La Grande ipocrisia

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2015/05/verba-volant-187-bandiera.html

di Luca Billi 25 maggio 2015

So che le idee di quei sindaci sono molto distanti dalle mie, che il loro intento è provocatoriamente polemico e soprattutto che non condividiamo le ragioni di fondo per cui faremmo alla fine la stessa scelta, ma francamente trovo assennata e molto condivisibile la presa di posizione di quelle amministrazioni comunali che hanno deciso di non esporre la bandiera italiana il 24 maggio – limitandosi a lasciarla a mezz’asta, per ricordare i morti di quel sanguinoso conflitto – senza esaltare l’inizio di una guerra di cui non c’è davvero nulla che valga la pena di essere celebrato.
Sono passati esattamente cent’anni dal giorno in cui l’Italia decise di far partire, dal Forte Verena sull’altopiano di Asiago, il primo colpo di cannone verso le fortezze austriache che si trovavano sulla Piana di Vezzena, dando così il via alle operazioni militari che si sarebbero concluse quasi quattro anni dopo, con oltre un milione di morti. Non c’è nulla da festeggiare, non è più il tempo di lanciarsi in tirate retoriche di sapore patriottardo, di citare il Piave marmorante e altre stupidate del genere. Fu una guerra sbagliata, a cui l’Italia non avrebbe mai dovuto partecipare e che fu condotta con un misto pericoloso di dilettantismo e di arroganza; una guerra che l’Italia ha vinto, solo perché hanno perso gli altri. Possiamo soltanto – ed è doveroso naturalmente – commemorare i caduti, senza appunto gli orpelli della propaganda nazionalista, e cercare di capire cosa è successo davvero cent’anni fa. Sperando che la storia possa insegnarci qualcosa.
Quella guerra è stata devastante per il nostro paese, così come per il resto dell’Europa. I morti sono stati più di 15 milioni, secondo le stime più prudenti, anche se la cifra dovrebbe essere molto più alta, aggiungendo tutti quelli che sono morti per altre cause, comunque provocate e favorite dalla guerra, come l’epidemia di spagnola scoppiata a partire dal ’17. In Italia quella guerra è stata voluta dalla monarchia, dagli alti gradi dell’esercito, dai grandi capitalisti, dalle classi dirigenti più retrive e conservatrici, compresa ovviamente la chiesa cattolica – in sostanza dalla parte peggiore di questo paese – per manifestare un inutile e fallace orgoglio nazionalista, per soddisfare un tronfio militarismo, ma soprattutto per colpire il più duramente possibile le classi più povere del paese. E siccome quel conflitto non riuscì – come tutti costoro avrebbero voluto – a spezzare le nascenti energie del socialismo e del movimento operaio, anzi in qualche modo le rafforzò, grazie a quello che era successo in Russia, grazie all’esempio della Rivoluzione d’ottobre, quelle stesse forze alcuni anni dopo avrebbero delegato il compito di finire l’opera alle squadre di Mussolini, senza rendersi conto delle conseguenze. Il regime fascista è la logica conseguenza di quella guerra, delle vere ragioni che spinsero tutta l’Europa a quella carneficina.
C’è una riflessione lucidissima di Antonio Gramsci, scritta nel ’21, che racconta bene cosa è stato quel conflitto, chi l’ha voluto e chi ne ha tratto vantaggio e che fa capire quello che è accaduto negli anni successivi, perché la terribile stagione dei totalitarismi fascisti deriva da quella guerra. Quel conflitto è stato in Europa – e in Italia – una delle fasi dello scontro delle forze della reazione contro quelle del progresso, della guerra di classe che queste forze hanno dichiarato contro gli strati più poveri della società, guerra di classe dei ricchi contro i poveri che è continuata in tutto questo secolo e che continua ancora, purtroppo, anzi adesso in maniera più violenta e sfrenata che mai.
Poi quando i potenti decidono – per i loro motivi inconfessabili, per difendere i propri interessi e per arricchirsi – di cominciare una guerra, trovano sempre dei servi capaci di giustificare quel conflitto, di ammantarlo di nobili ideali, di convincere i popoli che quella guerra viene fatta nell’interesse di tutti. E capaci di “inventarsi” un nemico. Allora erano gli austriaci e ci dissero che avremmo dovuto combattere per Trento e Trieste, poi sarebbero state la perfida Albione e le altre “democrazie plutocratiche e reazionarie”, poi i comunisti, gli integralisti islamici, i marziani e così via, passando di nemico in nemico. Mentre il nostro vero nemico è sempre quello: il capitale.
La Grande guerra è stata per tutta l’Europa – e per l’Italia in particolare – una strage, pagata a caro prezzo da migliaia di contadini e di operai strappati dalle loro terre e dalle loro case per combattere nelle trincee. E’ stata il primo grande crimine contro l’umanità, per questo credo sia un grave errore sventolare una bandiera che finisce soltanto per nascondere, dietro una retorica di maniera, questa verità.
E se dobbiamo trovare una pagina che racconti davvero la partecipazione dell’Italia in quel conflitto, che rappresenti il nostro paese, non dovremmo ricordare né il Piave né il bollettino di Diaz, ma Caporetto. La stupidità e l’incompetenza degli alti comandi dell’esercito, l’atteggiamento sprezzante con cui questi mandarono al macello i loro soldati, i tanti disertori e renitenti uccisi dai plotoni di esecuzione perché si rifiutavano di avanzare o perché cercavano giustamente di lasciare quel fronte: ecco la pagina di storia che racconta meglio l’Italia, perché in fondo siamo sempre lì, a un’eterna Caporetto, per colpa dell’arroganza e dell’incapacità delle nostre classi dirigenti. Il vero pericolo per tanti giovani italiani non erano i nemici che si trovavano di fronte, ma i capi che erano alle loro spalle. E la storia purtroppo si è ripetuta troppe volte: quante altre volte in questo paese i cittadini non hanno potuto aver fiducia nelle istituzioni, che li hanno usati, ingannati, traditi.
Quindi ammainiamo le bandiere, evitiamo di sventolarle stupidamente e senza capire che vergogne nascondono. Quei morti meritano il nostro ricordo, ma soprattutto ci chiedono di non abbandonare la lotta, di continuare a combattere per la nostra libertà e per i nostri diritti, e per la pace, contro quelli che, facendoci combattere per difendere i loro interessi, ci tolgono libertà e diritti.