La pacchia è finita? Ma anche no

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di Alfredo Morganti – 29 novembre 2018

Così si esprime lo striscione che i leghisti hanno esposto a Montecitorio: la pacchia è finita. Lo si è detto dei migranti che viaggiano come bestie e muoiono come mosche. Stavolta vuol dire: da oggi basta, basta buonismo, basta tolleranza, adesso con la criminalità si fa sul serio. Riflettevo sulla circostanza, e pensavo invece che la pacchia era tutt’altro che finita. In questo senso. Con la Seconda Repubblica sono cambiati (e di molto) i parametri, le procedure e i criteri per assurgere al comando di questo Paese. Non sono più i partiti e i confronti elettorali a decidere la classe dirigente, sono i media, l’ambizione e l’interesse personale di alcuni. Nell’inesistenza di organizzazioni politiche, costoro giocano la partita tutta individualmente.

Non solo. La scalata al trono (e ai tronetti di contorno) avviene sfruttando le procedure di comunicazione e gli strumenti mediali: radio, tv, social. L’ascesa è più rapida, verticale, spesso vertiginosa (vedi Renzi e i suoi discepoli). Essa gratta soltanto la superficie dei problemi, ed è leggera, impalpabile. Si sottopone alle regole dello star system e dello spettacolo e consente di scalare il vertice anche solo esponendo un volto, poche frasi, tanti spot, da narratori o barzellettieri, oppure interpretando teatralmente un sentimento diffuso nonché gonfiato ad arte. La pacchia è usufruire di queste procedure per arrivare lì dove una volta si arrivava al termine di una lunga esperienza di lotta e confronto politico nei partiti e tra i cittadini.

La pacchia dunque è cominciata da tempo per l’attuale casse dirigente, altro che finita. Ed è a beneficio di molti degli attuali attori politici. Gente spesso inesperta, inadatta, ma sommamente ambiziosa che è assurta ai posti di comando senza averne le qualità necessarie. Smanettatori della politica, insomma, maneggioni delle istituzioni. Il contrasto tra quella rapida, superficiale, leggerissima ascesa e la sostanza dei compiti a cui vengono assegnati appare abnorme. Cinquemila follower non equivalgono all’esperienza, alla dedizione, agli studi necessari e alla moralità irrinunciabile per guidare dicasteri, assumere responsabilità pubbliche, legare a sé il destino di milioni di persone. Ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è che, vertiginosamente saliti, altrettanto vertiginosamente si rischia di cadere, mostrando tutt’assieme i propri limiti, come un re nudo qualsiasi.

Dirò di più. Sottoposti al consumo dei media, alle leggi dello spettacolo, ai gusti e alle abitudini degli spettatori televisivi e degli utenti di social, anche la ‘fortuna’ politica e i tempi di stazionamento al vertice delle preferenze pubbliche tendono a ridursi enormemente. Chi sale velocemente, ed è a rischio costante di sovraesposizione, altrettanto velocemente è destinato a cadere. A un certo punto monta il pensiero: “avanti un altro”. Quella che era una pacchia diventa allora una sòla. E solo in questo senso la pacchia è finita. Perché si è obbligati a un ritmo di presenza sui media asfissiante, se ne diventa ostaggi, e si costretti a catalizzare o deviare costantemente l’attenzione del ‘pubblico’ per apparire sempre freschi e fantasmagorici. E quindi a tematizzare l’ordine pubblico, ad esempio, o le migrazioni quando l’economia fa schifo, in un gioco di specchi e di rimandi che punta a occultare i fatti con le piroette mediatiche, in nome dei glitter e delle paillettes che oggi appassionano tanto il ‘popolo’ tranchant.