettra pretenda di salire al trono: il figlio di un contadino non sarà mai re. Ma – ci fa capire Euripide – non conta il sangue per fare grande un uomo: quell’umile contadino dimostra di essere un uomo di grande valore e di nobili ideali, per tutto il tempo del loro matrimonio rinuncia ad avere rapporti con quella moglie imposta, che evidentemente non voleva esserlo. Il contadino rinuncia al suo diritto per amore di Elettra.
Quando il vecchio pedagogo di Oreste la raggiunge nella sua nuova casa e le dice che presso la tomba di Agamennone c’è un’orma e una ciocca di capelli che lei potrà riconoscere, la ragazza dice che è impossibile farlo da questi segni, è anche sciocco pensarlo: mai Euripide era stato così brutale contro l’antico maestro. Il riconoscimento avviene grazie a una ferita di Oreste, ricordata non da Elettra, ma da un vecchio servo di casa.
Euripide cambia anche il modo in cui Clitennestra viene uccisa: Elettra finge di stare per partorire e chiama la madre affinché la aiuti. E la regina che finalmente entra in scena non è la donna crudele come fino a quel momento ci è stata descritta dalla figlia. E’ una madre preoccupata e anche un po’ orgogliosa perché sta diventando nonna: è nel momento in cui Clitennestra è più umana che viene uccisa dai figli. Euripide chiude il dramma con il racconto di quello che succederà nei giorni successivi fatto da Castore e Polluce: Oreste andrà ad Atene e sarà assolto, Elettra sposerà Pilade. Ma evidentemente Euripide non ci crede più: i due antichissimi dei, progenitori della casa di Atreo, sono due marionette. Sono gli uomini – e le donne – che agiscono e che rispondono delle loro azioni.
Lo so che l’ordine è Eschilo, Sofocle ed Euripide – e così noi studiamo i tragici greci – ma in questo particolare caso è il vecchio Sofocle a essere l’ultimo, perché la sua tragedia su Elettra – anche in questo caso il nome dell’eroina diventa il titolo – è almeno di un paio d’anni successiva a quella del giovane Euripide: la democrazia ateniese è ormai finita, sta nascendo una nuova epoca, che Sofocle non vedrà.
Almeno nel caso di Elettra, Aristofane si sbaglia quando nelle Rane – che è del 405 a.C. – mette in scena lo scontro tra Eschilo ed Euripide e dice che Sofocle è l’unico degno a prendere il posto del venerato maestro. Sofocle è quello che stravolge di più la storia, anche di più di quanto faccia Euripide.
Intanto Sofocle sposta in maniera significativa il momento in cui Elettra riconosce Oreste. Mentre in Eschilo e in Euripide avviene all’inizio della tragedia – per entrambi nel primo episodio – in modo da legare il destino dei due fratelli per il resto del dramma, Sofocle invece lo pone alla fine, nel terzo episodio. Quando al palazzo reale giunge il pedagogo con la falsa notizia della morte di Oreste, mentre Clitennestra accoglie la cosa con sollievo, Elettra capisce che adesso tocca a lei. Elettra non è più la fanciulla descritta da Eschilo, la giovane donna che aspetta il fratello, invece è quella che si assume il compito di uccidere la propria madre, è quella che si prende la responsabilità di fare quello che deve essere fatto. Quando la regina gioisce per la morte del figlio, perché è certa che nessuno la potrà più punire per il suo delitto, non capisce che invece Elettra ha deciso di ucciderla e che sarà davvero quella che compirà la vendetta.

E’ una tragedia di donne l’Elettra di Sofocle. Oreste in questa opera non è l’eroe tragico di Eschilo, ma uno capace soprattutto di ordire inganni, diventa un Odisseo qualsiasi. E mentre in Eschilo e in Euripide è Egisto il primo a essere ucciso, perché per prima cosa occorre uccidere il re, qui viene uccisa per prima Clitennestra e l’esecuzione di Egisto rimane una sorta di corollario, neppure molto necessario, se non per rispettare la storia. Sofocle deve mettere nella trama anche Oreste ed Egisto, ma la tragedia si risolve tutta tra la figlia e la madre.

E anche se poi sarà Oreste a brandire materialmente il coltello che uccide la madre, è Elettra che scandisce con le proprie parole l’uccisione di Clitennestra, è lei che esegue la sentenza. E non c’è seguito nella storia, non c’è un dio a spiegare che i due assassini saranno assolti e che Elettra si sposerà. Elettra si è assolta e non ha bisogno di Pilade.
C’è in Elettra un’idea che domina sopra le altre, un valore che ne guida l’azione e che definisce il suo personaggio. Quello che in Edipo è la ricerca della verità e in Antigone il rispetto dei precetti religiosi, in Elettra è l’esigenza della giustizia. Clitennestra deve essere punita ed Elettra deve farlo, anche se si tratta di sua madre. Il vero punto centrale della tragedia è il dialogo – anche questo manca in Eschilo e in Euripide – tra Elettra e la sorella Crisotemi, quando ancora Elettra crede che Oreste sia morto e ha deciso che sarà lei a uccidere la madre. Crisotemi tenta di farla ragionare, perché l’azione è troppo rischiosa, perché può portare alla morte, perché sono donne.
Ma qui c’è un punto centrale della cultura della Grecia antica. Un uomo – come un popolo – deve essere giudicato non per le conseguenze delle proprie azioni, ma per i principi che le hanno ispirate. E grazie a Sofocle questo ce lo insegna una donna.
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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...