La patologia della rottamazione

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di Alfredo Morganti – 27 luglio 2017

Pare che l’applauso più convinto a Bosco Albergate, Festa dell’Unità, non lo abbia avuto Renzi, che pure avrà nominato alla bisogna la parola ‘tasse’ un miliardo di volte, ma un signore anziano, che ha chiesto all’ex premier: “Quando lo rottamiamo D’Alema?”. Questo per dire che la rottamazione non è privilegio e copyright del rottamatore per antonomasia, ma è un virus diffuso, penetrato anche laddove non immagineresti, ossia in un anziano che, per primo, dovrebbe provare disgusto per una parola che si oppone in modo così volgare al suo stesso status generazionale.

D’Alema ci hanno provato più e più volte a rottamarlo (ricordate la sua sagoma schiacciata, distesa sotto un camper renziano?), ma l’operazione non sembra affatto riuscita, diciamo, a guardar oggi. Anzi. E se la parola ‘rottamazione’ ritorna, vuol dire due cose: non è stata affatto efficacie, e dunque la si brandisce ancora per dare più spessore a certa demagogia e alla propria voglia di fare piazza pulita e comandare.

Dicevo di un virus che si sta diffondendo. A destra come a sinistra, come una specie di malattia che colpisce cuori e menti. All’origine c’è stata la personalizzazione (mediatizzazione) estrema della politica, che ha “preso corpo”, per cui non si è più discusso di idee ma di uomini, di figure, di dirigenti, di leader, di Capi dei capi. Quel che si chiede, come soluzione finale, è che siano ‘scansate’ e ‘tolte’ di mezzo persone ancora attive. Per tante ragioni: per prendere il loro posto magari, o per comandare più liberamente, oppure per mero rancore sociale. L’idea di ‘casta’ applicato alla politica e alla società è la spia di quanto oggi contino le persone e non più i loro pensieri. E di quanto le persone, nella loro sbiadita individualità peraltro, siano per molti l’unica chiave di accesso al mondo, in un regresso culturale che appare davvero infinito. Dio non è morto, diceva Manlio Sgalambro: “Dio indigna solamente”. Lo scriveva 30 anni fa. Secondo Mario Perniola il filosofo siciliano “apre una porta sugli affetti che serpeggiano e si propagano […] dagli anni novanta in poi […] di ira e di disprezzo. […] Si risponde al mondo con rancore e volgarità”. Oggi tutto questo appare davvero al culmine, come amplificato, e travolge le persone senza nemmeno scorgere più le loro idee. Quelle sì, morte allo sguardo.

Non è quindi solo una questione di ‘rispetto’ verso le donne e gli uomini, ché sono cosa ben diversa da un’autovettura che va allo sfascio. È questione culturale. È lo spirito dei tempi. È la riduzione della nostra società a ‘persone’ sparse, a individui isolati, a frammenti corporei, ai quali si ascrive, ormai, tutta la nostra sorte, ben più che alla forza delle loro idee o delle loro pratiche sociali o politiche effettive. Non si media più, non ci si confronta. Si auspica solo di cancellare il corpo per cancellare anche la sua ingombrante presenza ideale e politica: il corpo al posto delle idee, togliere l’uno per abrogare le altre. Certo, a monte si afferma che quelle loro idee sono vecchie e ci zavorrano. Ma se così fosse, perché sono ancora tra noi, e perché non contrapporre idee a idee, come sarebbe lecito e doveroso? In fondo la democrazia è fatta di rappresentanza, mediazione, rispetto, dialogo, lotta ideale. Cancellare le persone, mollarle al loro destino come si fa spesso con i vecchi in famiglia, per aprire la strada a idee diverse, mi pare fuori da ogni argine democratico, oltre che un’offesa verso gli anziani, ai quali in società diverse e più evolute delle nostre si chiedeva, invece, di somministrare consigli e pareri, se non di emettere le decisioni definitive sui temi più rilevanti, quelli di fondo, quelli dove serviva vera saggezza.