La grande cecità

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LA GRANDE CECITA’ – di AMITAV GHOSH – ed. NERI POZZA

recensione di Cinzia Picchioni

(Il libro nasce da un ciclo di quattro lezioni tenute dall’autore alla University di Chicago nell’autunno dl 2015).

Copertina

La scelta è stata davvero opportuna: la mia attenzione (e penso quella di molti altri) è stata immediatamente catturata dalla foto in copertina, senza sapere ancora nulla del libro: c’è Shiva (il distruttore) distrutto dalla furia delle onde di un fiume in piena. Fangose e grigie, le acque fanno risaltare ancora di più (ah! che male al cuore!) l’azzurro della pelle divina. Già: Shiva – uno dei tre dèi importantissimi nel pantheon induista – ha la pelle di quel colore… azzurro Etere, il quinto Elemento cui ci si riferisce parlando di Lui. Gli altri due dèi (Brahma, il creatore e Vishnu, il preservatore) completano la Trimurti: c’è chi cosruisce, chi mantiene e chi distrugge. Elimina anche uno solo di questi tre dèi e nulla può accadere. Se nessuno distrugge nessuno può creare. Perciò non sembri un danno da poco che la statua spazzata via dalla furia degli elementi rappresenti «solo» il distruttore.

Quella statua non c’è più. Galleggiava placida tra le due rive del fiume Gange, nella città di Uttarkashi. Il fiume l’ha travolta perché era in piena dopo l’arrivo del monsone che si è abbattuto sul Paese in anticipo di 15 giorni sul previsto. La situazione peggiore si è registrata negli stati di Uttarkhand e Himachal Pradesh.

Maree e cecità

Naturalmente la foto (e il libro) si riferisce i cambiamenti climatici, a causa dei quali il Sundarban, un arcipelago di isole bengalesi, rischia di essere spazzato via, «letteralmente cancellato dalla faccia della terra»». Ghosh scriveva Il paese delle maree riferendosi al Sundarban, l’arcipelago ricoperto di mangrovie che vedeva scomparire: «un argine poteva sparire nell’arco di una notte, trascinando con sé cose e persone», si stava verificando «un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere» e «una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate». Ecco il motivo del titolo di quel libro, uscito nel 2005, dove «le maree» non sono quel fenomeno romantico governate dalla Luna, ma sinonimo di distruzione.

La grande cecità – titolo di questo libro – è invece quella di tutti noi: “gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza della popolazione mondiale. L’esperienza storica dell’Asia dimostra che il nostro pianeta non consentirà che questi stili di vita siano adottati da tutti gli esseri umani. Non è possibile che ogni famiglia del mondo abbia due automobili, una lavatrice e un frigorifero, non per ragioni tecniche o economiche, ma perché altrimenti l’umanità morirebbe soffocata», p 113 (Paul G. Harris osserva: «Se ovunque si vivesse come negli Stati Uniti, sarebbe necessario il decuplo dell’energia che impieghiamo oggi» in What’s Wrong with Climate Politics and How to Fix It, Polity Press, Cambridge, 2013, p. 109).

Cecità atomica

Restando in India, apprendiamo, leggendo Ghosh, che Mumbai è una delle poche megalopoli al mondo ad avere un impianto nucleare all’interno dei confini urbani; ma non solo: anche molte altre centrali nucleari in giro per il mondo sono minacciate dai cambiamenti climatici. Il «Bulletin of the Athomic Scientist» (ne conserviamo diversi numeri presso l’emeroteca del Centro Studi Sereno Regis) nel 2015 riportava che  «Nel corso di massicce tempeste, l’eventualità di fughe radioattive negli impianti nucleari aumenta notevolmente, con conseguenti significativi rischi per la sicurezza»: incidenti come quello di Fukushima in Giappone.

La cecità spiegata ai posteri

Amitav Ghosh teorizza che gli scrittori (come lui) ma anche gli artisti dovrebbero affrontare  sì gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche gli stili di vita e il nostro essere complici dei nascondimenti attuati dalla cultura in cui siamo immersi (fra un po’ davvero immersi, non metaforicamente!). Sono molto d’accordo in particolare con un esempio, quello dell’architettura: «Se le tendenze contemporanee in architettura, anche in quest’epoca di sempre maggiori emissioni, prediligono scintillanti grattacieli rivestiti di vetro e metallo, non dovremmo chederci quali forme di desiderio vengono  alimentate da simili edifici? (p. 17).

La casa sarebbe un bene primario, dico io, e perché gli architetti non studiano modi eco-compatibili per costruirne di vivibili, a prezzi accessibili? Troppo semplice dite? In effetti pare che si vada in direzione opposta: «A Mumbai […] non sarebbe impossibile evacuare in anticipo vaste aree della città. […] Ma perché una simile evacuazione possa svolgersi con successo […] la popolazione dovrebbe essere ben informata sui pericoli cui è esposta. […] Se la gente fosse avvisata dei possibili rischi, i terreni perderebbero di valore, il che spiega perché i costruttori e gli agenti immobiliari si oppongono tenacemente a serie campagne d’informazione sui rischi di calamità naturali  […]  in molte città costiere di tutti i continenti, la “crescita” dipende dall’assicurarsi che si chiuda un occhio sui rischi», pp. 56-7).

Capito? Qualcun altro ci chiederà conto dei nostri comportamenti scriteriati: «In un mondo […] in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito […] città come […] New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità (p. 18).

Ecco un’altra ottima spiegazione dello strano titolo del libro presentato questa settimana… e ancora, a proposito di Malacca, Ghosh scrive che i danni sono stati solo sulla costa, per mezzo miglio verso l’interno; nell’entroterra tutto è tranquillo, e «l’ironia della sorte ha voluto che a vivere sul litorale dell’isola fossero le persone più agiate e intraprendenti» (p. 42); non solo le persone più agiate, ma anche i militari più alti in grado abitavano più vicino al mare, e gli insediamenti erano stati approvati da esperti nominati dallo Stato. «Era come se, adottata dallo stato, la fiducia borghese nella regolarità del mondo avesse raggiunto un livello di assoluta cecità. All’inferno dovrebbe esistere, pensai, un girone riservato a chi pianifica con tanta sconsiderata indifferenza per l’ambiente» (p. 43).

Gandhi invece ci vedeva benissimo

Nel 1928 il Mahatma fece un’affermazione lungimirante: «Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se un’intera nazione di trecento milioni di persone [sic] dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse, il mondo ne resterebbe spogliato, come da un’invasione di cavallette» (pp. 134-5). Ma questa lungimiranza gli costò la vita: fu assassinato 20 anni dopo proprio da un esponente della coalizione di destra che prometteva «esattamente quello a cui Gandhi aveva rinunciato: una crescita industriale illimitata», p. 135.

Grande velo(ce)cità

«[…] la parabola della Grande Accelerazione ha coinciso con la traiettoria della modernità: ha portato alla disgregazione delle comunità, a un individualismo e un’anomia sempre più accentuati, all’industrializzazione dell’agricoltura e alla centralizzazione dei sistemi distributivi. Allo stesso tempo ha rafforzato il dualismo mente-corpo al punto di produrre l’illusione, propagandata in modo così potente nel cyberspazio, che gli esseri umani si siano liberati dai vincoli materiali al punto da essere diventati personalità fluttuanti “scisse da un corpo” […] è troppo tardi per evitare alcune gravi perturbazioni del clima globale. Ma io spero che […] nasca una generazione in grado di guardare al mondo con maggiore lungimiranza delle generazioni che l’hanno preceduta, capace di uscire dall’isolamento in cui gli esseri umani si sono rinchiusi nell’epoca della loro cecità, disposta a riscoprire la propria parentela con gli altri esseri viventi. E spero che questa visione, al tempo stesso nuova e antica, trovi espressione in un’arte e una letteratura rinnovate», p. 193.

Grande speranza

Amitav Ghosh, pure lui, cita Papa Francesco come l’esempio più evidente di leader religiosi che hanno a cuore (e sono preoccupati per) il problema dei cambiamenti climatici (si veda la Dichiarazione interreligiosa sui cambiamenti climatici: www.interfaithdeclaration.org, dove si trova anche il testo in italiano). L’autore plaude al coinvolgimento di figure di spicco nell’àmbito religioso perché ritiene che le istituzioni politiche siano incapaci di affrontare da sole la crisi ecologica (anche perché «il pilastro di queste strutture è lo stato-nazione, che per propria natura è tenuto a tutelare gli interessi di un unico gruppo di persone» (p. 191).

Parti semplici

Il libro di Ghosh è suddiviso in 3 Parti, senza infiniti Capitoli, Paragrafi e Sottoparagrafi. In effetti, l’autore scrive di letteratura, perciò è corretto che vada «tuttofilato», con solo dei numeri a dividere i paragrafi. La terza Parte s’intitola Politica (le altre due Storie e Storia, meravigliosa capacità di sintesi…), e quasi tutte le sue ultime pagine sono dedicate al confronto tra «due importanti pubblicazioni su questi temi [i cambiamenti climatici e il 2015 come «anno orribile» per eventi catastrofici collegati]: la prima, l’enciclica di papa Francesco Laudato s?, è uscita a maggio, la seconda, l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, in dicembre» (pp. 181-2). E poi, per 10 pagine, l’autore fa una specie di raffronto su quanto l’Enciclica sia chiara e diretta, contrariamente all’Accordo «[…] capolavoro di virtuosismo: migliaia di parole separate da innumerevoli virgole, punti e virgole e due punti, e due soli sparuti punti fermi» (p. 183). E in effetti di «punti fermi» non ce ne sono, nell’Accordo: «Ci si poteva ad esempio immaginare che, trattandosi di un testo di carattere religioso, l’Enciclica del papa fosse scritta in uno stile allusivo e fiorito, e che l’Accordo di Parigi fosse invece cristallino e incisivo (un po’ come il Protocollo di Kyoto). In realtà è vero il contrario. L’Enciclica si segnala per la lucidità del linguaggio e la semplicità della forma, mentre nell’Accordo troviamo parole altamente stilizzate e una struttura molto complessa» (p. 182).

Se per caso non aveste ancora letto l’Enciclica del Papa, vi invito caldamente a leggerne, nelle ultime pagine di questo libro, gli estratti e le micro-recensioni scritte da Ghosh (da p. 181 a fine).

Ecco appunto, «fine» anche di questa recensione, che non è mai abbastanza lunga (ma non può essere infinita!) e che ho fatto fatica a smettere di scrivere, talmente tanti sono gli spunti di riflessione (ma anche i dati a cui non avevo mai pensato, a proposito dei cambiamenti climatici) e di autoanalisi che ogni lettore/rice potrà fare. Il libro è ora a disposizione presso la Biblioteca del Centro Studi Sereno Regis, ma leggendolo potrete forse rendervi conto che vale la pena di averlo, perché, oltre a tutto il resto, rappresenta una testimonianza del momento storico che stiamo vivendo come umanità. Sì, anche se non è propriamente un saggio bensì un libro di letteratura, serve da monito. E che serva da monito!

intervista a Amitav Ghosh di Giuseppe Caccia, da Il Manifesto

«No war without trade, no trade without war». Sono le parole con cui Jan Pieterszoon Coen, generale al servizio della olandese Compagnia delle Indie Orientali, giustificò lo sterminio delle popolazioni dell’isola di Banda nel 1621, la cifra della lezione tenuta da Amitav Ghosh a Venezia, in occasione del lancio del Center for the Humanities and Social Change.

«Non possiamo commerciare senza fare la guerra, ma non possiamo pagarci la guerra senza i commerci»: per l’antropologo e narratore di origine bengalese, l’inscindibile relazione tra esercizio del potere capitalistico e violenza organizzata, caratteristico dell’accumulazione coloniale, si ritrova tutta nel nesso contemporaneo tra l’universalizzazione del desiderio della merce, i cambiamenti climatici e il loro impatto.

La storia del chiodo di garofano, e della sua cinquecentesca diffusione globale dalle isole Molucche, è stato il punto di partenza del suo discorso veneziano. Che cosa ci dice del presente stato della globalizzazione?

La piccola isola di Ternate, nel cuore dell’Oceano Indiano, mi è parsa una mappa del destino umano. Le attività sismiche e vulcaniche, elementi distruttivi per antonomasia, crearono là le condizioni del suolo favorevoli alla crescita dell’albero del chiodo di garofano. Come diceva Hölderlin, «gli alberi sono i miei maestri». Per un lungo periodo il chiodo di garofano, insieme alla noce moscata e altre spezie, è stata considerata una merce di lusso, altamente desiderabile.

Del resto proprio la parola «spezia» deriva dal latino «speculum», ed esse si sono rivelate lo specchio in cui si è riflesso il desiderio di un’identità sociale, connessa al riconoscimento di uno status di ricchezza e privilegio. Dopo la partenza dei portoghesi che si muovevano in stretto rapporto con le reti commerciali veneziane, gli abitanti del luogo fecero le spese della feroce concorrenza tra le potenze coloniali di Olanda e Inghilterra che, per ottenere il monopolio della spezia, li sterminarono. Cambiate le merci, il meccanismo è rimasto lo stesso: ci avevano raccontato che i paesi dove fossero arrivati i McDonald’s non si sarebbero più fatti la guerra; oggi, invece, si combattono indossando vestiti firmati Gucci.

Il titolo del suo ultimo lavoro, «La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile» (Neri Pozza), riferisce un tema per lei cruciale…

Oggi a Ternate gli alberi che fecero ricche le compagnie coloniali stanno morendo perché il clima è cambiato: mentre altrove ciò comporta alluvioni e inondazioni senza precedenti, là le precipitazioni atmosferiche si sono drasticamente ridotte.

Venezia, che allora contribuì all’accelerazione del commercio globale delle spezie, è diventata essa stessa una merce, l’oggetto dei desideri del turismo globale. Ed è, al tempo stesso, severamente minacciata, al pari di tante isole oceaniche e zone costiere, dalla crescita del livello medio dei mari. Paradossalmente la sua sopravvivenza economica a breve termine dipende da quei meccanismi che mettono a repentaglio la sua stessa esistenza.

Già nel 1992 – nel breve saggio «Petrofiction» – si soffermava sulla pressoché totale assenza di produzione letteraria dedicata a una delle merci fondamentali del nostro tempo, i combustibili fossili, se paragonata a quella ispirata dagli scambi della prima età moderna. Perché la letteratura entra oggi in crisi di fronte ai cambiamenti climatici?

Da molto tempo rifletto su questo tema: in fondo il mio ultimo libro è un atto di introspezione. E questa generale difficoltà è anche la mia.
La forma narrativa caratteristica dell’Antropocene, la letteratura moderna, si rivela incapace di afferrare e comprendere la portata dei mutamenti in atto.

Per questo parlo di un «grande sconvolgimento», a ogni livello. Ed è particolarmente appropriato il titolo italiano «la grande cecità», scelto dai miei impareggiabili traduttori Anna Nadotti e Norman Gobetti. Non è forse pura follia quella che spinge gli speculatori edilizi di Jennai (Madras) a proporre nuovi condomini con otto piani di parcheggi interrati, pochi mesi dopo la bomba d’acqua che ha colpito la città?

Lei riconosce come siano invece i «generi» (saggistica, fantasy, fantascienza e graphic novel) ad occuparsi a fondo del problema del clima. Che cosa non è stato ancora scritto sul tema?

Penso che, anche tra le letture critiche, l’insistenza sulle cause economiche del surriscaldamento globale rischi di farne perdere di vista l’altro fondamentale motore: il dominio politico, e le forme imperiali attraverso le quali esso si esercita. Il capitalismo combina sempre questi due aspetti.

E persino l’ottimo libro di Naomi Klein ci ricorda che è più facile pensare in termini economici che in termini di potere. Non so quale sarà il libro capace di coglierne tutte le sfaccettature, ma di certo il tema dominante del cambiamento climatico entrerà in qualsiasi cosa io scriverò da qui in avanti.

Nel libro, e nella sua lezione, ha insistito sull’ambivalenza del fenomeno migratorio. E sullo scacco cui sono destinate le politiche che pretenderebbero di arrestarlo …

Pochi sanno, per esempio, che la maggior parte degli immigrati provenienti dal Bangladesh a Venezia, che si dedichino al commercio ambulante, alla ristorazione o al lavoro di fabbrica a Mestre e a Marghera, provengono per il novanta per cento dal medesimo piccolissimo distretto di Madaripur. Una zona particolarmente colpita dalle alluvioni nel delta del Gange, che da temporanee si sono fatte sempre più frequenti e permanenti. Sono «profughi ecologici» che hanno scelto la Laguna come loro nuova casa.

Certo guerre, miseria e disastri ambientali sono tra le cause dello spostamento di intere popolazioni, ma questa è solo una parte della storia. Ho appena girato per due settimane l’Italia, visitando anche i centri di detenzione e incontrando centinaia di migranti: per molti di loro sono desideri e sogni di una vita diversa e migliore la principale spinta a muoversi. E ai politici, pieni d’odio, che dicono di voler fermare l’immigrazione domando: pensate davvero di essere capaci d’impedire alla gente di sognare?

Una delle difficoltà ad affrontare politicamente cause ed effetti del surriscaldamento, secondo lei ha a che fare con i limiti delle stesse culture ambientaliste, con il rischio di anteporre la considerazione moralistica dei «comportamenti individuali» alla necessità di intraprendere «azioni collettive» …

Le scelte individuali di stili di vita e di consumo sono senza dubbio rilevanti. E oggi l’individuo sembra scomparire di fronte alla produzione di massa del desiderio di merci. Al tempo stesso però tutti i problemi sono visti come il frutto esclusivo di scelte individuali, mentre non si può nemmeno cominciare ad affrontare i cambiamenti climatici se si parte dal livello individuale.

Queste illusioni sono il frutto dell’egemonia della cultura neoliberista, che pretende di ricondurre tutto all’individuo. Si scrive molto d’ «impronta ecologica». Ma negli Stati Uniti ci si dimentica che il più grande consumatore energetico, e produttore di gas serra, è proprio il Pentagono. È questa la strana cecità che occulta i fattori strutturali. Credo che il primo capitolo di Furore di Steinbeck sia una «climate novel» ante litteram e ci spiega con straordinaria efficacia l’importanza decisiva dell’azione collettiva. Oggi è più che mai indispensabile immaginare innanzitutto una collettività umana per poter combattere il cambiamento climatico.