La politica ridotta a campagna mediatica, la democrazia a voce del padrone

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 9 marzo 2018

Il dibattito politico post-voto è francamente imbarazzante e irritante. Ci sono dei vincitori, l’elettorato si è rivolto a loro, premiando le loro proposte politiche (il reddito di cittadinanza e lo spirito antisistema, in un caso, oppure il taglio delle tasse e una politica durissima verso gli immigrati in nome della sicurezza, in un altro). Credo che a questi ‘vincitori’ spetti l’onere di farsi avanti e di promuovere un rassemblement di governo in ragione del mandato pronunziato dal Presidente Mattarella. E invece sento solo lagnanze su alleanze impossibili (anzi ‘inciuci’), generici appelli alle forze politiche, oppure la minaccia di stare all’opposizione se non si producessero chissà quali condizioni, sino alla profezia di un inevitabile ritorno al voto. Sembra quasi che nessuno voglia davvero governare (PD compreso, che al governo già ci sta peraltro), magari spaventato dal proprio stesso veleno antiistituzionale e antiparlamentare, disperso a grandi bracciate in campagna elettorale.

Senza la garanzia di un 70% in Parlamento, nessuno sembra sentirsela più di varcare Palazzo Chigi. Senza sentirsi ‘padrone’ nessuno vuole più rischiare in proprio. Come se si potesse governare solo nei termini di una padronanza assoluta delle istituzioni, quasi una dittatura del leader – come se lo spirito del maggioritario avesse talmente pervaso la coscienza politica da immaginare la democrazia stessa soltanto nella forma del dominio, della preponderanza di un padrone elettorale contro dei servi sconfitti, delle ratifiche parlamentari e della fedeltà totale di un esercito di deputati e senatori pronti a sollevare il braccio dinanzi a ogni colpo di vento che spiri dalle stanze blindate di Palazzo Chigi. Ecco il male. Quello che ammazza la democrazia rappresentativa, che riduce la contesa democratica a una prova di forza mediatica, che dipinge le alleanze parlamentari come ‘inciuci’, quando invece sono il sale della democrazia, e il Parlamento stesso come un’aula sorda e grigia, da conquistare e poi da ‘silenziare’ con i voti di fiducia.

Tutto è finito con la fine della mediazione politica, culturale, sociale e istituzionale. Le picconate inferte a un sistema politico già debole, ne hanno demolito la nervatura democratica, quella struttura su cui poggiava la partecipazione organizzata. E oggi, in questo vuoto, ci sguazzano dei comprimari mediatici. La corsa al maggioritario è stata la corsa verso l’abisso della crisi democratica. La stretta di mano tra Moro e Berlinguer è stata tranciata dal terrorismo. Tangentopoli è stata brandita contro il sistema dei partiti. La Seconda Repubblica ha concluso l’opera introducendo lo spirito del maggioritario, il culto dell’esecutivo, l’idea che si debba ‘vincere’ sennò sei uno sfigato. Il leaderismo è stata la risposta alla crisi della politica. Oggi, tutto questo viene a galla, e pesa sulla vita politica del Paese in modo dirimente. Se non si ribalta la logica, se non ci si spende a rimettere la democrazia a testa in su, temo che i guai siano appena cominciati. Più profonda della crisi della sinistra, che pure non sta affatto bene, credo sia la crisi del nostro sistema democratico. È la base su cui poggia tutto il resto, i nostri valori, la nostra dignità di cittadini. È un bene comune come l’acqua, una risorsa come il lavoro, uno strumento di libertà come la cultura. La nostra precarietà dipende anche dalla precarietà della nostra democrazia. Le mucche nel corridoio sono diventate una mandria di bisonti al galoppo.

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