La magia di un sogno

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

di Luca Billi – 28 marzo 2019

Si avvicina il solstizio d’estate e ad Atene ci si prepara per le nozze di Teseo, il duca della città, e Ippolita, la regina delle Amazzoni. Tra i più entusiasti ci sono sei artigiani – un falegname, uno stipettaio, un tessitore, un riparatore di mantici, un calderaio e un sarto – che vogliono mettere in scena un dramma da recitare a palazzo durante la grande festa nuziale.

Chissà se William Shakespeare sapeva che nella Grecia antica, molto prima del tempo raccontato da Omero, prima del tempo in cui erano considerati eroi quelli che avevano combattuto sotto le mura di Troia e di Tebe, quelli che avevano partecipato alla spedizione per rubare il vello d’oro, quel popolo onorava molto più dei guerrieri i poeti e gli artigiani, perché erano questi gli unici capaci di creare qualcosa dal nulla. Immagino di sì, perché il Sogno di una notte di mezza estate non è solo una fiaba, un divertente e galante gioco sull’amore – e basterebbe questo a farne un gioiello dell’arte di Shakespeare – ma è il racconto di una nostalgia.
La nostalgia di un tempo in cui nei boschi, in certe notti d’estate – e d’inverno – gli uomini potevano incontrare esseri magici e divini, fate, elfi e folletti, in cui i confini tra mondi così diversi erano meno rigidi, in cui i ritmi di vita degli uomini erano scanditi dal susseguirsi in cielo del sole e della luna e la vita della natura era segnata dal succedersi delle stagioni. La nostalgia di un tempo in cui un tessitore dalla testa d’asino poteva amare la bellissima regina delle fate. La nostalgia di un tempo in cui poeti e artigiani, in forza della loro capacità creatrice, erano quelli che guidavano le loro piccole comunità. E in cui tutti – donne e uomini – potevano esercitarsi a diventare poeti e artigiani, perché – a differenza del mestiere delle armi, che era elitario, perché basato sul censo – questi lavori sono eminentemente democratici: il saper fare non richiede ricchezza, ma solo intelligenza, impegno e passione.
Il figlio del guantaio di Stratford sapeva naturalmente che quel tempo era irrimediabilmente perduto, che avevano vinto i guerrieri, avevano definitivamente vinto Teseo e Ippolita, con le loro convenzioni borghesi e i loro calendari rigidamente definiti. E sapeva che da lì a poco ai guerrieri si sarebbero affiancati gli scienziati, con tutte le loro filosofie e la loro logica. Ma Shakespeare con questa commedia ci vuole dire – anche a noi, che viviamo in un tempo in cui guerrieri e scienziati non sono mai stati così potenti – che c’è qualcosa in noi che rimarrà sempre irriconducibile alla logica della guerra e della scienza, ossia la capacità di fare qualcosa dal nulla.
E creare qualcosa – una poesia come un paio di scarpe, un vaso come una canzone – è un’attività schiettamente umana, che ha in sé qualcosa di magico. Naturalmente vale per ciascuno di noi, quando ci impegniamo a fare qualcosa. Per Shakespeare questa attività “magica” era ovviamente il teatro e infatti il Sogno è la commedia della passione per il teatro, per lo scrivere per la scena e per il recitare, della capacità degli attori di inventarsi leoni, muri o chiari di luna. Shakespeare con il Sogno ci ha detto quanto fosse magico il suo lavoro. E quanto siamo magici noi quando scriviamo, disegniamo, cantiamo. Quando riconosciamo il Puck che è nascosto in ciascuno di noi.