Gerusalemme val bene una messa

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di Luca Billi, 15 dicembre 2018

Non prego; visto che non credo, mi sembra naturale non pregare. Rispetto chi prega; è una cosa che fatico a capire, ma sono tante le cose che non capisco. Non rispetto chi fa finta di pregare. Ovviamente è difficile per noi sapere se qualcun’altro crede veramente a quello che dice quando sta pregando; in qualche caso posso avere dei sospetti, ma – come si dice in questi casi – è la mia parola contro la sua. Certo quando uno va a pregare in una chiesa che non gli appartiene o davanti a un dio che non è il suo, qui mi pare che i sospetti si facciano un po’ più fondati.
Ho visto in questi giorni un noto politico italiano, che professa in maniera molto veemente la propria fede religiosa cattolica, raccogliersi in preghiera davanti al Muro del pianto. Non è ovviamente il primo e immagino non sarà neppure l’ultimo: indossare una kippah e pregare in quel luogo sacro è una photo opportunity a cui un politico – e non solo italiano – difficilmente sfugge, indipendentemente che creda o meno o in che cosa creda. Perché gli ebrei votano – e in Italia votano molto a destra – perché molti ebrei sono ricchi e ai politici piace fare contenti i ricchi, perché così si fa vedere che si condanna l’Olocausto, senza tirare in ballo i tedeschi, perché, secondo un’efficace campagna mediatica di lungo periodo – in cui ovviamente gli intellettuali e i propagandisti ebrei hanno avuto una parte molto considerevole – questa è una cosa che si deve fare quando si va a Gerusalemme.
Quei mattoni squadrati davanti ai quali tanti pregano con sincerità e altrettanti – se non di più – ostentano una fede che non hanno, sono ciò che rimane del tempio di Gerusalemme, distrutto dalle truppe romane guidate dal generale Tito nel 70. A dire il vero non è che fosse proprio il muro del tempio, ma è una parte del muro di contenimento del colle su cui era costruito il tempio, che rimase in piedi perché attorno si erano accumulate le macerie e quindi non poteva essere raggiunto e perché a Tito parve giusto che rimanesse quel manufatto a ricordare la vittoria di Roma. A dire il vero quando Tito lo fece distruggere quel muro di contenimento era stato costruito da pochi anni e si trattava di fatto di un’opera dell’architettura romana, che i romani distrussero.
Quindi chi va a Gerusalemme davanti al Muro di pianto va a vedere prima di tutto il ricordo di un attacco militare. E penso che, indipendentemente da quello che ciascuno di noi crede, sia importante farlo: è un esercizio di memoria. Se andrò ad Hiroshima immagino che mi fermerò in silenzio – non prego, ma penso sia un luogo in cui chi lo fa lo debba fare – di fronte al Gembaku Dome, la costruzione rimasta in piedi, per quanto danneggiata, più vicina a dove è caduta la bomba, e che è diventata il Memoriale della pace. Naturalmente fermarsi in quel luogo, provare dolore per quello che è successo, pregare per chi crede, non deve farci dimenticare cosa fecero i giapponesi negli anni precedenti e durante tutto il secondo conflitto mondiale, che regime terribile è stato sconfitto anche grazie a quell’ordigno.
Ai presidenti degli Stati Uniti che hanno fatto la loro sfilata elettorale sotto il Muro del pianto mi piacerebbe ricordare che quella guerra antichissima, di cui ora osservano un rudere, fu scatenata da una superpotenza contro un piccolo paese, in mano a una casta di fondamentalisti religiosi, che era considerato un covo di terroristi. Tito aveva avuto il compito di “esportare” l’ordine di Roma fino a quella lontana e ribelle provincia dell’impero. Lo fece con una ferocia spietata, ma anche con risultati assai scarsi in prospettiva; infatti, nonostante, sia riuscito a distruggere il tempio, non ha certo debellato il fondamentalismo ebraico. Non credo che Trump o Obama o Bush o Clinton amino ricordare troppo questa storia, quando pagano il loro tributo alla potente comunità ebraica statunitense e al loro più fedele alleato in Medio oriente.
Io non amo le superpotenze che vogliono imporre il loro ordine al mondo, ma neppure i fondamentalisti religiosi e quindi fatico a riconoscere in quel muro un simbolo che mi è caro. Anche perché, in nome della storia che parte da quella distruzione e facendosi scudo dell’intoccabile Olocausto, il governo israeliano ha creato e sostiene un regime di apartheid, in cui esistono cittadini con pieni diritti e cittadini che ne hanno meno, sempre meno, a base etnica e religiosa, in cui ci sono cittadini che possono prendere la terra ad altri cittadini, sempre in nome di quella purezza etnica e di quella fede che ostentano davanti al Muro del pianto.
Ovviamente non pretendo che Salvini capisca queste cose, lui ha preso i suoi voti dall’Unione delle comunità ebraiche e tanto gli bastava. Ma voi quando dovete trovare un posto per piangere – o eventualmente per pregare – credo possiate trovarne qualcuno di meglio.

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...