Ma la politica non è morta

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West Berliners crowd in front of the Berlin Wall early 11 November 1989 as they watch East German border guards demolishing a section of the wall in order to open a new crossing point between East and West Berlin, near the Potsdamer Square. Two days before, Gunter Schabowski, the East Berlin Communist party boss, declared that starting from midnight, East Germans would be free to leave the country, without permission, at any point along the border, including the crossing-points through the Wall in Berlin. The Berlin concrete wall was built by the East German government in August 1961 to seal off East Berlin from the part of the city occupied by the three main Western powers to prevent mass illegal immigration to the West. According to the "August 13 Association" which specialises in the history of the Berlin Wall, at least 938 people - 255 in Berlin alone - died, shot by East German border guards, attempting to flee to West Berlin or West Germany. (Photo credit should read GERARD MALIE/AFP/Getty Images)

di Giuseppe Laterza   25 febbraio 2017, la Repubblica

CARO direttore, commentando le vicende del Pd, Michele Serra ha rilevato come la fine dell’ideologia rischi di tradursi in quel partito nella fine della stessa politica.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, in effetti si brindò non solo alla fine dell’ideologia comunista ma di tutte le ideologie, considerandole camicie di forza del pensiero, strumenti di autoritarismo culturale e politico. Molti liberali non consideravano la loro come una ideologia: la intendevano piuttosto come l’unica concezione del mondo possibile per chi avesse a cuore la libertà.

In quegli stessi anni, però, nell’establishment occidentale si andava affermando una variante radicale del liberalismo. Lo racconta bene Tony Judt in un piccolo libro intitolato Guasto è il mondo. Negli anni Settanta le idee liberiste propugnate da Hayek nel dopoguerra si erano diffuse fino al punto di diventare senso comune: lasciate che gli interessi privati si dispieghino liberamente senza le interferenze della politica economica — dicevano i liberali — e otterrete più crescita e più benessere per tutti…

Il discorso liberista trae forza anche dal cattivo uso delle politiche pubbliche e dalla crescita del ruolo politico del ceto medio — in Italia lo descrive molto bene Sylos Labini. È questa l’ideologia che prepara la svolta politica di Reagan e della Thatcher, una visione del mondo elaborata da agguerriti think tank, diffusa da autorevoli media e sostenuta da aziende multinazionali interessate ad avere mano libera planetaria.

La forza di questa ideologia, paradossalmente, sta anche nel negare di esserlo. Lo scrive molto efficacemente Umberto Eco nel 1983 in Sette anni di desiderio: “Si parla di crisi delle ideologie. Errore. Casomai bisognerebbe parlare di modificazione delle ideologie. È caratteristico delle nuove ideologie non essere riconoscibili come tali, così che possano essere vissute come verità” … Una “verità” che sembra sostenere in maniera indiscutibile la marcia gloriosa della globalizzazione. Ma nel 2007 arriva la crisi finanziaria ed economica, che rivela la crescita di diseguaglianze e di insicurezza sociale che le politiche legate a questo modello ideologico hanno prodotto nel mondo. Il credo dell’ideologia neoliberista è rimesso in questione da autorevoli economisti e da grandi istituzioni economiche internazionali, e perfino da giornali mainstream come il Financial Times. Eppure, in questi dieci anni nel campo progressista non riesce ad affermarsi un paradigma alternativo. Non è un problema della sola politica ma di tutta la sinistra, anche quella che si occupa di diffondere le idee: i giornali, le riviste, le case editrici. E non è solo un problema italiano: la sinistra è divisa e in difficoltà in buona parte dell’Occidente.

E questo non perché manchi un pensiero nuovo, ad esempio sui temi dell’equità. Pensatori come Tony Atkinson e Amartya Sen (solo per citarne due molto noti anche in Italia) hanno scritto libri fondamentali su come nel XXI secolo si può ripensare una società insieme più giusta e più libera. E anche in Italia ci sono studiosi che da anni lavorano su un nuovo modello di welfare, che coniughi lotta alla povertà e alle disuguaglianze — anche di genere — con la sostenibilità economica ed ambientale.

Ciò che manca è il passaggio dalle idee alle opinioni: quelle che Leopardi (nel Discorso sui costumi degli italiani) ritiene decisive nel determinare i comportamenti. Un ambito in cui svolgono un ruolo essenziale i media, purché siano disposti ad assumere fino in fondo la loro responsabilità di orientamento intellettuale e formazione dell’opinione pubblica. Un esempio?

Nel suo ultimo libro La grande fuga il premio Nobel Angus Deaton scrive che la crescita non garantisce la creazione di più opportunità per tutti: anzi, è compatibile con maggiore diseguaglianza e povertà. Dunque, se la crescita è uno strumento e l’equità è il fine, almeno per chi è progressista non ha senso auspicare la crescita senza darle precise qualificazioni. Una idea che ancora non è diventata senso comune.

Di tutto ciò, i litigi tra Renzi, Bersani e D’Alema non sono che una modesta conseguenza. Date per morte tutte le ideologie, la maggioranza dei professionisti della politica ha smesso da tempo di citare i libri che ha letto mentre si dedica con passione ad inseguire i ritmi e le logiche della comunicazione televisiva. Siamo alla politica del giorno per giorno, la cui agenda è dettata dai sondaggi e in cui la personalità dei capi fa premio sulla qualità dei programmi. Eppure, mai come in questa fase di grande confusione, c’è spazio per idee nuove. E le idee nuove ci sono (e non solo nei libri). E c’è anche una nuova generazione che può dare “gambe” a queste idee, che forse più che nei partiti lavora nelle ong in giro per il mondo.

Certo, bisogna fare una rivoluzione culturale. Compito molto difficile ma (la storia ci dice) non impossibile. E oggi quanto mai necessario.