La necessità di una riforma fiscale per rilanciare la crescita

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Circolano varie ipotesi in merito all’aumento delle imposte per evitare il temuto aumento dell’IVA, a seguito dell’applicazione delle clausole di salvaguardia. Ben venga il fatto che questo Governo non intende riproporre la proposta leghista della flat tax, imposta per sua natura regressiva e che, se applicata, avrebbe danneggiato le famiglie a più basso reddito (essendo concepita come imposta unica, avrebbe fatto pagare ai più poveri – in termini percentuali – quanto pagano i più ricchi) e avrebbe ampliato i divari regionali.

Date le condizioni nelle quali versa l’economia italiana, con un tasso di crescita previsto per fine 2019 allo 0%, occorrerebbe modulare la ripartizione dell’onere fiscale in modo tale da riuscire, almeno in parte, a conseguire due obiettivi, peraltro correlati: ridurre le crescenti diseguaglianze distributive e provare a frenare il drammatico declino del tasso di crescita della produttività del lavoro.

Per quanto attiene al primo aspetto, occorrerebbe rivedere l’attuale struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), rendendola sempre più progressiva, ovvero facendo pagare alle famiglie con più alto reddito aliquote percentuali più alte rispetto a quelle applicate per le famiglie con più basso reddito. Vi è ampia evidenza empirica in merito al fatto che la riduzione delle diseguaglianze distributive (prima e dopo la tassazione) e delle diseguaglianze derivanti dalla trasmissione dei patrimoni è un fattore di crescita.

Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che la riduzione delle diseguaglianze stimola i consumi, avendo i percettori di redditi bassi una propensione al consumo più alta dei percettori di redditi più elevati. Inoltre, l’aumento del reddito netto delle famiglie più povere consente loro maggiori consumi non finanziati da indebitamento: fattore che contribuisce a stimolare la domanda interna senza la ‘droga’ del credito al consumo. A ciò si può aggiungere l’effetto per il quale l’aumento dei consumi, accrescendo i mercati di sbocco, stimola la crescita dimensionale delle imprese. E imprese di più grandi dimensioni, come diffusamente certificato sul piano empirico, sono, nella gran parte dei casi, le imprese che fanno registrare il più alto tasso di crescita della produttività del lavoro.

Per quanto attiene al secondo aspetto, occorre ricordare che sussiste un nesso fra tassazione e produttività del lavoro che, almeno nel caso italiano, si è manifestato negli ultimi venti anni con segno negativo. In altri termini, i governi italiani che si sono succeduti dagli anni novanta ad oggi hanno costantemente aumentato la pressione fiscale, e soprattutto la hanno mal distribuita facendola gravare soprattutto sulle famiglie più povere, e ciò si è tradotto in minori salari netti e, per conseguenza, in calo dei consumi e della domanda interna. Il disegno di politica economica era pensato per provare a stimolare la crescita attraverso l’aumento delle esportazioni nette, secondo una sequenza che va dalla moderazione salariale alla riduzione dei prezzi dei prodotti venduti all’estero, all’aumento delle esportazioni (e alla contrazione delle importazioni, per effetto della minore domanda di beni di consumo) e – si riteneva – all’incremento del Pil. Ciò è avvenuto solo in parte, solo per alcuni periodi e, in una prospettiva di lungo periodo, con effetti poco significativi.

Si tratta di una linea di politica economica che sembra superata, al netto di quanto continua a proporre la Lega, ovvero l’uso della leva fiscale per generare trasferimenti di risorse nelle regioni più ricche e provare a farle ripartire attraverso incrementi di esportazioni delle imprese lì localizzate (in primis, Lombardia e Veneto). E’ bene chiarire che si tratta di una scommessa perdente. Storicamente l’Italia è sempre cresciuta quando più bassi sono stati i divari regionali fra Nord e Sud del Paese. Ed è bene ricordare che l’Italia non è un’economia autosufficiente, ovvero che è un’economia con forte dipendenza dalle importazioni di materie prime e che, dunque, più di altri Paesi con i quali compete sui mercati internazionali, ha bisogno di rilevanti flussi di importazione (si pensi al petrolio) per poter esportare. E’ semmai un’economia di trasformazione, ovvero un’economia che trasforma materie prime in prodotti intermedi o finali. In tal senso, la sua capacità di esportazione risulta fortemente dipendente dalle oscillazioni, in particolare, del prezzo del petrolio.

E’ così oggi come lo è stata storicamente: gli anni del cosiddetto miracolo economico italiano – dagli inizi degli anni sessanta agli inizi degli anni settanta – furono anni caratterizzati da un prezzo del greggio significativamente basso, che consentì (prima del doppio shock petrolifero degli anni settanta) di importare a costi contenuti per esportare e crescere. Furono anni anche caratterizzati da elevata mobilità sociale e un andamento sostenuto dei consumi (in particolare, elettrodomestici e automobili). Fu rilevante, in quegli anni, l’intervento pubblico non solo di regolamentazione ma di costruzione del Welfare: sia sufficiente ricordare, dopo il Piano Fanfani (1949-1963), per l’edilizia popolare, l’avvio della legislazione in materia di pensioni, sanità e scuola negli anni sessanta. E ciò si verificò con un continuo aumento del gettito fiscale (che aumentò dal 13 al 21 per cento in rapporto al Pil dal 1951 al 1962) e in assenza di incrementi significativi dell’indebitamento pubblico.

Se queste vicende possono insegnarci qualcosa, considerando ovviamente le modifiche sostanziali del contesto storico e istituzionale, si può concludere che una revisione del sistema tributario italiano in direzione di una sua maggiore progressività può porre le basi per una più equa distribuzione del reddito – sia fra gruppi sociali, sia fra Nord e Sud del Paese – con effetti di segno positivo, verosimilmente già di breve periodo, sulla produttività del lavoro e sul tasso di crescita.